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Sushi Rain - Cocktail
27/12/2015
( 1115 letture )
Con i Sushi Rain ci eravamo lasciati nel 2012, dopo la pubblicazione di Breathless, disco che ne sanciva il debutto discografico col nuovo monicker, dopo l’uscita nel 2005 di Loading, ancora targato Valentine, prima incarnazione della band. Della iniziale connotazione hard rock il gruppo ha mantenuto indubbiamente un forte approccio rock/metal, ma col tempo le coordinate si sono ampiamente trasformate e già dal precedente album è infatti possibile annoverare i Sushi Rain all’interno di un filone che definiremmo crossover o funk metal o, come loro stessi dicono, progressive funk. Da tutte queste definizioni corriamo il rischio di non cavare un ragno dal buco, infatti i toscani restano comunque un gruppo abbastanza originale, nel complesso, da non rientrare pienamente in nessuna categoria. Certo, chi fosse in cerca di novelli Red Hot Chili Peppers o Faith No More, probabilmente non troverebbe in Cocktail quello che va cercando. La mistura messa in opera è infatti più particolare e si rifà più decisamente al funk di band quali Tower of Power, Blood, Sweat & Tears, Average White Band e Wild Cherry, con una robusta iniezione di rock/metal, come detto e un tasso tecnico di notevole spessore. Spazio quindi a ritmiche funk, accompagnate da stacchi rock e metal e da arrangiamenti in bilico tra vari generi, nei quali fanno bella mostra di sé le tastiere, i cori armonizzati di scuola rhythm’n’blues/soul/funky, gli immancabili fiati e i grandiosi solos di chitarra. Alla fine, si potrebbe forse dire che perfino Frank Zappa di qua e di là faccia capolino.

Tante influenze e tanti “padrini” dunque, ma alla fine I conti si fanno con quanto si è in grado di proporre di proprio e in questo senso i Sushi Rain meritano un plauso generalizzato. Partendo dal presupposto che tenere insieme un gruppo con così tanti elementi e riuscire a valorizzarli tutti, dando un senso a quanto si va creando, senza ricorrere a numerose cover, è già di per sé un merito, alla band toscana va inoltre riconosciuta una bella capacità di variare la proposta all’interno del disco, andando a toccare uno spettro di azione decisamente ampio, che giustifica l’inserimento nel filone crossover. Se ciascuno dei membri del gruppo ha ricavato un personaggio fittizio a cui far riferimento con tanto di maschere e travestimenti, non è per carenza di personalità, ma esattamente per il motivo contrario; la necessità di trovare una propria identità precisa e distinta si fa forte tanto nella musica quanto nell’apparenza, specialmente per chi si appresta a rilasciare un secondo album che può essere decisivo. In Italia si sa è difficile pensare di intraprendere una carriera musicale e diventa ancora più difficile se lo si fa partendo da un genere che non incontra il gusto della massa, oltretutto complicandolo con pretese di elevati tecnicismi e arrangiamenti strabordanti di elementi diversi. Davanti ad un pubblico che a malapena sa distinguere un basso da una chitarra o uno strumento a fiato sintetizzato da uno reale, potrebbe apparire velleitario pensare di raccogliere un seguito proponendo stacchi in levare, assoli di chitarra degni di uno shredder, pareti di fiati e cori armonizzati a tre/quattro voci. Ma quando la creatività ti spinge avanti, perché rinunciare? Una volta trovata una propria identità è giusto perseguirla fino in fondo e allora ben vengano anche l’ironia e la critica sociale e politica, che spesso caratterizzano il genere e che in Cocktail rivestono un ruolo tutt’altro che secondario. Il disco prende il via dopo la divertente e un po’ inquietante intro con Bunga Bunga, che già del titolo rivela il focus dei testi e mette in mostra gli stacchi alla batteria di Francesco Micieli, come la chitarra di Bini e il basso di Arena, mentre Carrai ci conduce assieme al coro e alla ottima sezione fiati nei meandri del brano, che col suo andamento funky e il divertente refrain costituisce da subito un ottimo biglietto da visita. Si nota l’ottimo lavoro di mixaggio compiuto con una stratificazione di suoni e un impasto così ricco, che restituisce tutti gli strumenti in maniera chiara e definita, mettendo in luce anche le scelte di suono compiute da Biondi tra tastiera e piano, a dire il vero forse un po’ troppo ottantiane. L’assolo di Bini e dello stesso Biondi ci riporta in territorio hard/metal, ma è solo un attimo dato che sassofono e cori ci conducono invece verso lo swing, per poi riprendere il refrain a chiudere. Più vicina al funk metal la seguente Why? che nel ritornello ritorna però verso lidi più propriamente funk/soul a conferma che le radici rock e metal servono più come elemento per arricchire il menu che come piatto principale. Meno convincenti le seguenti One Last Night on Philadelphia, Pillows e March of Groove, che hanno però il merito di mostrare altre sfaccettature dell’identità della band e di confermarne l’esaltante qualità tecnica, come anche la buona versatilità di Carrai alla voce. Molto interessante invece Free, pezzo acustico di ispirazione sudamericana che convince per la bella melodia e per l’uso intelligente dei cori. Si ritorna al funk metal con Jesus Cries from Your Eyes, il brano forse più aggressivo del disco che lascia poi il terreno invece all’escursione in campo reggae -e non solo- di It’s Time to Believe, a conferma del caleidoscopio di ispirazioni che danno vita al Cocktail. Sarcastico invece il testo di Sushi Rain Can’t Write a Single evidentemente dedicata a quanti criticando il precedente disco gli imputavano una mancanza di tiro o di canzoni in grado di attirare l’attenzione del grande pubblico. Una critica che deve aver dato molto fastidio, evidentemente. Si torna alla satira sociopolitica con Brain Drain, altro brano piuttosto tirato e aggressivo che mette in luce molti dei problemi italiani e invita tutti ad andarsene dal Belpaese per autodifesa, con l’ennesimo grande assolo di Bini che ricorda in questo caso il buon Vernon Reid dei Living Color, nientemeno. Chiude One, altra bella ballad e conferma della qualità del songwriting del gruppo in questo specifico e fondamentale settore.

Alla fine dell’ascolto Cocktail disorienta un po’. Abbiamo di fronte un gruppo dall’elevato tasso tecnico, originale, dotato di una propria evidente personalità e capace di scrivere alcune ottime canzoni, farcendole di una notevole quantità di ispirazioni diverse. Un gruppo coraggioso e dal talento indubbio. Gridare al miracolo ed esaltare le qualità individuali quanto quelle dell’ensemble sembrerebbe per una volta dovuto. Eppure, qualcosa non torna fino in fondo: sarà che il disco risulta un po’ lungo e difficile da affrontare tutto assieme, proprio a causa delle perfino eccessive ricchezza e varietà messe in campo, sarà che non tutte le canzoni colgono nel segno come dovrebbero e in qualche caso appaiono fin troppo lunghe, sarà perché da dischi del genere ci si attende sempre a torto o a ragione quel colpo di genio che qui non arriva, sarà perché Carrai si dimostra estremamente versatile e dotato, ma non ha un timbro che colpisce e attira, finendo paradossalmente per risultare un po’ anonimo nonostante l’enorme impegno profuso, sarà ancora che l’inglese utilizzato nei testi non è proprio oxfordiano, eppure, qualcosa c’è che impedisce a tante ottime premesse di arrivare al centro pieno. Chissà che la necessità di mettere in mostra le proprie indubbie qualità non abbia reso un po’ pesante questo Cocktail, rendendolo difficile da essere buttato giù? L’ipotesi è lecita. Quel che è certo è che in una scaletta di undici brani più intro almeno sei sono di ottimo livello, mentre il resto è comunque almeno discreto buono e questo non è davvero poco. Altrettanto sicuro che in generale i Sushi Rain faranno una gran mostra di sé dal vivo, in Italia quanto su palcoscenici internazionali, se quanto si pregusta su disco è indicativo delle qualità strumentali e dell’interplay che regna tra i musicisti. Ecco, forse la possibilità di suonare tanto e ripetutamente dal vivo potrebbe aiutare la band a snellire appena le proprie composizioni e a rendere funzionali i continui stacchi e obbligati che caratterizzano i brani. Intanto, abbiamo un secondo disco che conferma quanto di buono era emerso dal debutto e anzi lo porta ad un livello ancora più complesso e personale. Attendiamo con curiosità la terza prova, a tempo debito.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
65.5 su 4 voti [ VOTA]
Lizard
Lunedì 4 Gennaio 2016, 13.24.44
2
Cos'è che non ti torna Davide? Argomenta pure...
davide
Lunedì 4 Gennaio 2016, 12.15.40
1
smettiamola di dare voti alti a della robetta!!!!
INFORMAZIONI
2015
Jackson Records/Audioglobe
Crossover
Tracklist
1. Pop Yoy Pay
2. Bunga Bunga
3. Why?
4. One Last Night in Philadelphia
5. Pillows
6. March of Groove
7. Free
8. Jesus Cries from Your Eyes
9. It’s Time to Believe
10. Sushi Rain Can’t Write a Single
11. Brain Drain
12. One
Line Up
Matteo “The Godfather” Carrai (Voce)
Francesco “MADame MADness” Bini (Chitarra)
Alessandro “Alpha Beta” Biondi (Tastiera, Cori)
Nadia “Firebird” Koski (Sassofono, Flauto, Clarinetto, Cori)
Marcello “Fool Rabbit” Arena (Basso)
Francesco “Azusu” Micieli (Batteria, Percussioni)
Giada “Velvet Ginger” Secchi (Cori)
Sandro “Faun Poté” Toncelli (Cori)

Musicisti Ospiti
Bert Minten (Tromba su tracce 2, 3, 6, 9)
Vivian Vanschoonbeek (Trombone su traccia 3)
Wies Minten (Sassofono Alto)
Bas Minten (Tromba su traccia 3)
Samuel Vrijsen (Tromba su traccia 3)
Alessio Crocetti (Sassofono su tracce 4, 9)
Sara Bini (Cori su tracce 6, 10)
Frank Pilato (Solo di chitarra su traccia 8)
Andrea Pellegrini (Solo di Hammond su traccia 9)
Stefano Aiolli (Violencello su traccia 12)
 
RECENSIONI
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