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Slowpoke - Slowpoke
09/10/2021
( 2821 letture )
Dal Canada, più precisamente dalla fredda isola di Terranova, giungono all’esordio discografico gli Slowpoke, con la pubblicazione dell’album omonimo. Gli embrioni della band sono riconducibili già al 2018 con l’incontro tra il cantante bassista Ben Chapman-Smith e il chitarrista Cameron Legge. Agli inizi del 2019 si unisce il giovane batterista Adam Young ed il trio inizia a comporre ed incidere alcuni dei brani che saranno l’ossatura del loro primissimo album. Inutile dire che la pandemia Covid e la forzata reclusione rischiano di troncare sul nascere ogni velleità artistica, ma i tre musicisti non si danno per vinti. Grazie soprattutto al fondo canadese stanziato per gli artisti emergenti, i nostri riescono comunque a produrre ed incidere professionalmente il loro debutto discografico, potendo contare addirittura sull’apporto al mastering di Chris Keffer (The Black Keys e Cheap Trick tra i tanti) presso i Magnetic North studios.

Fin da subito l’intento programmatico della band è di non lasciarsi influenzare dalla musica rock contemporanea né tanto meno aderire alle restrizioni imposte da un genere solo, ma di spaziare a piacimento tra i campi della musica heavy. L’esordio degli Slowpoke di fatto presenta in soli sette brani una scala cromatica che incorpora stili e registri estrapolati da più generi, pur mantenendo un’ossatura di base riconducibile allo sludge. In una struttura speculare Slowpoke è aperto e chiuso da due lunghe suite di oltre nove minuti, mentre la parte centrale dell’album è dedicata ai brani più corti e diretti. L’opener, Stony Iommi è a tutti gli effetti una dichiarazione d’intenti, fin dal titolo che non lascia spazio a dubbi. La canzone si apre con un riffing durissimo e sporco alla Crowbar che accompagna il cantato gutturale di Ben Chapman-Smith, quasi al limite del death metal, per poi rallentare senza preavviso in un lungo break psichedelico dove la chitarra di Cameron Legge può abbandonarsi ad un lungo assolo. Una cesura netta senza alcuna soluzione di continuità che risulta forse un poco forzata. Ci si attenderebbe un ritorno circolare riprendendo la furia dell’incipit, ma il ritmo si attesta sul mid tempo in una ripetizione in loop dello stesso riff di matrice stoner fino alla conclusione del brano, lasciando la sensazione d’incompiutezza, quasi fosse il prodotto grezzo e sbilanciato di una jam session. Con Slumlord e Sid the Cat per fortuna si recupera appieno la forma canzone, grazie a composizioni veloci sospese tra lo sludge più torbido e una sguaiata attitudine punk rock che coinvolge e cattura l’ascoltatore. Ben Chapman-Smith alterna in egual misura il growl e le clean vocals ed entrambi i brani ne traggono beneficio grazie ad una naturale immediatezza, parente alla lontana dei maestri Motorhead. Miami Camo è un tentativo invece di coniugare la pesantezza dello sludge alla psichedelia, prendendo i primi Mastodon come esempio, ma senza riuscire a risaltare in una struttura forse troppo ripetitiva e pesante. Windtalker e Sanctuary, con un uso preminente delle clean vocals, rappresentano l’apice compositivo di Slowpoke, dove finalmente riff e melodie portanti si stampano in testa grazie alla versatilità di Cameron Legge nel saper raccogliere ed interpretare le numerose influenze del suo bagaglio culturale: doom, sludge, stoner e punk si inseguono, questa volta in un riuscitissimo mix di stili in grado di tenere sempre alto il coinvolgimento. Il chitarrista viene lasciato libero da costrizioni, senza forzature nel voler risultare pesante e distorto a tutti i costi, e il risultato finale è palpabile. Non è raro sentire echi pure dei Baroness e degli Elder, con la rassicurante presenza dei Black Sabbath in sottofondo, dove la luce della melodia portante gioca e danza con le ombre dei riff, in un riuscito equilibrio di chiaroscuri. L’eponima lunga suite chiude l’album e benché gli Slowpoke non ripetano in toto gli errori della canzone d’apertura, mostrano comunque qualche segno di cedimento. Dopo un intro armonioso ammiccante in egual misura ai Mastodon come ai Kyuss, la canzone s’incarta su se stessa con una fase centrale di chiara matrice doom per poi chiudersi con le harsh vocals che vanno a cozzare in modo stridente con il preambolo più arioso, risultando un indigesto spezzatino sonoro.

Slowpoke è un album che vive di alti e bassi ed è forse il frutto ancora acerbo di una fase compositiva troppo dilungata nel tempo. Di carne al fuoco ce n’è tanta, fin troppa, e a volte l’eterogeneità della proposta risulta più una penalizzazione che un’arma, dando l’impressione di ascoltare spezzoni di brani diversi cuciti in un unico componimento, difetto avvertibile marcatamente per lo meno nelle due suite. Al contrario dove i brani riescono a mantenere una coesione strutturale, affiorano capacità interpretative non indifferenti, sia grazie ad un cantato che interpreta più registri, che ad un lavoro di chitarra in grado di coniugare colpi di scure e agili guizzi di fioretto. Indubbiamente il contesto temporale e globale in cui Slowpoke è stato scritto e suonato, unito all’inesperienza di musicisti all’esordio, sono attenuanti che mitigano il giudizio finale. In un album riuscito a metà gli Slowpoke devono imparare a sgrezzare le composizioni senza lasciarsi andare al bisogno di strafare, di voler comprimere in un unico brano troppi generi e troppi riferimenti. Una volta trovato l’equilibrio stilistico e concettuale, i tre musicisti canadesi avranno tutte le carte in regola per emergere e divertire.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2021
Autoprodotto
Sludge
Tracklist
1. Stony Iommi
2. Slumlord
3. Sid the Cat
4. Miami Camo
5. Windtalker
6. Sanctuary
7. Slowpoke
Line Up
Ben Chapman-Smith (Voce, Basso)
Cameron Legge (Chitarra)
Adam Young (Batteria)
 
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