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Mania - Changing Times
( 1200 letture )
Formatisi in quell’indimenticabile 19-“Campioni del Mondo! Siamo Campioni del Mondo!”-82 in Germania, i Mania pubblicarono una serie di demo prima di giungere al debutto ufficiale con il singolo Message/Deliverance, cinque anni più tardi. L’esordio sarebbe stato seguito dall’EP Wizard of the Lost Kingdom (1988) ed infine dall’album di debutto Changing Times (Noise Records), che da solo rappresenta l’intera produzione discografica dello sfortunato quintetto. Autori di un poco invidiabile triplete che li vide sottovalutati dalla stampa, dimenticati dal pubblico ed oscurati dagli Helloween, i Mania andranno ad aggiungersi alla folta schiera delle band che hanno raccolto, in termini commerciali e di popolarità, molto meno di quanto avrebbero probabilmente meritato. Changing Times è l’album di debutto ed al tempo stesso il testamento di una band non certo innovativa, ma compatta e melodica, forse troppo ambiziosa e capace al punto da confondersi pericolosamente con il nome di altre formazioni che, invece, ce l’avrebbero fatta.

Vittime di quei “changing times” che, a fine anni Ottanta, sarebbero stati il preludio all’ondata grunge, i Mania rappresentavano un’alternativa più oscura e seriosa di quella offerta da Kai Hansen e le sue Zucche di Amburgo, alle quali molta critica oggi li avvicina, offrendo un “borderline power metal” che attinge da Scanner, Metal Church e Sanctuary. Introdotto dall’arpeggio acustico di Prelude, l’album scopre le sue carte con il pesante riffing di The Expulsion: la voce di Chris Klauke convince da subito, capace di acuti ottantiani ma anche di cori gravi e potenti (Be Strong), sostenuti da tecnica matura ed espressività. Dove però la band dimostra di conoscere il fatto suo è negli arrangiamenti e nell’esecuzione, elementi che rendono l’offerta di Changing Times varia e moderna, in anticipo sui suoi stessi tempi. La base ritmica è un trionfo di doppia cassa e cambi di tempo, belle sortite di basso ed assoli tecnici alle sei corde, con brevissimi contributi di tastiera a rendere ancora più completo ed intrigante il sound. Sin dai primi istanti si avverte che questo è un disco soprattutto suonato, che trova nelle sue spezzettate partiture il dinamismo, l’energia, la velocità necessarie ad elevarne lo status nella memoria. Nonostante non abbia trovato le melodie vocali particolarmente ispirate, elemento che a mio parere relega i Mania ad uno scalino più basso rispetto ai Keeper of the Seven Keys (1987 e 1988), la progressione ritmica di ogni singolo brano rimane stilisticamente trascinante e convincente, talvolta impreziosita da momenti più delicati e soffusi (No Way Back non è una ballad memorabile, ma ha il merito di interrompere il travolgente ritmo al momento giusto): la sensazione è quella di una baffuta professionalità tutta tedesca, di un uso intelligente dei tempi a disposizione, nonostante una produzione dai suoni metallici che privilegia le frequenze più alte delle chitarre ed il rullante di Rainer Heubel, sempre sul pezzo. Al disco manca però un briciolo di umanità in più per garantirgli vera immortalità e lo sfortunato riconoscimento di “gemma dimenticata”. L’ascolto è piacevole, lo speed-power proposto competente e vario, ed a conti fatti Changing Times non annoia ma nemmeno entusiasma in alcuna delle sue parti. Ogni tanto sembra che da parte della band sia la voglia di strafare a prendere il sopravvento (The Vision), infilando in durate contenute un vasto campionario di luoghi comuni dell’epoca nel tentativo di dimostrare la padronanza dei singoli passaggi, dimenticando nel frattempo di comunicare qualcosa ad un ascoltatore che viene, in questo modo, escluso dalla festa. In questi momenti i Mania rivelano una sorta di ingenuità, di insicurezza che li porta a concentrarsi più sulla performance che non sull’emozione per la quale il pubblico li avrebbe dovuti ricordare. L’album perde allora di focus, l’energia pare sfilacciarsi ed il messaggio evidenzia una carenza di incisività e contatto, rendendo il gioco una sorta di coloratissimo puzzle difficile da ricostruire, per la mancanza di un’immagine di riferimento.

Changing Times sembra il titolo perfetto per riassumere non solo le nuove ondate musicali che dagli Stati Uniti sarebbero sopraggiunte di lì a breve, ma anche la musica proposta dal quintetto teutonico, sempre a metà strada -per quanto tecnicamente valido- tra un power più cadenzato ma mai irresistibilmente coinvolgente (To the End of the World), una timida spigolosità thrash ed uno speed più attento alla forma che non a fluidità e melodica sostanza. Uno nessuno e centomila, insomma, tanti raffinati ingredienti per un piatto da cuoco debuttante, attento alla presentazione ma distratto al momento di assaggiare. Errori perdonabilissimi e comuni a molte band al debutto, si dirà, ma fatali ad una formazione alla quale la storia non avrebbe concesso una seconda opportunità per tornare in carreggiata. Per questi motivi l’oblio al quale il disco è stato condannato appare sì crudele, ma almeno parzialmente giustificato per l’impossibilità, suo malgrado, di incasellarlo nei folder musicali che i più stagionati di noi si saranno mentalmente costruiti in quegli anni. In questo pericoloso non-luogo, nel quale il brillante gesto tecnico prevale sull’innovazione, ci sono tante delle figure retoriche che ricordiamo espresse più compiutamente da altri, ci sono energici frammenti che alla fine dell’ascolto non trovano la strada per ricomporsi, e c’è un ardore giovanile talmente intenso da bruciare ogni cosa gli stia intorno. In mezzo a tanto materiale incandescente vengono a mancare l’esatta collocazione ancor più che il coraggio, la riflessione su come incanalare energia e bravura, l’aspetto comunicativo e volgarmente commerciale che oggi ci permettono di visualizzare un’immagine chiara, e ricordare i sentimenti di un’epoca, al solo ascolto di una nota.

“Una supernova è un'esplosione gigantesca che comporta la quasi totale disintegrazione di una stella supergigante nelle fasi finali della sua vita. L'energia emessa da una supernova è enorme e, per alcune settimane può eclissare anche la luce di un'intera galassia."
(http://web.tiscalinet.it/starslife/supernova.htm)



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
80 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
1989
Noise Records
Power
Tracklist
1. Prelude
2. The Expulsion
3. Turn Towards the Light
4. No Way Back
5. Be Strong
6. To The End of the World
7. The Vision
8. Gambler
9. We Don’t Need a War
10. Violent Time
Line Up
Chris Klauke (Voce)
Frank Nottelmann (Chitarra)
Thies Bendixen (Chitarra)

Didy Mackel (Basso)
Rainer Heubel (Batteria)
 
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