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Hagel Stone - Where Is Your God Now?
( 2059 letture )
Album di debutto per gli Hagel Stone, band proveniente dalle province di Ferrara e Rovigo, dopo tre anni di assestamento conditi da diversi cambi di line up, dal primo demo Storm at the Gates (2011) e dalla partecipazione a concorsi e numerose apparizioni live. Un percorso quindi abbastanza comune fino a questo punto, non fosse per l’opportunità raggiunta abbastanza velocemente di arrivare al contratto con la Sweet Poison Records per la pubblicazione del qui presente Where Is Your God Now?. Come spesso accade in questi casi, il debutto rappresenta un banco di prova importante, che misura tanto le ambizioni della band, quanto il livello raggiunto finora. Un traguardo che di fatto è però solo un primo passo e deve al contempo convincere e incuriosire, oltre a dare la misura dell’effettiva capacità della band di proporsi per il futuro. A questa prima uscita ufficiale gli Hagel Stone arrivano forti di una line up finalmente stabile, con una discreta capacità tecnica dei singoli e con una identità ancora non pienamente raggiunta, ma già abbastanza evidente. Non si tratta per una volta di un gruppo grezzo, dell’identità incerta e ancora tutto da formare, ma di una band che ha chiare in testa le proprie ambizioni e la propria natura.

La musica degli Hagel Stone è chiaramente identificabile come un epic metal oscuro e possente, piuttosto cadenzato, quasi ai limiti del doom, senza che il confine venga mai superato in realtà, che concede pochissimo spazio alla velocità pura e ha nei Manowar uno dei punti cardine di riferimento, anche se non in maniera esclusiva. Fulcro di tutte le composizioni sono la chitarra e la voce di Dario Ricci, autore praticamente egemone delle canzoni, ai quali si affiancano gli altri strumenti, in particolare la tastiera di Matteo Bertolini, elemento se vogliamo caratterizzante la proposta della band, la quale tenta di instaurare a più riprese un dialogo con la chitarra, oltre ad intessere i consueti tappeti enfatizzanti. Elemento questo che sfruttato in maniera ancora più convinta potrebbe rappresentare la chiave di volta per la crescita della band in futuro. Al momento, siamo comunque di fronte a composizioni rocciose e in alcuni casi dotate di un riffing già piuttosto convincente, che si inseriscono pienamente nel genere di riferimento, senza però emergere in maniera netta nel complesso. In particolare, non tutti i brani presentano spunti vincenti e uno sviluppo capace di confermare sulla durata il buon effetto prodotto dai riff iniziali. L’enfasi e l’attitudine che il gruppo emana sono già pienamente raggiunte, ma non tutti i brani mostrano quell’equilibrio necessario a mantenere l’attenzione dell’ascoltatore e questo a causa di alcuni difetti facilmente identificabili. Prendendo ad esempio l’iniziale Apocalypse è innegabile che l’ottimo riffing, la discreta melodia e l’ottima parte solista ci conducano con forza già abbondantemente oltre i sei minuti di ascolto con una certa leggerezza e una qualità che si preannuncia esaltante, mentre poi il finale disperde quanto di buono realizzato fino a quel punto con l’ingresso di un falsetto assolutamente inadeguato, stridulo e fastidioso che rovina completamente tutta l’atmosfera creata. Più sostenuta e devastante la successiva Hunting Ground nella quale chitarra, tastiera e basso creano una galoppata validissima, sulla quale Ricci non può fare a meno di declamare una melodica tipicamente in Manowar-style, alla quale manca forse un refrain all’altezza del compito. Piacciono invece l’assolo in tipico stile neoclassico e la sfuriata di batteria che dona dinamicità ad uno dei brani più riusciti dell’intero disco. Tempo per l’anthem da concerto ed ecco pronta The Anvil, dall’ottimo riffing e dal refrain convincente. Altro brano cadenzato dalla discreta velocità con Razzo Rosso, unica canzone cantata in italiano, che regge comunque il confronto con l’idioma anglosassone, anche se forse la cadenza interpretativa di Ricci comincia a diventare un po’ ripetitiva e macchiettistica e il falsetto ricompare con il solito effetto spiacevole. Fortunatamente, anche in questo caso a livello strumentale il brano piace e si mantiene fino alla fine, invero attesa per almeno un minuto di troppo. Non eccelsa invece l’unica ballad del disco, Under the Ice, stereotipata e ricalcante in maniera troppo evidente lo stile dei Manowar (ancora loro), pur in presenza di un valido assolo. Altro brano da concerto, dotato di un discreto tiro è la seguente The Avenger, buona prestazione del gruppo con un refrain facile facile da memorizzare e tanta energia da sfogare. Dotata di un flavour decisamente celtico invece la settima traccia del disco, Hey!! Can You Tell Me!?, la più breve del disco, la quale si regge sulla chitarra acustica e un giro che ricorda neanche troppo lontanamente Whiskey in the Jar, con una melodia però non propriamente riuscitissima; forse certe cose è ancora meglio lasciarle a chi le sa maneggiare a dovere. La quotazione risale con Hagel Storm, altro brano potente ed enfatico, dominato dal vocione di Dario Ricci. Siamo quasi alla fine ed è qui che la band sfodera i due brani più veloci dell’intero platter, dimostrando di saper utilizzare anche l’arma della velocità con discreti risultati. In particolare, in Army of Chaos oltre alla dinamicità si fa apprezzare la pregevolissima sezione solista , mentre ancora una volta il refrain appare un po’ troppo scolastico e l’interpretazione di Ricci forzata e non pienamente convincente. Chiude The Power of Flesh che riassume in sé tutti le luci e le ombre evidenziate finora: ottimo riffing, buone capacità tecniche, interessanti sviluppi tra chitarra e tastiera con una validissima prova della sezione ritmica, ma una melodia portante e una prestazione della voce non pienamente soddisfacenti che pur dotate di una potenzialità evidente (qui Ricci sfiora in più occasioni il growl, con un risultato sicuramente migliore di quanto realizzato con il ritornante falsetto), si rivelano il tallone d’Achille dell’intero album.

Come anticipato, dal connubio tra i due strumenti principali ci si aspettano in futuro un’ulteriore crescita e quegli spunti capaci di fare la differenza. Where Is Your God Now? in effetti presenta alcune caratteristiche decisamente interessanti, ma anche molte asperità da sanare. Sul piatto della bilancia pesano la qualità generale del riffing, decisamente interessante, con qualche spunto anche realmente valido, una ottima qualità dei solos e delle parti strumentali e l’interessante possibilità intravista nel corso dei brani di una ulteriore evoluzione che apra maggiormente le composizioni a soluzioni meno battute, senza per questo rinunciare alla potenza e alla vena scura e aggressiva che la musica del gruppo già possiede. La forte identità epic, cadenzata e battagliera, resta la cifra primaria da cui ripartire, ma è giusto sottolineare come sull’altro piatto della bilancia pesino dei fattori non secondari che necessitano prontamente di essere affrontati. Innanzitutto, la prestazione vocale del leader Dario Ricci, non sempre convincente da un punto di vista interpretativo e fin troppo rimembrante una cadenza manowariana che risulta stucchevole e ridondante, data la predominanza di tonalità baritonali a cui il cantante può far riferimento: una particolarità questa che merita di essere sfruttata in maniera ancora più decisa e convinta in futuro, abolendo o quantomeno rinforzando tecnicamente gli interventi in falsetto, allo stato attuale perfino fastidiosi; in secondo luogo, occorre lavorare in maniera decisa sulle melodie, al momento fin troppo canoniche e standardizzate, incapaci di sollevare i brani al livello di cui le parti strumentali sarebbero già quasi arrivate; infine, sfruttare le buone doti tecniche già in possesso di tutti i componenti della band per creare composizioni più articolate e caratterizzate, che diano una ulteriore spinta in termini di identità al gruppo al momento ancora in mezzo al guado tra ispirazioni evidenti e rielaborazione personale. Where Is Your God Now? non è affatto un brutto debutto e anzi può rappresentare davvero una piacevole sorpresa per chi apprezza le sonorità epic, ma alla fine non arriva a colpire come dovrebbe a causa dei difetti elencati, che ne minano la resa finale. La buona notizia è che c’è del talento su cui lavorare e sicuramente questi brani già adesso dal vivo rischiano di lasciare un’impressione davvero positiva, più che su disco. Promozione di fiducia quindi per gli Hagel Stone a questo primo banco di pova, in attesa di un salto di qualità che si prospetta come decisivo.



VOTO RECENSORE
64
VOTO LETTORI
89.8 su 10 voti [ VOTA]
Max
Giovedì 30 Gennaio 2014, 7.45.58
8
Finalmente un Epic solido e monumentale, senza la "leggerezza" del power in mezzo!
The guardian
Lunedì 27 Gennaio 2014, 18.35.17
7
Direi un disco stratosferico e per chi non li avesse visti dal vivo non sa cosa si perde!!!! Speriamo riescano a solcare i palchi più prestigiosi meritano veramente!!!
The_Eliminator
Lunedì 27 Gennaio 2014, 16.02.59
6
Un gruppo così è raro da sentire ultimamente, album buonissimo! Un 90 pieno
The witch
Domenica 26 Gennaio 2014, 12.43.54
5
Falsetto??? quelli sono acuti di testa, se non ne sei convinto ti rimando ai loro video dal vivo! Album potente e solido! voto 88.
Lizard
Domenica 26 Gennaio 2014, 11.07.04
4
Beh... Se 'hanno preso 9 in Germania', mi fa sinceramente piacere per loro. La Germania è IL mercato di riferimento in Europa per il genere. Quindi incrociamo le dita per loro
videoklip
Domenica 26 Gennaio 2014, 9.57.52
3
A me sono piaciuti questi ragazzi di Ferrara,certo il cantante non è che sia Eric Adams,però i brani mi sembrano abbastana bilanciati e variati l'uno dall'altro,e il genere musicale risulta abbastanza sfuggente e difficile da esprimere, ma risulta dopo vari ascolti coinvolgente,e mi hanno fatto scattare la molla interna,questi vanno dall'hard rock, al power/heavy all'epic con a tratti farciture di back/ trash,cresceranno sicuramente di più con gli anni ,almeno spero e glielo auguro,voce variata e graffiante anche se non proprio "acuta",ma tastiere coinvolgenti e chitarra ben suonata,qualche limitara resta da fare,voto 82.
Er Trucido
Domenica 26 Gennaio 2014, 9.45.35
2
Certo, quando diamo poco ai gruppi nostrani è perché sono italiani, quando invece diamo tanto è sempre perché sono italiani. Come se la nazionalità fosse un criterio da considerare nella votazione per bastonare o incensare. Ho letto tante di quelle volte queste rimostranze che oltre ai capelli ho anche la barba bianca.
Sander
Domenica 26 Gennaio 2014, 9.23.56
1
Be vedere che un album come questo (che non riesco a smettere di ascoltare), ha preso un 9 in Germania e solo un 64 in Italia, fa capire molte cose... su come vengono considerati i gruppi italiani in patria
INFORMAZIONI
2013
Sweet Poison Records
Epic
Tracklist
1. Apocalypse
2. Hunting Ground
3. The Anvil
4. Razzo Rosso
5. Under the Ice
6. The Avenger
7. Hey!! Can You Tell Me!?
8. Hagel Storm
9. Army of Chaos
10. The Power of Flesh
Line Up
Dario 'Riz' Ricci (Voce, Chitarra)
Matteo Bertolini (Tastiera)
Gerri Ferro (Basso)
Alessandro Occari (Batteria)
 
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