IN EVIDENZA
Album

Forbidden
Forbidden
Autoprodotti

Plini
An Unnameable Desire
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

05/11/26
CALLIOPE
Nel Mio Cerchio

06/11/26
STEVEN WILSON
Requiem for a Village

06/11/26
SHOGUN MOJO
Shogun Mojo

06/11/26
CULT OF LUNA
In the Shadow of Your Shadow

06/11/26
ASIA
Indigo

13/11/26
IRON SAVIOR
Deathbringer

13/11/26
ZEBRA
V

19/11/26
ANGELUS APATRIDA
The Reckoning

20/11/26
GIRISH AND THE CHRONICLES
Disintegrate

20/11/26
DOWN
Volume V

CONCERTI

17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)

18/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
HALL - PADOVA

02/12/26
ACCEPT + DYNAZTY + TAILGUNNER
ALCATRAZ - MILANO

30/03/27
RUSH
Unipol Dome - Milano

JOEY JORDISON - Oltre la maschera, la musica
07/11/2021 (1251 letture)
Bisogna dire la verità, quando pensiamo alle band della nostra musica, i primi che ci vengono in mente sono cantanti ed eventualmente chitarristi. D’altronde la parola frontman è fatta apposta, mentre bassisti e batteristi sono tendenzialmente messi in disparte, salvo pochissimi casi. Vengono in mente ad esempio Keith Moon, Mike Portnoy, Neil Pearth e pochi altri che siano riusciti ad ergersi come uomo simbolo del gruppo, ma se li rapportiamo con le miriadi di band che ci sono in giro si tratta comunque di un numero esiguo. Non c’è nulla di male in questo, è statistica alla fine. Si parla chiaramente non di importanza nella composizione, anzi l’apporto della batteria è una delle prime cose di cui teniamo conto quando ascoltiamo un brano, ma di impatto visivo, ovvero sia avere subito in mente l’immagine di un componente. Da questo punto di vista, i batteristi che ci vengono in mente quando pensiamo ad un gruppo sono casi veramente rari. Uno dei pochi che ci è riuscito negli ultimi vent’anni risponde al nome di Joey Jordison, famoso per aver fatto parte di una delle band più controverse di inizio millennio, formata da un manipolo di squinternati. oey Jordison è anche uno dei tre membri fondatori, insieme a Shawn Crahan e Paul Gray, ma soprattutto è riuscito a rivoluzionare un certo modo di suonare la batteria, ed è principalmente questo il motivo per cui era doveroso riservargli un articolo.

THE NEGATIVE ONE
Jonas Nathan Jordison nasce il 26 aprile del 1975 a Des Moines, in Iowa. Stando a quello che riporta più volte, il suo battesimo di fuoco con la musica arriva già in tenera età, grazie anche alla predisposizione dei suoi genitori, che invece di farlo sedere di fronte alla tv lo piazzano davanti alla radio. Beato lui. Viene difficile pensare che l’intenzione dei genitori fosse portarlo a realizzare quel tipo di musica, anzi con tutta probabilità, se avessero saputo prima a cosa sarebbero andati incontro, se ne sarebbero guardati bene, ma che abbiano dato una spinta notevole verso quella passione è fuori da ogni dubbio. Inizia i suoi primi passi con la musica suonando la chitarra a cinque anni, mentre a otto si converte alla batteria per poi non lasciarla più. Vive la scena in modo totale, ne è coinvolto completamente e il fatto che sia stato chiamato a sostituire molti nomi prestigiosi della batteria è da considerare solo come un effetto secondario di tutto ciò. Una delle band con cui suonerà sono i Metallica ed è un po’ la coronazione di un sogno se consideriamo che uno dei suoi batteristi di riferimento è Lars Ulrich, annoverato tra le sue influenze principali insieme a un evidentissimo Dave Lombardo, un plausibile John Bonham e, un po’ più a sorpresa, Buddy Rich e Gene Krupa. Perché, se è vero che è stato Alive! dei Kiss a cambiargli la vita, è altrettanto vero che non mancano anche i rudimenti jazz nel suo background, come si può sentire in Mate.Feed.Kill.Repeat. Vive la musica a 360 gradi, affezionato al rock classico, ma non fa nulla per nascondere la profonda venerazione che ha per i Satyricon, con cui finirà anche per suonare dal vivo ed è un assiduo ascoltatore di black metal in generale, difatti visivamente è il membro degli Slipknot che a primo impatto si associa più facilmente al metal estremo, insieme forse a Mick Thompson. Purtroppo, i genitori divorziano quando è ancora piccolissimo e questo si riflette sul suo essere, portandolo a manifestare un approccio negativo verso la vita, rimanendo isolato a scuola, emarginato dalla società. Questo fino a quando, come ben sappiamo, a metà anni novanta la sua vita cambierà radicalmente, spalancandogli le porte verso una strada dove la sua frustrazione contro il mondo può trovare una voce.

PULSE OF THE MAGGOTS
Risulta impossibile descrivere la vita di Joey Jordison senza parlare degli Slipknot, sia perché nonostante i trascorsi il suo nome rimane legato a doppio filo con il gruppo dei nove mascherati, sia perché si tratta comunque di una delle band più famose del nuovo millennio e con un seguito che non accenna a diminuire. A dire la verità, personalmente parlando lo spazio di ascolto riservato agli Slipknot è diminuito notevolmente rispetto a quando avevo quindici o sedici anni, se non altro per il sempre crescente numero di band da sentire. Tuttavia, dopo averli semi abbandonati per qualche anno, sono tornati ad essere una presenza fissa durante il periodo di Halloween. Non è difficile capire il perché, dovuto soprattutto a tre motivi. Uno è riconducibile sicuramente all’utilizzo delle maschere, che ricordano molti protagonisti dei film slasher; l’altro è il fatto che, tra disco e video, nelle loro canzoni disseminavano qua e là citazioni agli horror più famosi; ultimo ma non meno importante, era il rifarsi ad un immaginario alla Texas Chainsaw Massacre, complice il fatto che provenire dall’Iowa ti permette di dipingere un ritratto molto realistico del Midwest americano. E’ proprio questo che gli Slipknot portarono a fine novecento, un mondo orrorifico e crudo, che non prendeva spunto dalla tradizione gotica e oscura della Universal, bensì dalla situazione di una certa realtà degli Stati Uniti, fatta di zone rurali e distese di campi. E questo non lo rendeva certo meno inquietante, soprattutto sapendo che nel Midwest c’era chi davvero si era dilettato ad aprire le trippe dei giovani americani: la cronaca nera ci parla di avvenimenti tangibili, che non accadono solo nei film. Condito da urla lancinanti ed effetti disturbanti, il loro disco non era altro che la messa in musica di una certa efferatezza, con un tripudio di passaggi truculenti e urla indiavolate. Il Nu metal esplode e ogni gruppo ha bisogno del proprio segno distintivo, così se i Korn erano marchiati ADIDAS, gli Slipknot sono vestiti con delle tute e sul significato del loro outfit cambiano idea in varie interviste. A volte dicono siano vestiti da meccanici con tanto di codice a barre per simboleggiare il travaglio del lavoro, altre dicono da carcerati, perché se non avessero avuto la fortuna di essere in quella band sarebbero sicuramente diventati dei serial killer, va a sapere dove sta la verità. Altro segno riconoscibile sono le maschere, che rappresenterebbero tutto quello che c’è di negativo e sbagliato nell’Iowa. Non mancheranno occasioni in cui la loro componente estetica sarà oggetto di critiche e polemiche, tuttavia, questo aspetto gimmick è sempre esistito nell’ambito della musica pesante, quindi i Nostri non fanno altro che ricalcare il percorso portato avanti dai vari Kiss, Alice Cooper, Marylin Manson e Gwar, anche se i nove mostri di Des Moines alzano l’asticella verso un approccio più estremo, sia nel look che nella musica proposta. Inutile dirlo, fanno subito il botto, e non è difficile intuire perché. Riprendono gli elementi chiave della band di Bakersfield, ampliando ogni aspetto spingendo tutto all’estremo e non è un caso visto che dietro il mixer c’era sempre Ross Robinson. Di fatto le parentesi alla Trattered and Torn, che dovrebbero essere quasi degli intermezzi, sono applicate talmente bene al contesto da essere quasi più inquietanti delle sfuriate vere e proprie. Altro aspetto che li contraddistingue è il loro rapporto con i fan, chiamati affettuosamente Maggots, nomignolo non certo dettato dal gusto culinario e dalla propensione al bon ton. Ma questo non disturba più di tanto i loro sostenitori, perché hanno un seguito pazzesco, una delle fan base più intense e coinvolte del panorama.

PEOPLE = SHIT
Abbiamo parlato di nichilismo, disperazione, violenza. Un altro elemento preponderante tra le tematiche degli Slipknot è la misantropia, un odio totale verso le persone e la volontà di starne lontano, come se fossero un morbo e l’umanità un male da estirpare. Questo concetto viene reso ancora più esplicito in Iowa, soprattutto da una traccia in particolare. Se il primo album aveva scombussolato la scena con un impatto devastante, il secondo vede la band spingersi ancor oltre, abbandonando del tutto la componente hip hop (che già nel debutto era confinata solo ad alcune strofe alle vocals di Corey Taylor) e accorpando invece elementi thrash e death metal, da ricondurre a Slayer e Morbid angel, aumentando ulteriormente la carica della loro violenza sonora. E’ così che Il loro secondo album inizia con una serie di urla disturbanti della durata di circa un minuto, prima di lasciare il posto all’equazione più famosa del metal. Sarà lo stesso Joey a dichiarare, durante un’intervista, come sia bastato un solo tour per riscontrare ancor maggiormente quanto questo mantra sia valido nella vita di tutti i giorni, vedendo le persone avide e senza scrupoli che ha incontrato da quando sono entrati nel mondo dell’industria musicale. Fa un po’ ridere adesso, col senno di poi, pensare agli Slipknot che evitano in tutti i modi la strada per il successo, ma sembra che ai tempi il disco fosse la risposta al tentativo dell’etichetta di spingerli a commercializzare il loro sound, in modo da renderli più appetibili per scalare le classifiche. Quindi sarebbe un po’ come se avessero deciso di intraprendere la strada opposta, creando un lavoro che fosse portato irripetibilmente all’estremo, in un periodo particolare che risulta un incubo anche per i loro standard. I presenti raccontano aleggiasse un clima malsano durante la realizzazione di Iowa, come se un’energia negativa fosse presente mentre registravano l’album e fosse percepibile tanto da influire sugli avvenimenti dei presenti. Lo stesso Ross Robinson, uno che era disposto a trapanarti le tempie se poteva ricavarne qualunque moto di rabbia o frustrazione da mettere su disco, si rompe la schiena all’inizio delle registrazioni, Corey Taylor si taglia con pezzi di vetro, per l’intro sopracitato sono state registrate le urla di Sid Wilson durante un esaurimento nervoso dopo un lutto in famiglia. Non semplice la situazione, quasi surreale, ma i nove squilibrati si confermano una delle realtà emergenti più energiche del momento una volta uscito il disco, che bissa il precedente, anzi per molti rappresenta il loro apice qualitativo ancor oggi. La band è in ascesa, non risparmiando nessuno nemmeno sul fronte live, tanto che si prendono la briga, dopo soli due album, di filmare per il loro primo live DVD Disasterpieces l’esibizione alla London Arena. Una delle loro migliori performance, tanto che parte dei filmati verranno utilizzati nel video del singolo My Plague, compreso nella soundtrack di Resident Evil. Finiranno in molte colonne sonore, tra cui Freddy vs Jason e Rollerball, dove faranno anche un cameo. In Vol. 3 si inizia a sentire una stanchezza di fondo, cosa che alcuni componenti ammettono durante Voliminal: Inside the Nine. D’altronde non fanno mistero di come la loro vita in tour sia portata agli eccessi e al rischio dell’autodistruzione. Mick Thompson si schiaccia il nervo sciatico, mentre Sid Wilson e Shawn Crahan si danno fuoco accogliendo l’invito di Pino Scotto; non è difficile capire che un ritmo del genere è difficile da mantenere costantemente. Nell’album ci sono comunque delle tracce brutali non indifferenti come Three Nill o Opium of the People, ma si avverte anche una certa desolazione di fondo, come se lo sfogo della band avesse esaurito la sua spinta propulsiva o forse il periodo del nu metal stava per terminare e con esso un certo modo di fare musica.

#1
Come detto, l’iconografia della band di Des Moines si distingue anche per le tute, che sono numerate da 0 a 8. Ogni componente viene identificato da un numero e all’inizio dei concerti vengono introdotti sul palco come i giocatori NBA vengono annunciati all’All Star Game. A Nathan verrà attribuito il numero uno e non è così campata per aria l’ipotesi che lo avesse scelto perché gli fosse attribuita molta responsabilità all’interno del gruppo. Se non possiamo definire gli Slipknot come una band innovativa, anche perché le influenze di Korn e Sepultura erano evidenti già dal debutto, lo stesso non si può dire per Joey Jordison. A proposito della band di Belo Horizonte, sarà proprio Joey a mutuare la S del logo della propria band da quella dei Sepultura, così come è sempre lui a dare il nome di Maggots alla fanbase. Dal punto di vista della batteria, su Joey Jordison c’è sempre stata una divisione tra due grossi tronconi. chi lo vedeva come uno sbatti pentole qualunque e chi invece lo considerava uno dei migliori batteristi degli ultimi vent’anni. Pur cavandosela egregiamente in ognuno di questi ambiti, non era sicuramente il migliore come tecnica, né come velocità e forse nemmeno come groove. Tuttavia, aveva uno stile personalissimo che si distingueva da tutti gli altri e permetteva di riconoscerlo all’istante. Tant’è che mi era capitato qualche anno fa di sentire casualmente un suo brano e capire riconoscerlo subito, senza sapere che gli Scar the Martyr fossero il suo gruppo nuovo. Un marchio distintivo della sua esecuzione era creare un groove ricorrendo molto al flam tap su rullante o al paradiddle scomposto tra la cassa e lo stesso rullante. Introduce un drumming basato su incastri tra tom e cassa, diversi da quelli alla Vinnie Paul, oltre agli accenti sugli splash. Altro punto di svolta è stato utilizzare dinamiche costanti con il doppio pedale in un genere come il nu metal dove non era contemplato e anche dopo il suo passaggio rimane usanza di pochi. Per essere un batterista estremo suonava tremendamente sporco, anzi paradossalmente man mano che tenderà progressivamente a pulire e raffinare il proprio modo di suonare, inizierà anche a perdere colpi dal vivo. Una delle cose per cui verrà ricordato maggiormente è il suo ricorrente assolo, quando ad un certo punto del concerto la pedana dove era posta la sua batteria, veniva elevata e ruotava mentre Joey Jordison suonava a testa in giù. Nulla di particolarmente tecnico o impossibile, ma con un grandissimo groove e molto spettacolare, anche per via dell’headbanging furioso. Il cuore pulsante della ritmica è lui, dal momento che Chris Fehn ed il Clown saranno importanti per la presenza scenica durante i live, in studio saranno un buon rinforzo percussivo ma mai fondamentali, questo fino al break di The Blister Exist dove entreranno nella leggenda. Essendo la batteria l’ossatura del brano e lo strumento che controlla siano tutti a tempo, non dev’essere facile gestire nove matti scalmanati tenendo tutto in ordine, come è merito suo se riesce a rendere incisivi dei passaggi che conferiscono un retrogusto infernale a brani come Disasterpiece o Surfacing. Per quanto sia formidabile e profondamente legato al suo strumento, il lato artistico e musicale di Joey non si limita solo alla batteria. Salito alla ribalta forte del successo ottenuto con l’album eponimo, Joey allarga le sue conoscenze all’interno della scena. Diventa così chitarrista nei Murderdolls, un ibrido di industrial, glam e punk che si rifà molto agli anni ottanta e manco a dirlo tratta di tematiche orrorifiche. A ragionamento quindi la mente principale dovrebbe essere Wednesday 13, ma nel primo album Beyond the Valley of Murderdolls Joey Jordison divide con il leader dei Frankenstein Drag Queen From Planet 13 i crediti del songwriting, oltre a registrare quasi tutti gli strumenti. Ma non è solo il circo Grand Guignol delle bambole assassine a far parte delle sue collaborazioni esterne. In quello stesso periodo compare anche nel video Tainted Love dei Marylin Manson e suonerà nel secondo album degli Otep. Entrerà anche nei Korn in sostituzione di David Silveria, rimanendo il batterista ufficiale anche per la lavorazione in studio di Untitled, uno dei loro album più brutti veramente, ma non per causa sua. Diventa anche uno dei quattro capitani della Roadrunner United scelti dalla stessa etichetta per formare un supergruppo, il quale ha realizzato un disco per festeggiare l’anniversario dei suoi venticinque anni.

SIC
All Hope is Gone è il suo ultimo album con gli Slipknot, se escludiamo Antennas to Hell e ci limitiamo alle uscite ufficiali. In seguito, ci sarà la dipartita accidentale di Paul Gray, evento che segna i compagni inevitabilmente. Per alcuni, tra cui il sottoscritto, sarà molto probabilmente la fine della band, se non effettiva quantomeno della loro parabola ascendente. Nonostante ci sbagliassimo, i nove vanno molto vicino allo scioglimento e al ritorno in Iowa, con una pausa da definire e che sembra aumentare col passare del tempo. Rientreranno invece in studio, ma non come ci si aspetta, andando incontro a dei cambiamenti inaspettati, dei quali a fare le spese sarà proprio il batterista. Nell’agosto del 2012 gli viene infatti diagnosticata una malattia neurologica chiamata mielite trasversa, un’infiammazione che colpisce il midollo spinale, sotto molti aspetti collegata alla sclerosi multipla, che gli fa perdere l’uso delle gambe. Va da sé che non potendo più suonare, il suo rendimento nei tour è compromesso e viene licenziato. Considerando che, per sua stessa ammissione quando venne intervistato da Sigur Wongraven, vive solo per la musica e non ha altri interessi al di fuori di essa (anche se rimangono i sospetti su film horror e fumetti), dev’essere stata una bella mazzata per lui. Se inizialmente la dipartita sembra da attribuire alla stessa volontà di Joey, infatti, nel giro di poco tempo sarà lui stesso ad accusare la band di averlo allontanato senza preavviso attraverso una mail. Non potendo suonare la batteria a causa della perdita degli arti inferiori, ripiega sulla chitarra, un modo per rimanere comunque aggrappato alla speranza di non abbandonarsi e cadere completamente vittima dei suoi demoni, oltre a non perdere il contatto con la musica. Non sarà l’unico a cui faranno le scarpe, certo è che viene lasciato solo, abbandonato dai compagni che si definivano una famiglia, costretto ad affrontare la prova più difficile della sua vita.

LEFT BEHIND
Nonostante tutto, grazie alla sua forza di volontà e anche a molte terapie e cure, tra cui la riabilitazione in palestra, riesce a rimettersi in carreggiata e il rinato Joey Jordison è pronto a riaffrontare le difficoltà con rinnovato vigore, tant’è che sembra aver ripreso anche l’uso delle gambe, sebbene non a pieno regime. Se la sua uscita dal circuito gigante fa legittimamente pensare alla fine della sua carriera ci si deve ricredere, perché la sua attività post malattia è frenetica. Nel 2013, quando è ancora in forza agli Slipknot, fonda gli Scar the Martyr, band dedita ad un heavy metal di stampo moderno, pur avendo una moltitudine di influenze che vanno dal nu metal fino al glam, non disdegnando perfino passaggi thrash. D’altronde l’impronta di Joey è quella che è, e risulta personalissima proprio per aver assorbito tramite i suoi ascolti una moltitudine di stili diversi. Esce lo stesso anno il loro primo e unico disco omonimo, accolto abbastanza tiepidamente dalla critica, al quale fa seguito il tour con i Korn e Rob Zombie, che con la sua ex band condivide l’immaginario orrorifico, anche se meno efferato e più marcescente. A causa di dissidi interni si incontrano molte difficoltà per la stabilità della formazione, ma Joey riesce a portare a termine gli ultimi tour prima di sciogliere la band per cambiarne connotati e nome, trasformandola in Vimic. Non solo, nel 2016 entra a far parte anche della band blackened death Sinsaenum, la quale risulta in fin dei conti un supergruppo composto da artisti rinomati della scena metal come Attila Csihar, Sean Zatorsky e Frederic Leclercq, l’elemento da cui parte l’idea per la creazione del progetto. Tanti impegni quindi, che vengono tutti sospesi a causa della pandemia esplosa a inizio 2020, la quale comporterà conseguenze gravissime per il mondo della musica e dell’arte in generale.

TILL WE DIE
Il 26 luglio 2021 viene data la notizia della morte di Joey Jordison e la causa viene attribuita alla mielite trasversa, malattia che si sperava avesse in qualche modo arginato e in parte sconfitto, ma con la quale evidentemente era ancora costretto a convivere non potendola eliminare definitivamente. Quando si parla di una creatura come gli Slipknot si tende a considerarle una di quelle realtà destinate a bruciarsi velocemente, vista l’intensità che ne sprigiona e il conseguente logoramento, un po’ come ad esempio i Pantera e che un membro possa scomparire anzitempo è un fattore di cui si tiene conto, per quanto spiacevole. Fa un po’ male però quando queste disgrazie sono collegate a variabili sfortunate, come un incidente, un fan impazzito o in questo caso una malattia. Cercando di voler trovare alla sciagura un aspetto positivo, uno dei primi pensieri che vengono in mente è che sia riuscito a ricongiungersi con Paul Gray, soprattutto visto che era stato proprio il batterista ad abbracciare la tuta dell’allora ex compagno, durante il tributo che gli avevano riservato on stage. Ci rimane così il ricordo di due persone genuine, definite come gentili e rispettose con tutti. A Joey Jordison è riconosciuto principalmente il merito di aver portato il blast beat nel mainstream, ma è più giusto ricordarlo per aver dato tutto sé stesso alla musica e per essere stato il punto di riferimento di un’intera generazione, che si approcciava alla batteria ispirandosi a lui. Perché alla fine è questo che fanno le icone.



Nu Metal Head
Giovedì 11 Novembre 2021, 18.07.19
5
bel lavoro Fabio, sono rimasto incollato alla lettura dall'inizio alla fine... ci mancherà questo piccolo grande genio della batteria, già ci manca... se non lo aveste già fatto, vi consiglio la visione del video-tributo che la band gli ha dedicato (in modo sincero?) pochi giorni dopo la sua morte, dal titolo: "Joey Jordison: 1975 - 2021", della durata di circa 8 minuti... verso la fine soprattutto ci scappa la lacrimuccia...
Elluis
Mercoledì 10 Novembre 2021, 8.47.01
4
Ottimo articolo, ben scritto e ben dettagliato! Il modo migliore per onorare Joey e tutti gli altri artisti defunti, è ascoltare la musica che ci hanno lasciato!
Lele 13,5 DiAnnṏ
Mercoledì 10 Novembre 2021, 8.12.23
3
Kroupa?
Indigo
Martedì 9 Novembre 2021, 21.07.12
2
Faccio anch'io i complimenti a Fabio per l'articolo e il sentito tributo ad un grande batterista come è stato Joey. Il suo apporto è stato fondamentale nel forgiare il sound degli Slipknot e infatti i lavori che preferisco sono quelli con lui in formazione. Li ho conosciuti nel 2008 su MTV con il video di Psychosocial e da lì ho poi approfondito scoprendo i due primi straordinari dischi.
Black Me Out
Martedì 9 Novembre 2021, 19.24.08
1
Gran bell'articolo, complimenti Fabio! Mi hai fatto venire voglia di rispolverare certi dischi che non ascolto da tempo immemore, per ricordare Joey.
IMMAGINI
Clicca per ingrandire
Joey Jordison
Clicca per ingrandire
Joey Jordison
Clicca per ingrandire
Joey Jordison
Clicca per ingrandire
Joey con Shawn Crahan
Clicca per ingrandire
Joey Jordison
Clicca per ingrandire
Joey e Paul Gray
ARTICOLI
07/11/2021
Articolo
JOEY JORDISON
Oltre la maschera, la musica
 
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]