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Temple of Void - Summoning the Slayer
12/01/2023
( 1056 letture )
Dal titolo sembrerebbe un tentativo di appello per la reunion, alla "Slayer tornate insieme", ma in realtà si tratta di un album vero e proprio.
Al traguardo dei dieci anni di carriera e dopo un trittico bello pimpante, attorno ai Temple of Void si iniziano a nutrire aspettative abbastanza alte. Perchè se con Of Terror and the Supernatural hanno fatto il loro ingresso nella scena, Lords of Death e The World That Was hanno cementato la loro credibilità, spalancando le porte verso i vertici del genere, fino ad arrivare sotto l’egida della Relapse. Tutto questo anche cambiando leggermente la formula da un album all’altro. Perchè se inizialmente il canovaccio della band poteva essere ascrivibile tranquillamente al gothic doom, già dal secondo album si inizia ad orientarsi più verso il death, e con il terzo virano ulteriormente le loro coordinate alzando il tiro, giusto per far vedere che sia l’etichetta doom sia quella death stanno molto strette. Se i Temple of Void possono permettersi questo è in primis grazie alla solidità della loro line up, formata dal batterista Jason Pierce, il bassista Brent Satterly, Mike Erdody al microfono, oltre a Alex Awn e Don Durr alle chitarre. Tutti provenienti da band diverse, ma già dal debutto palesemente affiatati e, com’è ovvio che sia, preparati tecnicamente. A livello di tematiche, e non potrebbe essere altrimenti, i Temple of Void trattano temi oscuri, che vanno dall’horror al dark fantasy, con ogni tipo di terrori e mostri annessi. Stando a quanto dicono loro durante il making of, se nel precedente si parlava dell’ingresso nella bocca dell’inferno come una metafora per lo scivolare verso la follia, in quest’album si parla di trovarsi di fronte ai mostri che scatenano la nostra follia, materia da rendere orgoglio Lovecraft insomma, e ciò lo supporta il fatto che il mostro in copertina sia una via di mezzo tra un diavolone e un mostro coi tentacoli. Genericamente, quando si vuole trasporre in musica qualcosa di immensamente orrorifico ma anche immensamente impegnativo come i grandi antichi di Lovecraft, ci sono principalmente due strade. O si punta su un suono il più possibile devastante sovraccaricando di bpm, in modo che renda l’idea di quanto i mostri siano letali e colossali, i più eruditi direbbero gargantueschi, oppure si cerca di affrontare la cosa proponendo qualcosa di più opprimente e atmosferico, che renda l’idea di qualcosa di disturbante, ma anche di onirico e difficilmente tangibile. I Temple of Void, pur optando per una via di mezzo, propendono leggermente di più per la seconda, e ora vediamo perchè.

Una volta aperto il portale ci troviamo dentro la dimensione dei Temple of Void, i quali non fanno niente per nascondere che non hanno perso una virgola della loro carica. In un certo senso anche troppo, dato che i primi secondi, con tanto di rifferama stile motosega e due secondi di stacco netti, più che da una compagine death/doom sembrano uscire da un disco brutal. Le somiglianze più evidenti sono con i Bolt Thrower e Monstrosity, ma è uno di quei brani che potrebbero partorire anche gl attuali compagni di merende del Corpsgrinder. Per capirci bene e tornando un attimo al discorso copertina, invece di creature provenienti dagli abissi si vede gente appesa ai ganci da macellaio. Tuttavia non di soli sbudellamenti vive l’uomo, dato che l’opener presenta anche parentesi più orientate verso il black come i riff, e qui sì che si potrebbe usare la definizione di tentacolari, oltre a sbizzarrirsi con la pedaliera facendo partire fischiate senza ritegno con il dive bomb. Nella seconda traccia si passa in territori che più si addicono ai nostri, o quantomento più riconoscibili convenzionalmente. Deathtouch è infatti introdotta da un growl catacombale, mentre in lontananza si sentono arpeggi che annunciano una sorta di apocalisse in musica, o comunque qualcosa di cui non essere molto allegri. Dopo poco la canzone inizia a prendere piede con un mid tempo di batteria cadenzato, ma non riesce a stabilizzarsi perchè si assiste subito ad un’accellerazione repentina che porta al ritornello corale e magniloquente. Ma se il brano passera agli annali è merito del break centrale, annunciato da rintocchi di batteria come fossero campane, e nel giro di qualche istante ci troviamo adagiati sul fondale di un abisso, dove tocchiamo il massimo della desolazione. La ripartenza ci ringalluzzisce e ci fa tornare un po' di verve, oltre a portarci verso il finale, dove la composizione raggiunge il suo apice, con hook melodici che si condensano con la polifonia delle voci bianche, creando uno splendido guazzabuglio sonoro effetto centrifuga che va a immergersi fino a sparire nelle profondità degli abissi. Meno grandeur e più caos dissonante in Engulfed, dove a dominare sono principalmente i riverberi e le digressioni di chitarra, che se nella prima parte trovano modo di inserirsi nella jam intrecciandosi ai giochini di batteria, con la seconda decidono di accavallarsi sopra e prendersi tutta la scena. Stando al titolo, A Sequence of Rot dovrebbe portarci in un territorio marcescente all’insegna del disgusto e di schifezze varie, per cui risulta veramente azzeccata l’introduzione sonora, con quel giro di basso che sembra proprio ridere sotto i baffi pensando a cosa si sta preparando per noi, anche se di per sè quello che si sente non è nulla di disgustoso. Tuttavia, a parte tre riff ben inseriti e qualche effetto pregevole, non si rileva nulla di particolarmente memorabile, sebbene un breve accenno di accellerazione ci avesse dato l’illusione che si stesse smuovendo qualcosa di grosso, anche se non è proprio l’espressione migliore da usare visto il titolo della traccia. Da segnalare il growl che invece risulta sempre sugli scudi, difatti sarà anche l’elemento trainante della successiva Hex, Curse & Conjuration, dove i nostri cercano di uscire dalla loro comfort zone e tentano di assestarci un’altra bella randellata come in apertura del disco. Difatti viene movimentata con uno speed up che si sostituisce al mid tempo al quale eravamo abituati, e la traccia si esaurisce in pochissimo, rientrando nella categoria breve ma intensa. Si ritorna in lidi più consueti con The Trascending Horror, dove la sezione strumentale si districa in spazi più ampi, ridando maggior spazio all’atmosfera e concedendosi anche qualche deriva effettistica nel finale. Dissolution come vuole il nome è la conclusione della nostra discesa negli abissi, e decide di terminare l’album con una serie di arpeggi acustici con un cantato flebile sopra.

Ora, di per sè questa conclusione, così come la traccia d’apertura, potrebbero essere visti come colpi d’avanspettacolo che fanno perdere credibilità all'insieme, ma in realtà non sono del tutto d’accordo. Sia perchè in realtà i nostri non hanno mai messo dei paletti alla loro vena compositiva, sia perchè di per sè l’approccio dell’album per come è stato scritto e registrato permettono soluzioni, che danno al lavoro un aspetto eterogeneo. Oltretutto gli slide e il suono ovattato danno bene l’idea di gente che suona immersa sott’acqua. Dovendo fare una valutazione più generale e spostando il giudizio sull’intero platter, la cosa si fa leggermente più ardua. Di base si è proseguito il percorso intrapreso con il loro terzo album, tant’è che si sono ripresele stesse sonorità, e nella loro discografia sono i due album che più si assomigliano in tal senso. Con questo si è mantenuto intatto l’equilibrio tra sonorità doom e quella death che si era raggiunto già dal precedente, e questo è certamente un altro punto a favore. Di contro si ha l’impressione che lo spaziare tra i vari stilemi, se da un lato ha aggiunto nuove carte nel mazzo dei nostri, nell’economia del disco abbia portato a risultati altalenanti, presentando passaggi molto riusciti, con apici qualitativi memorabili, ed altri meno, che rischiano di passare come parti di raccordo se non addirittura effetti di riempimento. Visto l’andazzo dei nostri, che in questa release hanno inglobato in modo più consistente influenze solo accennate in precedenza, non è difficile imamginare che la nuova commistione verrà perfezionata nel prossimo, quando elementi sludge, black e atmosferici saranno assimilati ancora meglio.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2022
Relapse Records
Death / Doom
Tracklist
1. Behind the Eye
2. Deathtouch
3. Engulfed
4. A Sequence of Rot
5. Hex, Curse, & Conjuration
6. The Transcending Horror
7. Dissolution
Line Up
Mike Erdody (Voce)
Alex Awn (Chitarra)
Don Durr (Chitarra)
Brent Satterly (Basso)
Jason Pierce (Batteria)
 
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