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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Ocean of Grief - Pale Existence
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25/10/2023
( 751 letture )
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Gli Ocean of Grief sono attivi da quasi dieci anni, affermandosi all’interno della scena con un doom molto leggero, melodic potrebbe definirlo qualche aspirante suicida, e che presta particolarmente attenzione al virtuosismo chitarristico. Una formula sonora che rimanda più agli scandinavi Insomnium e October Tide oppure ai connazionali On Thorns I Lay. Il loro primo album risale al 2018 con Nightfall’s Lament, uscito due anni dopo il loro debutto con l’EP Fortress of My Dark Self, che già dava modo di poter saggiare le capacità dei nostri.
Ora, l’uscita del loro ultimo Pale Existence mette in mostra sette tracce di quelle belle grosse, visto che hanno tutte un minutaggio che viaggia tra i sei e gli otto minuti. Non c’è quindi modo migliore che buttarsi a capofitto in questo ascolto per farsi un’idea sulle reali capacità di questa band. La formazione è molto ampia, potendo contare su ben sei elementi, tra cui due chitarristi come Filippo Koliopanos e Dimitra Zarkadoula, che saranno essenziali nell’economia del songwriting. Completano la line up Giannis Koskinas al basso, Thomas Motsios alla batteria, Aris Nikoleris alla tastiera, mentre alla voce sfoderano il neoacquisto Nick Vlachakis, che si piazza dietro il microfono proprio nell’anno corrente, giusto per la realizzazione del nuovo lavoro, che ora ci apprestiamo a recensire.
Cala una sorta di drappo funereo all’inizio di Poetry for the Dead, con synth solenni e qualche accenno di tastiera. Quando irrompe il riff tutta l’aria si elettrizza, e una volta che compare anche la voce ci vanno giù come un maglio. Quello che balza subito all’orecchio è chiaramente lo sfoggio di perizia tecnica, cosa che generalmente non viene messa in primo piano, mentre qui non fanno nulla per nasconderla, tra cambi di tempo repentini e la destrezza nell’incastrare perfettamente tra loro le parti ritmiche, nonostante ognuno vada per conto proprio. Va spesa una parola anche per il growl catacombale che sa imporsi soprattutto nella seconda parte della traccia, quando trascina con sè le chitarre in un vortice impetuoso. Da riascoltare sicuramente. In Dale of Haunted Shades l’atmosfera si fa ancora più macabra ed il growl ancora più profondo, viaggiando su sonorità che attribuiamo tipicamente al brutal death, mentre le chitarre si destreggiano in riff e fraseggi senza ritegno. C’è anche un breve break arpeggiato, che richiama l’atmosfera lugubre e fosca invocata dal titolo, per poi lasciare spazio nuovamente ai chitarristi che sfoderano un assolo vertiginoso. Da questi primi minuti risulta evidente che ci troviamo di fronte a un doom metal per palati fini, e con l’inizio della terza traccia diventa ancora più lapalissiano, con un susseguirsi di arpeggi quasi acustici che si rincorrono, per poi dare via libera a riff armonici a profusione. Quando è il momento della voce tutti però tornano in riga, e si avvertono i primi scossoni con un groove travolgente. Nella seconda parte si ha un altro break in coda all’assolo e un’accellerazione repentina con raffica finale di batteria. Unspoken Actions è pervaso da un’atmosfera malinconica, ancora più del solito, ma viene subito soppiantata da un brusco scossone che irrompe come una bufera di neve, incalzata da una cavalcata repentina e sferzata dal growl marcato del cantante. Rispetto alle precedenti qui si evince maggiormente come si sia prestato più attenzione alle chitarre stoppate e agli accenti di batteria, non lesinando comunque sui soliti fraseggi eseguiti sempre con disinvoltura. Imprisoned Between Worlds si distinguerà invece per essere uno dei brani più nebulosi e scuri del lotto, con un lungo arpeggio che fa da preambolo all’enfasi drammatica di cui è investita la traccia, come se i componenti con la loro carica di energia creassero una nuvola nera che cosparge cenere ovunque. Cryptic Constellation è come suggerisce il titolo la traccia più criptica, dove la composizione verte maggiormente sulla cesellatura delle partiture e i componenti possono sfoggiare liberamente la loro perizia tecnica, semmai ce ne fosse bisogno. Sempre su territori vagamente progressive -ma prendete questa definizione nell’accezione più larga possibile-, si colloca Pale Wisdom, con un growl rabbioso che si staglia sopra una sezione ritmica qui più contenuta, ma con un’enfasi epicheggiante. Ci si adagia quindi su un break più diluito e meno roboante del solito, dove alla fine si inserisce anche una slappata di basso. Tempo di chiudere quindi con Undeserving, e che chiusura, verrebbe da dire, visto che non si perde nemmeno una frazione di secondo per mettere subito la chitarra in primo piano. Si ha anche un magistrale gioco tra groove di chitarra e giro di tastiera, giostrato in modo da far riecheggiare quel tono epico già sentito nella traccia precedente. Ultima raffica sonora, con riff a profusione e transizioni serpentine, con riff ossessivo di chitarra appena dopo il breve intermezzo acustico, incastrato perfettamente con un growl profondo, il tutto incalzato da una batteria sostenuta e marziale.
Termina quindi tutto nel massimo dell’enfasi adrenalinica ed in un turbinio di emozioni, lasciando l’ascoltatore appagato ma allo stesso tempo con la sensazione di voler riavvolgere l’album per risentire tutto da capo. Uno dei punti forti dell’ascolto infatti è sicuramente la sua longevità, dato che le tracce oltre a farsi riascoltare volentieri necessitano più di un giro per svelare appieno il loro potenziale. Altro punto di forza è il contrasto tra luce e ombra, credo che pochi album siano riusciti a rievocarlo in modo così efficace. Non è un caso quindi se l’ascolto è consigliato sia a chi è avezzo alle sonorità doom, ma anche a chi si fa ammaliare dalle atmosfere scure e intrise di dramma del gothic metal, perchè qui oltre alla perizia si fa anche largo carico di pathos. Risulta quindi difficile incasellare tutto all’interno di un genere comunque già di suo molto ampio come il doom, e la versatilità è sicuramente un altro punto di forza. Quello che manca forse all’album per ottenere il punteggio pieno è con tutta probabilità il non essere riuscito in più punti della sua durata a raggiungere certi apici che si possono riscontrare in alcuni episodi, riservando così ad alcune tracce una sorta di predominio su altre, che risultano leggermente inferiori, pur rimanendo gradevoli ed esercizi di virtuosismo di pregevole fattura.
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Volevo solo precisare che in questo disco il cantante è ancora Chralambos Oikonomopoulos, ultimo lavoro prima di lasciare, Nikos entra nel 2023 ma non canta nel disco. Grazie
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Poetry for the Dead 2. Dale of Haunted Shades 3. Unspoken Actions 4. Imprisoned Between World 5. Cryptic Constellations 6. Pale Wisdom 7. Undeserving
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Line Up
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Nick Vlachakis (Voce) Filippo Koliopanos (Chitarra) Dimitra Zarkadoula (Chitarra) Aris Nikoleris (Tastiera) Giannis Koskinas (Basso) Thomas Motsios (Batteria)
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RECENSIONI |
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