Privacy Policy
 
IN EVIDENZA
Album

Uriah Heep
Living the Dream
Demo

Raum Kingdom
Everything & Nothing
CERCA
ULTIMI COMMENTI
FORUM
ARTICOLI
RECENSIONI
NOTIZIE
DISCHI IN USCITA

24/09/18
AZAGHAL
Valo Pohjoisesta

24/09/18
HUMAN DECAY
Mefitico

25/09/18
TO END IT ALL
Scourge of Woman

25/09/18
SINATRAS
God Human Satan

26/09/18
OSSUARY ANEX
Holy Blasphemition

27/09/18
STELLAR DESCENT
The Future is Dark

28/09/18
BONEHUNTER
Children of the Atom

28/09/18
RUNNING WILD
Pieces Of Eight - The Singles, Live and Rare 1984 – 1994"

28/09/18
NAZARETH
Loud & Proud! The Box Set

28/09/18
EVILON
Leviathan

CONCERTI

28/09/18
HOUR OF PENANCE
ENJOY CLUB - VICENZA

28/09/18
GRAVEYARD + BOMBUS
ZONA BRONSON - BOLOGNA

28/09/18
THE SECRET + GUESTS
KRAKATOA FEST - TPO - BOLOGNA

28/09/18
EDU FALASCHI
DEFRAG - ROMA

28/09/18
SVLFVR + GUESTS
EXENZIA - PRATO

29/09/18
GRAVEYARD + BOMBUS
BLOOM - MEZZAGO (MI)

29/09/18
EDU FALASCHI + ACID TREE + GUESTS
ARCI TOM - MANTOVA

29/09/18
TORCHIA
KRACH CLUB - MONASTIER (TV)

29/09/18
NWOIBM FEST
GARAGESOUND - BARI

29/09/18
GO! FEST
CSOA SPARTACO - ROMA

Degenerhate - Chronicles of the Apocalypse
( 1592 letture )
Un disco di grindcore è sempre una succulenta sfida per il critico musicale. Una sfida a maneggiare con cautela termini ad alto potenziale esplosivo come fulmicotone e vetriolo; a trovare validi sinonimi per vocaboli quali asce e pelli, più adatti ad indicare gli usi ed i costumi dei nativi americani che dei moderni strumenti musicali; a sostituire con lungimiranza aggettivi come devastante, terremotante, lancinante o granitico che ricordano in modo piuttosto imbarazzante gli effetti di un lassativo scaduto piuttosto che quelli di una musica dal forte impatto emotivo.
A maggior ragione, un album come quello dei romani Degenerhate (il loro primo full-lenght, vero, ma a fronte di una vita intera dedicata al metal estremo e comunque attivi con questo monicker sin dal 2002), che pur restando fedele ai dettami del grindcore li contamina, arricchendoli, con stilemi death e doom, ampliando così i confini del genere senza mai perdere in coerenza, merita ed esige da parte del recensore l’impegno all’uso di un linguaggio meno machista e più curato, in grado di cogliere l’essenza di un lavoro che nei suoi ventisei minuti di durata suddivisi in diciassette song (più intro ed outro), come il Verbo grind prevede, esplora un’ampia gamma di atmosfere musicali che, tutte indistintamente, appartengono ai più remoti, impervi e quindi maggiormente affascinanti terreni del metal.
Possiamo senz’altro paragonare Chronicles of the Apocalypse ad un caleidoiscopio rutilante di suoni estremi che non appaiono però mai confusivi, stordenti: come nello strumento ottico appena menzionato i frammenti colorati di vetro o plastica creano una molteplicità di strutture simmetriche, così le song “de-generate” dal chitarrista Gianluca Lucarini, autore anche dei testi, contengono provvidenziali variazioni ed alterazioni del pur solido tessuto grind che ovviano a sempre pericolose derive verso la temibile monotonia.
La musica che emana dai Degenerhate è infatti saldamente grind, il suo cuore ed il suo nerbo sono costituiti da una furia sonora assoluta, la cui materia prima contiene una significativa, tipica contraddizione: quest’irruenza apparentemente sfrenata è il risultato di un controllo pieno sul suono, a testimoniare ancora una volta che la violenza per risultare davvero efficace dev’essere esercitata con una disciplina ferrea, a mente fredda. La precisione nella stesura e nell’esecuzione non sono affatto in contrasto con l’impeto dell’ispirazione, con l’intensità del furor sacro che guida i Degenerhate, anzi semmai li esaltano.
Interamente grindcore è il muro di suono che s’innalza mastodontico e sembra soverchiare l’ascoltatore, il quale ha solo una possibilità per esperirlo, lasciarsi attraversare, rendersi il più possibile membrana di un processo osmotico, lasciare che la musica lo sovverta fino a mettere a repentaglio le sue forze interiori.
Tutti gli strumenti contribuiscono all’unanimità a creare questo furore: dalla batteria velocissima e martellante, che procede a suon di doppia cassa e blast beat (ma che, laddove necessario, si rivela anche capace di cesellare); dalle chitarre ruvide e poderose, violentemente distorte che pure, grazie alla loro versatilità, restano sempre profondamente sensibili ai cambi d’atmosfera; al canonico duo di voci, un cupo growl ed un inquieto, splendido scream che sembra combattere, incarnandoli, i più intimi demoni. Due forme di cantato opposte e complementari che si avvicendano, sostengono, sovrappongono in quello che resta il registro qualitativamente più alto dell’opera, insieme alla prova delle chitarre. Infine, la registrazione e soprattutto la masterizzazione (ad opera di Scott Hull, chitarrista tra l’altro dei Pig Destroyer, presso i suoi Visceral Sound Studio di Bethesda, nel Maryland), pur enfatizzando la potenza del suono scelgono di non renderlo troppo “sporco” come il genere richiederebbe.
E’ proprio questa ecletticità a conferire al disco la sua originalità e la sua piena maturità. Accanto a song più canoniche, peraltro perfettamente riuscite (Bushit, Power, ma in generale le prime nove della tracklist che risultano più conservatrici), troviamo nella seconda parte dell’album una più libera e fertile osmosi musicale.
È così che il sound talvolta si affina e si fa più nitido, il tecnicismo mai fine a sé stesso lo libera dagli aspetti più limosi e lo conduce spontaneamente verso gli impervi lidi del death: nascono così gli splendidi passaggi chitarristici e gli assolo taglienti, di grande intensità che compaiono ad esempio in New World Disorder o nella cover Running Through The Blood dei Fear of God (una delle due cover presenti nell’album insieme a Cannibal Ritual dei Blood). In altri casi, l’essenza così terrigna, materica del medesimo sound gli consente di passare spontaneamente a certe movenze lutulenti tipiche del doom come nella splendida Fur Is Dead, che mostra nei testi il costante impegno sociale e politico della band. Vi è perfino spazio per il lato più oscuro, black oriented, in Song of Hate and Destruction, dove si manifesta anche un breve ma significativo cedimento melodico.
È, come dire, un naturale fluire, che riesce ad esser contenuto entro un minutaggio scarno che non fa altro che enfatizzarne l’effetto emotivo.
Chronicles of The Apocalypse pone i suoi ascoltatori al centro esatto di un uragano musicale. Apparentemente l’occhio del ciclone, la zona di assoluta calma, è il luogo più sicuro, ma così prossimo ed esposto alla tempesta che lo circonda da non poterne non restare profondamente turbato.
I sostanziali cambi di line up recentemente occorsi che hanno visto la sostituzione del growler, del bassista e del batterista fanno ben sperare nel futuro di una band che ha ancora un suo ampio, personale e significativo contributo da dare al mondo del grindcore.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
98.16 su 156 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2014
Sliptrick Records
Grindcore
Tracklist
1. Intro
2. Bushit
3. Earth First
4. War Inside My Head
5. Behind The Black Horizon
6. Power
7. All The Promises I Have Made
8. Cannibal Ritual (Cover of Blood)
9. Breeding Hatred Inside
10. Fur Is Dead
11. Another You Another Me
12. Last Fight
13. New World Disorder
14. No Excuses Anymore
15. Running Through The Blood (Cover of Fear of God)
16. Under The Same Sky
17. Song Of Hate And Destruction
18. Turn Off The TV Turn On The Brain
19. Outro
Line Up
Max Varani (Voce)
Gianluca Lucarini (Chitarra, Voce)
Angelo Vernati (Chitarra)
Fabio Fraschini (Basso)
Francesco Struglia (Batteria)
 
RECENSIONI
 
[RSS Valido] Creative Commons License [CSS Valido]