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Elliott Smith - Elliott Smith
17/09/2017
( 304 letture )
Il primo album, Roman Candle, era stato poco più di uno scherzo, una manciata di canzoni registrate con un quattro piste nella propria cantina, la voce appena sussurrata perché i vicini non dovevano assolutamente essere disturbati. Ne uscì fuori una cassetta che Elliott Smith regalò alla sua ragazza – a quel tempo anche la manager del suo gruppo, gli Heatmiser – la quale ne rimase talmente colpita che, senza dire nulla a Smith, la fece ascoltare ai capoccia della piccola Cavity Search Records, che vollero assolutamente pubblicare le canzoni così com’erano. Smith, all’inizio molto titubante, fu infine convinto ad accettare e così la sua carriera solista iniziò, completamente per caso. Era l’epoca del grunge e, fino al 94’, Smith era solo uno dei tanti ragazzetti che stavano cavalcando l’onda con il proprio gruppo: gli Heatmiser. Non erano stati molto fortunati, almeno fino ad allora, avevano pubblicato due album (Dead Air e Cop And Speeder) e un Ep (Yellow N.5). Erano riusciti a creare una consistente fanbase nella città natale Portland, ma nel resto del paese rimanevano pressoché sconosciuti. Oltre a questo, all’interno della band iniziavano ad esserci i primi segnali di un imminente scioglimento, Smith voleva allontanarsi dal grunge rumoroso della band in favore di una musica più intimista e personale, era stanco di vedere le proprie melodie sepolte sotto quintali di feedback e distorsioni e vedersi costretto ad urlare testi che, in fondo, non sentiva veramente suoi.

Smith, come moltissimi altri, subì il divorzio dei genitori da piccolissimo e fu costretto a trasferirsi con la madre e il patrigno a Dallas, in Texas. Qui lui e sua madre subirono per anni le violenze del patrigno e quindi, a 14 anni, decise di andare a Portland dal padre dove iniziò a farsi chiamare Elliott Smith e formò gli Heatmiser con l’amico e compagno di università Neil Gust. Il rimorso per aver abbandonato la madre ed essere fuggito via, la paura di stare per fare lo stesso con Gust e il resto del gruppo, le violenze subite in passato e l’incontro con la parte marcia di Portland - quella degli eroinomani - sono tutti temi portanti del suo secondo album solista omonimo: Elliott Smith. La genesi è meno casuale del precedente ma comunque interessante. Roman Candle per un puro caso finì alle orecchie della cantautrice Mary Lou Lord (per la verità nota soprattutto per essere stata fidanzata con Kurt Cobain prima di Courtney Love) che lo volle conoscere, lo convinse a firmare per la Kill Rock Stars Records – garantendogli un’esposizione maggiore – e offrendogli di partire in tour con lei. A differenza di Roman Candle, i cui testi sono perlopiù degli insiemi di frammenti di vita, delle piccole polaroid di quotidianità, i testi di Elliott Smith sono molto più cupi e specifici e gli arrangiamenti, pur essendo perlopiù solo voce e chitarra, più complessi e studiati.
Needle In The Hay , singolo di lancio e brano di apertura, è forse la canzone più famose dell’album e sicuramente fra le più conosciute del repertorio di Smith, grazie anche alla sua inclusione nella colonna sonora del film cult di Wes Anderson I Tenenbaum. Quando si cerca di descrivere Needle In The Hay una dei primi aggettivi che vengono in mente è senza dubbio spettrale, il ritmo sincopato ma perpetuo con cui si fanno avanti gli accordi della chitarra acustica di Smith portano con loro una sensazione di inesorabilità e quando la sua voce – quel sussurro stentato che riesce ad essere così perfetto nella sua goffaggine – si innesta, è palese di stare assistendo ad un piccolo miracolo, una canzone di una semplicità snervante, ripetitiva e magistrale. Il testo è chiaramente la disperata corsa di un eroinomane dal suo spacciatore:

Gonna walk walk walk
Four more blocks plus one in my brain
Down downstairs to the man
He's gonna make it all okay

Non è solo l’astinenza che muove il protagonista, ma la voglia disperata di ritrovarsi subito in un posto migliore, lontano dalle preoccupazioni che lo circondano.

I can't be myself
I can't be myself
And I don't want to talk
I'm taking the cure so I can be quiet
Whenever I want
So leave me alone
You ought to be proud that I'm getting good marks


I testi di Smith non sono quasi mai autobiografici e lui teneva molto a specificare questo aspetto. Needle In The Hay è narrata in prima persona ma non è un esperienza concreta dell’autore, nel 1994 era “solo” un alcolizzato e, almeno per il momento, l’eroina non faceva parte della sua vita. È più probabile che Smith abbia voluto unire il racconto di uno dei suoi tanti amici eroinomani a delle sensazioni di malessere che stava provando lui stesso, magari riguardanti l’insofferenza che provava verso gli Heatmiser. È possibile però che si riferisca anche ai suoi tempi da studente a Dallas, il verso So leave me alone/ You ought to be proud that I’m getting good marks (Quindi lasciami solo/ Devi essere contento che sto prendendo buoni voti) è senza dubbio il più inquietante perché rimanda ad una dimensione infantile e scolastica, probabilmente un ricordo della vita texana di Smith e della paura che gli incuteva il giudizio del patrigno. Ma i marks non sono solo i voti, ma anche i tipici segni dei buchi che gli eroinomani hanno sulle braccia. Non si può comunque dar torto agli ascoltatori che pensavano che Elliott fossero eroinomane, anche se lui a sempre affermato che si tratta di una canzone che “manda affanculo qualcuno”, ma è più probabile che il “needle in the hay” – l’ago nel pagliaio – potrebbe essere una metafora del ricordo dei luoghi dolorosi della sua psiche. Fu lui stesso a spiegare che si trattava davvero di una metafora, in un’intervista ad una fanzine del Mississipi Spongey Monkey: Semplicemente, il mio umore non era un granché quando l’ho concepita. Il primo disco era più sulla gente, era quello il punto di vista. A volte le persone dicono: ‘ah, il secondo disco è tutto sulla droga’, ma non è vero. È un altro punto di vista o un modo attuale di parlare delle cose. Come per esempio parlare della dipendenza affettiva e dei sentimenti contrastanti che uno prova riguarda ai legami. Da un lato è una cosa buona, ma dall’altra non è quello di cui abbiamo davvero bisogno. Emblematica in questo senso è anche Southern Belle, la canzone è veloce e mostra per la prima volta quanto Smith sia un chitarrista sottovalutassimo, i repentini cambi d’accordo e i veloci lick che si susseguono la rendono senza dubbio la più complessa dell’album. Una Southern Belle è una classica “ragazza per bene” degli stati del sud dell’ottocento, ben educata, sorridente, curata e dedita alla famiglia, Smith nel testo della canzone esprime tutto il suo odio per Dallas, la città del sud dove di più ha subito e sofferto, e per le sue contraddizioni e tradizioni arcaiche e primitive:

I don't want to walk around
I don't even want to breathe
I live in a southern town
Where all you can do is grit your teeth


Il ritmo si velocizza sempre più in un crescendo ansiogeno in cui troviamo Smith urlare Killing a Southern Belle!/ Killing a Southern Belle!/ Killing a Southern Belle!. La “Bella del Sud” è l’ennesima metafora per i ricordi spiacevoli del cantautore del Nebraska. Christian Brothers ricalca la tensione della canzone precedente, ma il tema è diverso. Smith parla volgarmente dell’incontro con una persona di cui farebbe volentieri a meno ma di cui non riesce inspiegabilmente a liberarsi, potrebbe essere il patrigno, uno spacciatore o un membro degli Heatmiser.

Fake concerns is what's the matter, man
And you think I ought to shake your motherfucking hand
Well I know how much you care


Fondamentalmente Elliott era un cantautore che aveva scelto l’abuso di sostanze come una grande metafora anche se l’argomento figurativo poteva essere, ad esempio, l’amore, tenendosi in questo modo il più lontano possibile dai luoghi comuni degli abbracci, dei baci e degli addii dolorosi. Smith trasformava tramite queste metafore le relazioni da qualcosa puramente dominato da transazioni verbali (mentire, litigare) ad un processo fisico, proprio come infilarsi un ago in vena o stappare una bottiglia. Ma Elliott Smith non è solo una elegia alla droga, sia essa reale o pura metafora, ma anche uno scrigno di sentimenti molto più variegati, ad esempio Clementine compone insieme a Coming Up Roses e Satelitte una trilogia di canzoni brevi, dolci e orecchiabili sapientemente poste fra brani con tematiche molto più pesanti e drammatiche. La capacità di unire testi tetri a melodie celestiali si nota anche in Single File che, nonostante l’andamento simile a quello di una ninnananna, serba una stilettata autodistruttiva verso se stesso:

You're a murder mile
You idiot kid 
Your arm's got a death in it


Contribuisce ad aumentare l’atmosfera tossica anche il ritornello della magnifica St. Ides Heaven, cantato insieme a Rebecca Gates degli Spinanes: High on anphetamine/ The moon is a light bulb breaking (Fatto d’anfetamina/ La luna è una lampadina che si rompe). A contribuire alla sensazione di desolazione e malessere, la copertina del disco è una fotografia di J. J. Gonson che ritrae della sagome che si gettano da un palazzo, probabilmente nell’atto di uccidersi. The White Lady Loves You More è una dolcissima ballata che per struttura e uso della voce potrebbe benissimo far parte del repertorio di Nick Drake, artista spesso accostato fin troppo spesso a Smith. Al contrario di Drake, Smith non è un romantico che sembra uscito da un’università inglese di fine settecento, in lui non c’è la contemplazione estasiata della natura, anche se condividono un’anima malinconica il cantautore del Nebraska dipinge paesaggi strettamente urbani e si concentra sulle parti più sporche dell’animo umano. È impossibile che non vengano i brividi quando Smith sopra un arpeggio celestiale sussurra:

You wake up in the middle of the night
From a dream you won't remember flashing on like a cop's light
You say she's waiting and I know what for
The white lady loves you more


Ovviamente la “signora bianca” di cui si ha bisogno nel mezzo della notte potrebbe essere la donna amata oppure la droga, non possiamo saperlo. L’importanza di Smith come autore di testi risiedeva anche nella sua ossessione di esplorare gli angoli bui della sua mente, in cui andava a sbirciare per scrivere le sue canzoni, quelle parti della mente che si farebbe meglio a lasciar perdere se si ha intenzione di vivere una vita felice. Smith preferiva rimuginarci ed esplorarli tramite l’arte, piuttosto che vederli come qualcosa di cui sbarazzarsi o vergognarsi. Elliott Smith, come già detto, è l’album più cupo di Smith, ma forse anche il più sincero: nei successivi si diede infatti ad un sound leggermente più orchestrale e curato questo è l’ultimo album registrato praticamente da solo in una stanza e proprio in questo e nella sua conseguente “imperfezione” risiede la sua potenza. Al contrario di Roman Candle, Elliott Smith non passò inosservato e permise finalmente al cantautore di vivere della propria musica, il successo vero e proprio non lo raggiunse mai veramente, solo due anni dopo fece una fugace apparizione nel mainstream quando scrisse Miss Misery per la colonna sonora di Good Will Hunting, il capolavoro di Gus Van Sant, e venne candidata all’Oscar come miglior canzone originale. Smith inizialmente non voleva esibirsi, ma lo convinsero dicendogli che se non lo avesse fatto avrebbero trovato qualcun altro al suo posto. L’esibizione alla premiazione degli Oscar è forse il modo migliore per ricordare Smith come il cantautore “out of place” per eccellenza, un uomo minuto e bruttino, con i capelli unti e lo sguardo basso, costretto a suonare in piedi e non seduto com’era suo solito, con addosso un vestito bianco troppo grande per lui che lo faceva sembrare un bambino che gioca a fare il papà, ma capace di incantare una platea di celebrità che se in un giorno qualunque avessero incrociato la strada con lui avrebbero fatto presto a scansarsi il più lontano possibile. Ovviamente l’Oscar andò a My Heart Will Go On di Celine Dion e la stessa Madonna, rimasta incantata dalla performance di quel cantautore sconosciuto e timido, annunciando il risultato commentò con un laconico e significativo: “oh, ma che sorpresa”. Elliott tornò per la nostra - e sua - gioia ad essere un fenomeno underground, il piccolo uomo che cantava degli sconfitti e dei deboli con una dolcezza che nessuno mai prima si era permesso e con delle melodie che solo una persona dotata di un enorme sensibilità e un talento innato avrebbe potuto concepire.



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INFORMAZIONI
1995
Kill Rock Stars
Folk Rock
Tracklist
1. Needle in the Hay
2. Christian Brothers
3. Clementine
4. Southern Belle
5. Single File
6. Coming Up Roses
7. Satellite
8. Alphabet Town
9. St. Ides Heaven
10. Good to Go
11. The White Lady Loves You More
12. The Biggest Lie
Line Up
Elliott Smith (Voce, Chitarra acustica, Chitarra Elettrica nelle tracce 6, 7, 10 Batteria nelle tracce 2, 6, 9; Tamburino nella traccia 3; Armonica nella traccia 8; Violoncello nella traccia 11)

Musicisti Ospiti
Rebecca Gates (Voce nella traccia 9)
Neil Gust (Chitarra Elettrica nella traccia 11)
 
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