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26/04/25
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THE DEAD DAISIES - Fabrique, Milano (MI), 02/07/2022
08/07/2022 (1045 letture)
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Serata eccezionale per un gruppo eccezionale quella che si è svolta al Fabrique di Milano, i The Dead Daisies sono infatti un supergruppo, formato nel 2012, che ha accolto tra le sue fila musicisti provenienti da band storiche quali Whitesnake, Ozzy Osbourne, Guns N’ Roses, Mötley Crüe, Dio, Thin Lizzy, The Cult e tante altre. Quella dei “supergruppi” non è di per se una novità, tale è mantenere un apprezzabile livello qualitativo atto a soddisfare le legittime aspettative legate all’elevato valore dei componenti. Nel passato, molti non hanno raggiunto tale obiettivo ma fortunatamente non è il caso della superband di stasera! Iniziamo con le note dolenti, nel flyer del locale venivano indicati come orari: H 21 band di supporto e H 22 The Dead Daisies, diligentemente mi sono presentato poco dopo le 21 cosicché alle 21:22 sono calate le luci mentre alle 21:29 sono saliti sul palco i The Dead Daisies, pertanto ho perso completamente l’esibizione del gruppo d’apertura, i Sadness. Riguardo la location, il Fabrique ha una caratteristica positiva ed una negativa, la prima è l’ottima acustica, che tale è rimasta anche in quest’occasione, la seconda i costi al bancone, una Tuborg a 8 euro è ai limiti dell’oltraggioso.
THE DEAD DAISIES Si presentano in formazione a trio per via dell’improvviso ritorno in patria del chitarrista David Lowy, membro fondatore ed unico rimasto stabile, legato ad un’urgenza familiare che auguriamo si risolva prontamente in positivo. Ecco quindi che salgono sul palco l’inossidabile Doug Aldrich, che si è fatto carico di tutte le parti di chitarra, il funambolico Brian Tichy alle pelli e alla voce/basso, rullo di tamburi, nientemeno che The Voice of Rock Mr. Glenn Hughes! Occhiali da aviatore, sorriso smagliante, look hippie e voce tutt’ora impressionante, tra l’età e i suoi trascorsi non esattamente straight edge Hughes fa parte di quella minuta schiera di veri e propri superstiti (capofila Keith Richards) che non finiscono mai di stupire creando un alone quasi mistico sul loro personaggio ed infatti il commento più ricorrente su The Voice lo vede accreditato quale sorta di alieno/highlander! Dopo anni di partnership con la Jackson, Doug Aldrich torna al suo primo amore, sfoggiando uno sfavillante arsenale di Les Paul (principalmente utilizza una Goldtop ndr) dalle quali fuoriescono continue rasoiate e assoli al fulmicotone. Brian Tichy si presenta con un set di batteria abbastanza essenziale, un solo tom, doppio pedale, il tanto caro cowbell, molti piatti ed una marea di bacchette, che più volte scaglia in aria e da tutte la parti! Lo show si apre col roboante riff di Long Way To Go, quale apripista migliore, hard rock graffiante suonato da musicisti dalla classe immensa, i maestri sono saliti in cattedra e già dalle prime note trasuda quello che sarà il comune denominatore di tutto il concerto: energia e grinta a tonnellate. Tra un pezzo e l’altro Hughes ricorda i suoi trascorsi in Italia, dove ha vissuto negli settanta, e si esibisce in quegli acuti in falsetto che sono da sempre il suo marchio di fabbrica e che fuoriescono dalla sua ugola con una naturalezza quasi sconcertante e riescono a penetrare corpo ed orecchie anche quando eseguiti senza il microfono, altro che autotune e simili amenità! A metà concerto arriva l’assolo di batteria in pura tradizione seventies, mettendo in rilievo le abilità del batterista, sia come musicista che come intrattenitore. Dopo le rullate di Tichy c’è spazio per le cover pertanto, introdotta da un intro di Aldrich, tuona Mistreated dei Deep Purple. Durante il pezzo si rompe una corda della chitarra, nonostante risulti fastidiosamente a penzoloni, l’axeman continua a suonare e con eleganza ed esperienza sostituisce lo strumento alla prima occasione utile. A seguire, viene presentato un inedito, di prossima uscita, mai suonato prima in sede live, Shine On brano che, se fosse uscito a fine anni ’80 quando l’hard rock era in auge, sarebbe diventata una hit. Tutti la aspettavano alla fine è arrivata… tra un pubblico, di prevedibile età medio alta, in visibilio il concerto, durato un’ora e mezza, si chiude con una delle pietre miliari del rock, Burn, che ha visto ancora una volta un Glenn Hughes disumano nelle parti vocali. Alte vette per la locomotiva targata The Dead Daisies, capace di incendiare palchi ed animi come oramai pochissimi in circolazione, long live rock’n’roll!
SETLIST THE DEAD DAISIES 1. Long Way To Go 2. Unspoken 3. Rise Up 4. Dead and Gone 5. Radiance 6. Mexico 7. Bustle & Flow 8. Fortunate Son 9. Assolo di Batteria 10. Mistreated 11. Shine On 12. My Fate 13. Like No Other 14. Holy Ground 15. Midnight Moses 16. Burn
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6
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Hughes e Halford 71 anni, Gillan 77. Io per primo ho criticato Gillan per le prestazioni live in anni passati, anche Dickinson che spesso ha faticato, e così è successo anche ad Halford. Poi però hanno ripreso molto bene, e penso che avere alti e bassi con la voce, specie alle prese con certe tonalità e cantando ogni due/tre giorni, sia normale. E questi sono dei mostri, provo un grande rispetto per loro perché sono quelli maggiormente sotto i riflettori (acustici) ai concerti. A breve mi godrò i Purple a Milano, e posso solo che essere felice, quando questi grandi non ci saranno più sarà una tragedia. |
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5
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scusate,ma dire che halford annaspi....io l'ho rivisto per l'ennesima volta a villafranca di verona. se non perfetto, quasi. tagliente e acutissimo,tuttora insuperato e anche lui ha superato i 60. Piegarsi per fare painkiller malamente...l'ho visto solo in un video della reunion 2005 poi dal vivo gliel'ho vista fare eccellente nel 2009 e buonissima tutte le altre volte successive. Hughes è l'altro miracolo della natura (peccato che a me la stragrande maggioranza della sua produzione non esalti come invece fa la musica dei priest ; mi piacerebbe sentirgli cantare un concerto intero dedicato alla musica fatta con iommi e allora si!). Ian Gillan...è stato l'urlatore più assoluto (purtroppo mai utilizzato per qualcosa di veramente metal; ci si avvicina in born again dei black sabbath) ed ha una bellissima voce sui bassi, ora usa quella, l'altra l'ha persa, forse le è imvecchiata peggio dei due colleghi ma ha quasi 80 anni e se dovesse continuare a scrivere musica adatta al suo attuale range (vedi noh what e infinite) e soprattutto a riprodurla dal vivo, farebbe cosa saggia e gradita. In sostanza c'è chi non ha perso la voce (hughes), chi ne ha persa poca poca (halford), chi molta di più,ma sa come adattarsi (gillan) e chi l'ha persa e non si è saputo adattare (coverdale) |
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4
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...hughes e' incredibile...dal vivo....visto qualche anno dal vivo...strepitoso.... |
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3
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Ma sei serio? Halford è costretto a piegarsi per cantare appena decentemente forse non hai mai visto i Priest in formazione originale Hughes L ho visto qualche anno fa e come voce fa ancora paura poi se dormi sui Deep Purple fatti come meglio al momento non si può è un problema tuo |
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Visti in bulgaria domenica di spalla ai judas priest (bombe oazzesche). Rispetto a questi ultimi ho trovato i loro suoni veramente invecchiati male, in generale molto noiosi. Poi oh, opinione strettamente personale e relativa ai miei gusti. Non discuto l'importanza storica degli artisti coinvolti nel progetto, ma io ho fatto tanti sbadigli al loro live. |
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Scusa la precisazione, ma Doug Aldrich è stato brevemente endorser Jackson solo negli anni '80, sono almeno 30 anni che suona Gibson Les Paul. |
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