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Black Spirit Crown - Gravity
23/09/2020
( 253 letture )
Da Cleveland, Ohio, arrivano i Black Spirit Crown, duo dedito a un’interpretazione dello stoner/doom abbastanza personale, fatto non scontato all’interno di una scena i cui difetti conosciamo fin troppo bene.
La band si forma nel 2015 e comprende Dan Simone alla chitarra e Chris Martin (nome piuttosto impegnativo) al basso; entrambi si dilettano anche dietro il microfono, talvolta azzardando anche parti in growl, ma restando per la maggior parte del tempo su lidi clean maggiormente adatti alla proposta.
Il primo disco del duo si intitola Gravity ed è uscito un paio di mesi fa in maniera totalmente indipendente, così come è stata indipendente tutta la gestazione dell’album stesso, i cui brani sono stati registrati nello Studio 138 di Cleveland e in seguito rifiniti, mixati e masterizzati dal solo Chris Martin.
Ne deriva una libertà massima in fase di scrittura e non solo, difatti è ben percepibile durante tutto l’ascolto un continuo sbilanciamento tra forma canzone e fughe psichedeliche, coadiuvate da spunti elettronici presenti, ma mai preponderanti.

La breve ma intensa scaletta ci fornisce già indicazioni abbastanza chiare in merito alla struttura di Gravity: brani di durata mediamente elevata con due poli opposti, rappresentati dalla concisa Teutales e dalla mastodontica titletrack, che occupa coi suoi ventuno minuti quasi metà dell’intero album. Bisogna subito dire che il duo fa tutto da solo, ma lo fa molto bene: i suoni sono curati e soprattutto la chitarra risalta in positivo, con il basso più sacrificato ma comunque presente. Non ci è dato sapere chi suoni la batteria e potrebbe addirittura sorgere il sospetto che in realtà si tratti di una drum machine ben equalizzata nel sound dei nostri, ciò non toglie però che anch’essa risulti piacevole all’ascolto senza mai strafare, ma dando ai singoli brani esattamente ciò di cui hanno bisogno, ovvero un solido e quadrato sostegno ritmico. Menzione positiva anche per le voci, che pur muovendosi nei relativamente poco rischiosi territori della salmodia, riescono a risultare azzeccate nel contesto dei brani, con piccoli scivoloni a livello di intonazione qui e lì che però non inficiano terribilmente il risultato finale.

L’album si apre con Doomstar, che dopo una breve introduzione atmosferica regala subito il riff più memorabile del disco, mettendo il sigillo su uno dei brani meglio riusciti del gruppo. Strofe liquide e cori ben bilanciati conducono l’ascoltatore lungo un percorso dai connotati cosmici che si preannuncia decisamente piacevole. Un altro stacco atmosferico e poi l’ennesimo riff rompicollo portano a una seconda parte dove è un inaspettato growl a troneggiare minaccioso sugli strumenti, con un effetto sorpresa all’inizio un po’ destabilizzante, ma che poi diventa solo l’ennesimo fiore all’occhiello del brano.
Peccato che il resto delle canzoni non brillino tutte come Doomstar, altrimenti staremmo parlando di un disco quasi eccellente; tuttavia passati i sei minuti di Saga, che sembra quasi un pezzo punk da quanto fila veloce e arrabbiato, ma senza avere alcun guizzo e perlopiù con un uso delle voci quantomeno discutibile, arriva Orb, che rappresenta un buon momento psichedelico grazie all’uso dei sintetizzatori. In questo caso è la batteria che sembra cozzare un po’ col resto degli strumenti: il doppio pedale e le cavalcate puramente metal mal si accordano con la fumosa caligine degli strumenti elettronici, ma forse era proprio questo tipo di contrasto che cercavano i Black Spirit Crown e di certo non si può dire che non risulti particolare. Meglio comunque la seconda parte, che rallenta il ritmo per dilatare la percezione dell’ascoltatore con una coda strumentale space rock memore degli Hawkwind.
Teutates si pone a grandi linee sulla falsa riga di Saga e per questo non lascia il segno, sebbene le influenze grunge che affiorano nei cori e il basso più fantasioso del solito non spingono a skippare il brano dopo il primo ascolto; aggiungiamo ancora l’incursione del growl e un paio di stop’n’go ben assestati e il duo si salva in corner.
Ma fin dall’inizio era logico che i Black Spirit Crown avessero riservato il meglio per il finale e infatti Gravity concentra tutte le influenze dei due musicisti in una lunga composizione cosmic-doom pesante come un macigno e prevalentemente strumentale, con i momenti riservati alla voce a dire il vero un po’ debolucci. È sempre difficile riuscire a mantenere alta l’attenzione con un brano così lungo rimanendo nei canoni del genere proposto, che rischia di diventare stucchevole se si supera un certo limite; il duo però fa del suo meglio per mantenere il pezzo su binari sempre piuttosto movimentati, senza sbagliare tempi e alternando con intelligenza le varie sezioni per non risultare troppo ridondante. Forse qualche minuto poteva essere risparmiato, ma ad ogni modo il risultato è gradevole e l’assolo di chitarra che chiude la lunga jam psichedelica è la ciliegina sulla torta di un brano e di un album onesto e per certi versi coraggioso.

Il duo americano è solo agli inizi, ma con Gravity ha già mostrato di avere buone potenzialità, soprattutto a livello di produzione e scrittura. Sarebbe interessante sentire i Black Spirit Crown cimentarsi con un album interamente strumentale perché la voce è l’unico neo che inficia talvolta il buon esito di alcuni brani, ma rimane la curiosità di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di Dan Simone e Chris Martin. Promossi!



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2020
Autoprodotto
Stoner/Doom
Tracklist
1. Doomstar
2. Saga
3. Orb
4. Teutates
5. Gravity
Line Up
Dan Simone (Voce, Chitarra, Theremin, Dulcimer)
Chris Martin (Voce, basso, Tastiera)

Musicisti Ospiti:
Joe Fortunato (Chitarra, Sintetizzatore su tracce 3,5)
 
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