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The Velvet SuperSloths - The Velvet SuperSloths
05/03/2021
( 1061 letture )
Super bradipi di velluto. La recensione potrebbe chiudersi qui, perché mai come in questo caso il nome della band riesce a descrivere così bene il mood della musica che essa propone. Ma proviamo ad andare oltre al nome curiosissimo del progetto e ad indagare meglio la proposta: i The Velvet SuperSloths nascono a Sherbrooke, in Quebec, nel 2014 in un momento di pura goliardia tra amici; Yanick Brouillard e Johnny Maximum stanno scherzando sulla barba di quest’ultimo, asserendo che con quel look il batterista sarebbe stato adatto ad un gruppo stoner rock. Nemmeno mezz’ora dopo ecco che il nuovo gruppo era già formato, grazie ai rispettivi amici Eric Provencher e Jean François St-Cyr, che si occupano delle chitarre.
Manca però un cantante e per questo i ragazzi ricorrono a una semplicissima audizione con la quale viene scelto David Boissé, probabilmente anche perché furbescamente i nostri non si lasciano sfuggire il fatto che egli di mestiere fa l’ingegnere del suono.
Segue il classico periodo di concerti locali dove la band presenta le proprie composizioni inedite finché tra il 2017 e il 2018 i canadesi, dopo quattro singoli rilasciati, si decidono a registrare un album completo scegliendo di approcciare il lavoro con un’etica totalmente DIY. Tutto, dalle grafiche alla registrazione, passando per produzione e mix è ad appannaggio totale del gruppo; solamente per il master finale i cinque si affidano al connazionale Luc Tellier, per mettere la ciliegina sulla torta di un album che è frutto di un lavoro davvero faticoso da parte del gruppo.
Se il progetto iniziale era quello di pubblicare il disco a giugno 2020 per poi andare in tour per il resto dell’estate, per i motivi che tutti noi conosciamo i piani sono cambiati e l’album è potuto uscire solamente il 16 gennaio di quest’anno.
Aspettare quei mesi in più è servito al gruppo per affinare certi dettagli nei singoli brani e ottimizzare ancora di più la produzione e col senno di poi, sebbene non possiamo conoscere la versione degli stessi risalente allo scorso giugno, si può affermare che il disco ne abbia giovato.

Introdotto da un titolo omonimo, il debutto dei The Velvet SuperSloths è un’opera densissima e degna di interesse, che pesca a piene mani dalla tradizione alternative metal anni ’90 trasportando il tutto in una dimensione sì moderna, ma decisamente old school per certi aspetti. La lezione di colossi come Down, Korn e Corrosion Of Conformity viene filtrata da un atteggiamento che prima di tutto risulta estremamente goliardico all’ascolto – si percepisce in modo chiarissimo quanto i cinque musicisti si divertano mentre suonano – e in secondo luogo si modernizza nei suoni e nelle tecniche di registrazione, senza perdere mai la sua appartenenza di fondo.
Difatti nonostante il gruppo sia canadese, e ciò potrebbe suonare lievemente paradossale, i dodici brani del disco puzzano tremendamente di southern rock e sludge, prendendo come riferimento assoluto quel NOLA di cui ancora oggi chiunque prova una tremenda nostalgia. A questa base di partenza costituita da chitarre ribassate dal suono mai troppo compresso e un basso spesso in evidenza, si va a sommare una chiara reminiscenza nu metal che in certi momenti emerge con forza – Where Are You è un pastiche decisamente catchy che tributa l’intera discografia dei Korn ad esempio – e in altri lascia il campo a influenze più classicamente groove metal, a cavallo tra i Pantera e i Lamb Of God più recenti.
Le influenze però sono molteplici e ai nostri piace mettere un sacco di carne al fuoco, con la capacità di saperla gestire quasi sempre al meglio. Trova spazio dunque un certo hardcore punk metallizzato e ovviamente non mancano episodi maggiormente grunge, come nella lunga Realms Of Death, che a discapito del titolo non c’entra nulla coi Judas Priest, semmai invece con gli Alice In Chains: provate a immaginare un brano estratto da The Devil Put Dinosaurs Here, aumentate a dismisura la già consistente componente stoner/doom e otterrete un risultato simile a quello del brano che chiude il disco dei ragazzi di Sherbrooke.
Chiaramente dodici brani per un’ora abbondante di durata sono un numero importante per un disco di debutto e soprattutto per lo stile adottato dalla band, ma è sorprendente la maniera in cui i The Velvet SuperSloths riescono a manipolare la propria musica per creare pezzi solidissimi e senza cedimenti, i quali sicuramente pagano pegno alle numerose influenze fin qui citate, ma riescono a non risultare stucchevoli e a farsi apprezzare anche nei momenti più citazionisti.

Se la band fa benissimo il proprio mestiere, macinando riff e ritmi trascinanti, bisogna riconoscere un merito specifico al cantante David Boissé, dotato di un timbro graffiante e grasso, ideale sia in contesti propriamente stoner rock che in altri maggiormente crossover, ma capace di trasformarsi con estrema facilità in relazione all’atmosfera del brano in cui si trova. Se dovessimo provare a descrivere la voce di Boissé potremmo dire che è il perfetto incrocio tra Chad Kroeger – ascoltare il brano d’apertura Irresistible chiarirà ancora meglio questo paragone – e Neil Fallon, ma le potenzialità del cantante sono davvero moltissime e in questo album si percepiscono tutte; l’eclettismo diventa protagonista in un brano come Dead Red Moon, che offre momenti vocali non distanti da certi marchi di fabbrica di “pattoniana” memoria.
Non sveliamo altro relativo alla nutrita scaletta del disco, che merita di essere scoperta con gli ascolti, ma merita l’ultima menzione Dirty Night, che offre uno dei riff più pesanti e strafottenti di tutto l’album: qui il blues rock viene imbastardito con lo sludge più putrido per tre minuti e mezzo di headbanging senza sosta. Tamarro certamente, ma con una dose di compiacimento accostabile solo a quella che si ha quando si vince una partita a birrapong con i propri migliori amici.

The Velvet SuperSloths è un album d’esordio notevole dunque, che non si ascolta spesso da una band al debutto. Come già detto le ispirazioni sono tante e si sentono in maniera più o meno esplicita nel corso di tutto il disco, ma questo aspetto è anche in parte perdonabile in quanto parliamo di un’opera prima di un progetto appena formato. Quel che rimane sono le canzoni e queste convincono su tutta la linea, sfidando l’ascoltatore a non rompersi l’osso del collo per più di un’ora e vincendo praticamente sempre. A fronte di qualche comprensibile lungaggine – ricordiamo che la band ha lavorato in completa autonomia e di conseguenza senza il filtro di un produttore esterno che limasse eventuali dettagli – e di un episodio trascurabile – la simpatica, ma superflua Sloth-Toé – i The Velvet SuperSloths si impongono con un lavoro che si spera possa avere la visibilità che merita.
I cinque musicisti canadesi hanno delle armi potenti e sanno come utilizzarle al meglio. Ora serve solo un labor limae definitivo e una visione leggermente più focalizzata, ma i presupposti per un secondo disco da urlo ci sono tutto e ci auguriamo che i super bradipi di velluto riescano a superare il buono che ci hanno presentato nel loro debutto. Li aspettiamo al varco con altissime aspettative.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2021
Hell On The Rock
Alternative Metal
Tracklist
1. Irresistible
2. Higher Fire
3. Forsaken Life
4. Dead Red Moon
5. Sold Your Soul
6. Never Too Late
7. I Am Penny
8. Uncertain Outcome
9. Dirty Night
10. Where Are You
11. Sloth-Toé
12. Realms Of Death
Line Up
David Boissé (Voce)
Eric Provencher (Chitarra, Cori)
Jean-François St-Cyr (Chitarra)
Yanick Brouillard (Basso)
Johnny Maximum (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Ludovic Provencher (Chitarra su traccia 12)
 
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