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17/11/26
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Crematory - ...Just Dreaming
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17/12/2022
( 1599 letture )
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Non serve nemmeno dirlo che i Crematory sono uno dei nomi grossi del gothic metal, tant’è che sono conosciuti da appassionati del genere e non. Questo è dovuto a quanto costruito dalla band tedesca in oltre trent’anni di carriera e all’aver inciso tanti, ma tantissimi album. Soprattutto, i lavori che li hanno consegnati agli annali del metal sono quelli del primo periodo, che va da Transmigration ad Awake. Tra questi è presente ...Just Dreaming, secondo album di cui si parlerà approfonditamente in seguito. Nei primi anni Novanta la proposta della band segue quella dei gruppi britannici, un gothic metal indurito da elementi death, con tanto di growl e riff pesanti. Quindi come ascoltare Paradise Lost, My Dying Bride e simili, ma in versione Deustche Republik. Col passare del tempo ed il progredire della discografia le loro radici death degli esordi andranno man mano scemando a favore della componente gothic, elemento questo che li accomuna a molti colleghi sopra citati che hanno condiviso il medesimo percorso. In particolare, la svolta definitiva nella loro discografia, che segna il distaccamento totale dei Crematory dalla loro componente extreme è quella impressa con Believe, perché, da quel momento in poi la mutazione della band continuerà arrivando fino all’industrial del periodo più recente. Se è abbastanza tipico alleggerire il proprio sound nel corso degli anni, quello che invece è più singolare nella storia dei Crematory riguarda la loro line up, a maggior ragione se consideriamo che il batterista Markus Jullich e la tastierista Katrin Jullich non sono più presenti nella band. Il primo era il leader principale, la seconda, oltre ad esserne la moglie, era anche un elemento chiave nella resa del gruppo, sia in veste di tastierista sia nella realizzazione delle campionature, ed entrambi facevano parte della line up fin dall’inizio. Altro elemento chiave per il gruppo presente fin dagli esordi è il cantante Gerard Felix Stass, che per comodità di recensione d’ora in poi verrà chiamato il singer, anche perché l’acronimo lo farebbe sembrare un artista hip hop. Completano la formazione il chitarrista Lotte Forst ed il bassista Harald Heine, che contribuirono nel ‘94 all’uscita di questo ...Just Dreaming. Come detto, all’epoca la band si era appena affacciata sulla scena, quindi, se ora come ora l’etichetta gothic è ancora lontana da venire, in quel periodo la band rientrava eccome nel filone, anzi, non sarebbe neanche sbagliato parlare di gothic death.
Fatta la premessa, possiamo passare al disco. Si inizia con Heavens Troath, che con i suoi due minuti e passa funge da intro, presentandoci quello che è il mood di ciò che andremo ad affrontare all’interno dell’album. Al termine veniamo lasciati a The Eyes of Suffering, che ci catapulta direttamente in uno scenario oscuro, dove le tenebre fanno da padrone, con voce cavernosa alla Paradise Lost e Moonspell, rafforzata da una doppia cassa a mitraglietta, condensato da veloci fraseggi di chitarra. Nel ritornello vengono scanditi particolarmente gli accenni di tastiera, mentre il titolo della canzone viene recitato come un mantra. Nel break centrale la sezione strumentale viene silenziata per lasciare spazio alla voce da canto corale, molto eighties bisogna dire. Non dura però molto, perchè dopo qualche secondo si riprende con uno stacco repentino e si torna al tema principale di questa opener, con la differenza che qui le chitarre carburano ancora di più. Molto più carico di pathos l’intro di Only Once in a Lifetime, dove l’atmosfera si fa più magniloquente e l’elemento gotico della proposta è sicuramente più in evidenza. Non mancano le urla rabbiose dietro il microfono, ma sono i giri di tastiera che giostrano con le chitarre a fare la parte principale. Trova spazio anche un breve accenno di duetto con la voce femminile, ma come detto è una traccia dove sono principalmente le trame intessute dagli strumenti a dettare legge. C’è quindi il primo singolo estratto da questa fatica dei Crematory con Shadows of Mine, che si apre con spettrali accordi di tastiera, come la buona tradizione gothic impone. Tra le nebbie dipinte da Katrin Jullich si fa largo il ruggito, per la verità qui molto meno nitido, del cantante e poste in lontananza si sentono le rullate di batteria. Le liriche in tedesco ben si sposano con l’andamento generale del brano e si incastrano perfettamente con la ritmica imposta dalla batteria. Si fa anche ampio sfoggio di spunti chitarristici, contrappuntati qui dagli accenni di tastiera, ed il tutto contribuisce a creare quell’affresco gotico ricco di pathos e drammatica oscurità, accentuato verso il finale dalla voce sussurrata del singer. Quest’eleganza prosegue in modo ancora più regale, e sotto certi aspetti pomposo, con I Saw the Angel Fly, nel quale l’incipit ci fa muovere i nostri primi passi. Basta poco però perchè arrivi un growl aggressivo a ricordarci dove siamo e la raffica di batteria a darci una buona ridimensionata. Durante il break centrale si torna in un’atmosfera di desolazione, dove tutto tace ad eccezione di qualche arpeggio, ma in poco tempo si riprenderà ancora più furiosi di prima. Nel finale si assiste ad un pregevole sfoggio di abilità dei nostri e la batteria si esibisce in una transizione con colpi ben assestati a cui segue un’accelerazione da parte del resto dei componenti. Una cornice raffinata e magniloquente con questo organo quasi da matrimonio ci introduce a In My Hands. La voce recita un mantra, dopo di che la tastiera irrompe con tutta la sezione strumentale. La batteria segna il tempo mentre la tastiera zompa in modo schizofrenico. Completamente diversa è l’impronta di The Instruction, brano che si districa con un mid tempo a volte roccioso altre più dinoccolato. In realtà il brano tutto ha un’inflessione che potremo dire quasi più verso il black, un po’ per il tono zanzaroso della chitarra e anche per l’utilizzo dello scream in certi frangenti, ma prendete tutto con pinze lunghe cento chilometri. Altro elemento che distingue questo brano è l’uso della voce femminile, mai così centrale rispetto alle tracce precedenti. Si chiude il sipario con For Those Who Believe, annunciato da accordi spettrali di tastiera e voce gorgogliante che sembra uscita da R'Lyeh. L’andamento funereo e nebbioso di tastiera crea un quadro fosco e tremendamente malinconico che ci accompagnerà in questi ultimi brevi momenti del disco, che si chiude con questa lunga e sentita coda strumentale.
Concludendo, questo dei Crematory non è il miglior album nella storia dell’Uomo, forse nemmeno della loro discografia, dal momento che in molti preferiscono i successivi Illusions, Awake o il self titled. Tuttavia insieme all’esordio forma quel blocco di partenza che porta poi al suddetto trittico, dove i Crematory limeranno alcune ruvidità che caratterizzano la spigolosità degli esordi, pur mantenendo ben definiti gli elementi di base. Come ben si sa poi le cose muteranno ulteriormente, ma se si vuole conoscere la band nella sua essenza primigenia, questo ...Just Dreaming rimane un passaggio obbligatorio.
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4
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Nota al recensore: su Encyclopaedia Metallum risulta che Markus e Katrin siano ancora in formazione. Anzi, non se ne sono mai andati via. |
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3
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...bel disco....anche se preferisco quelli successivi .....voto giusto... |
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2
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Chi da sempre ama questo tipo di sonorità e di cantato non può non amare i Crematory, Grandi! |
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1
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Gran bel disco di death melodico. Considerato il loro capolavoro, secondo me è decisamente un must have. Caldo, coinvolgente, mai banale e con una discreta produzione. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Heavens Troath 2. Transmigration 3. Only Once In A Lifetime 4. Shadows Of Mine 5. I Saw The Angels Fly 6. In My Hands 7. The Instructor 8. The Prophecy 9. Dreams 10. For Those Who Believe
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Line Up
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Gerhard Felix Stass (Voce, Chitarra) Lotte Forst (Chitarra) Katrin Julich (Tastiera) Harld Heine (Basso) Markus Jullich (Batteria)
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