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17/11/26
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LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Godflesh - Songs of Love and Hate
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21/01/2023
( 1420 letture )
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Dopo il picco raggiunto con il terzo album Selfless (1994), Justin Broadrick si trova ad un bivio di non poco conto: proseguire sulla direzione dell’album precedente attraverso uno stile industrial sempre più freddo e chirurgico oppure provare a svoltare la carriera della sua creatura musicale provando a sondare terreni sonori diversi? Questo è il fulcro principale da cui nasce la scrittura di Songs of Love and Hate, un lavoro cruciale per il futuro dei Godflesh, che viene generato dalla crescente frustrazione di Broadrick nei confronti dei suoni generati dai sintetizzatori e dalle drum machine, in pratica il cuore pulsante della musica del gruppo fino a quel momento. Le canzoni che finiranno sul disco verranno composte inizialmente con il metodo classico di Broadrick e G.C. Green, ma il duo arriverà presto ad un blocco causato dalla mancanza di dinamica e profondità propria delle macchine analogiche utilizzate. È a questo punto che viene presa una decisione inedita per la band: ingaggiare tra le proprie fila un batterista vero e proprio, che possa da un lato rendere più varia la proposta musicale e dall’altro riesca paradossalmente a renderla ancora più brutale. Il terzo membro del gruppo viene scelto senza particolari problemi e così Broadrick può ricominciare a scrivere grazie al nuovo approccio fornito dal batterista Bryan Mantia, all’epoca reduce da una breve esperienza con i Primus (dove ritornerà poco dopo) e con il progetto sperimentale Praxis.
Non è solo la presenza di una batteria acustica a cambiare la direzione stilistica di Broadrick, ma è anche il suo bagaglio di influenze musicali del periodo, tendenti alla musica dub e hip-hop; come ammetterà poi in seguito, è in questo momento che lo stile dei Godflesh viene influenzato da quello dei progetti paralleli del leader, in particolare dall’illbient dei Techno Animal -che avevano pubblicato il secondo album Re-Entry per la Virgin nel 1995– il progetto che Broadrick aveva fondato nel 1990 con il produttore Kevin Martin. Anche la musica più sperimentale degli Ice– band formata sempre da Broadrick e Martin, ma che comprendeva altri due membri – funge da inflessione per i nuovi suoni del gruppo e tutto questo fa in modo che il sound dei tre si diversifichi di molto rispetto a Selfless: la base di partenza di Songs of Love and Hate rimane un solido industrial metal dai connotati opprimenti e oscuri, ma il songwriting diventa più quadrato e non è difficile riconoscere strutture tipiche della forma-canzone nella maggior parte dei brani in scaletta; il suono della chitarra è sì compresso, ma si apre anche a soluzioni prettamente heavy, con sporadici lead melodici e accordi aperti, mentre il basso rimane l’elemento cardine per la pesantezza del sound, senza alcun virtuosismo ma solo una dose abbondante di concretezza. Ovviamente è la batteria l’elemento che caratterizza maggiormente la proposta, grazie a pattern ora meccanici e adinamici figli dell’industrial, ma capaci di trasformarsi radicalmente di brano in brano per farsi ora più distesi e vicini al trip-hop, ora più carichi di groove con soluzioni che, con un azzardo, si potrebbe dire che strizzino l’occhio al nu metal. Basti ascoltare un pezzo come Circle of Shit, dal fortissimo substrato dub, che vive delle ritmiche simil-funk impostate da Mantia e sul basso sincopato di Green, mentre la chitarra si esibisce in armonici artificiali che rimandano immediatamente agli espedienti sonori sdoganati qualche anno prima dai Korn. Eppure, lo svolgimento del brano è innegabilmente industrial, sia dal punto di vista della produzione –che non valorizza alcun elemento in particolare, ma mantiene tutti gli strumenti sullo stesso piano– che da quello della scrittura, che non vede alcun cambio di registro, ma solamente l’identico pattern ritmico/melodico protratto sino alla conclusione. Il growl di Broadrick si inserisce in questo contesto sonoro con un che di destabilizzante, ma il risultato finale funziona sotto tutti gli aspetti e porta con sé il marchio inequivocabile dei Godflesh. È invece l’amore per la musica elettronica di Bristol che caratterizza l’andamento tarantolato di Hunter, che pare anticipare per certi versi i Massive Attack di Mezzanine calandoli però in un ribollente calderone metal. Per chi ha amato lo stile chirurgico degli album precedenti, l’impatto di Songs of Love and Hate è disorientante, ma la varietà di stili che il trio presenta nell’album fa sì che l’ascolto ne risenta in maniera positiva in quanto a fruibilità: non sarebbe sbagliato infatti definire questo uno dei dischi più accessibili del gruppo, che nel rivoluzionare se stesso ha anche la capacità di assommare e predire alcune tendenze stilistiche degli anni immediatamente successivi. La lunga Gift From Heaven ne è un ulteriore esempio: in quasi otto minuti i tre macinano ritmiche ossessive e puramente metal, ma senza mai perdere quell’afflato funk – soprattutto per quanto riguarda la batteria – che crea l’effetto straniante che rende il disco iconico. Broadrick si concede anche qualche momento in clean, come nell’avvio di Angel Domain, che riecheggia fortemente il lugubre post punk dei Joy Division per poi lasciar spazio a un travolgente brano industrial thrash metal, che accelera a dismisura rispetto a quanto ascoltato fino a questo momento. Sul versante opposto invece si pone Frail, un episodio rarefatto che si apre con un lontano riff stoner/doom coperto da pesanti strati di feedback e prosegue con la voce pulita di Broadrick strascicata e monotona; anche qui tentiamo un azzardo, ma in un brano come questo si percepisce il seme del futuro progetto Jesu, che nascerà solo nel 2004. Il resto della scaletta si compone di momenti altrettanto validi, con i due pezzi introduttivi che settano il mood generale dell’opera grazie a riff heavy spessi e al basso ingolfato di Green, mentre in conclusione Almost Heaven ribadisce il concetto di musica industriale tout court, con un’orchestra di rumori e fischi che viene presto raggiunta da un beat hip-hop e da una laconica melodia di chitarra.
Sebbene Justin Broadrick ritenga Songs of Love and Hate l’inizio della fine dei Godflesh, puntando il dito su come da questo album in poi la band inizierà a perdere irrimediabilmente la propria originale impronta stilistica, è fuor di dubbio che il disco sia una piccola pietra miliare non solo per l’industrial metal, ma anche per la musica estrema e più in generale per lo stile crossover, che nel ’96 aveva già probabilmente detto tutto quello che doveva dire. A riprova di ciò poi la band pubblicherà un album di remix intitolato Love and Hate in Dub nel 1997, che paradossalmente andrà ancora meglio del disco originale e sarà anche meglio considerato dallo stesso Broadrick. Nello stesso periodo la band porterà in tour il disco con una formazione rimaneggiata e un batterista dal vivo, ma anche questa scelta verrà poi definita dal frontman del gruppo come un passo falso. Forse è proprio questo costante bilico tra indecisione e ricerca di nuove direzioni da percorrere che ha creato un’opera che rimarrà unica nella discografia del duo inglese, la quale riascoltata oggi probabilmente paga il pegno di una produzione invecchiata non benissimo, ma non perde un grammo di bestialità e freddezza. Non sarà il capolavoro (per qualcuno sì, in realtà) dei Godflesh, ma Songs of Love and Hate rimane uno dei punti salienti di una carriera quasi sempre brillante.
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5
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Conosco solo Streetcleaner, che comunque non mi ha mai preso più di tanto. Li ho visti dal vivo ed è stato un gran bel concerto. Però questo mi intriga perché il titolo è lo stesso di un album di Leonard Cohen, immenso (come quasi tutto quello che ha fatto). Qualcuno sa se c\'entra qualcosa, se è casuale o se invece è proprio una citazione/omaggio? |
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4
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...streetcleaner....pure.....i capolavori.....questo non e\' male...85.... |
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3
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Sono un fan sfegatato della band e ritengo questo \"Songs of Love and Hate\" un ottimo disco ma per quanto mi riguarda, niente potrà mai battere il mastodontico \"Streetcleaner\". Forse solo il monumentale \"Pure\" ci si avvicina. |
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2
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@hard\'n\'heavy: per me è un grosso sì. |
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1
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una domanda a tutti gli utenti e recensori, il mio negoziante ha \'\'pure\'\' e \'\'selfless\'\' me li consigliate di comprare a scatola chiusa, sono dei grandi cd? |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Wake 2. Sterile Prophet 3. Circle of Shit 4. Hunter 5. Gift from Heaven 6. Amoral 7. Angel Domain 8. Kingdom Come 9. Time, Death and Wastefulness 10. Frail 11. Almost Heaven
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Line Up
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Justin Broadrick (Voce, Chitarra) G.C. Green (Basso) Bryan Mantia (Batteria, Percussioni)
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