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Axel Rudi Pell - Ghost Town
08/04/2026
( 830 letture )
La sterminata produzione del chitarrista teutonico di Bochum Axel Rudi Pell, si arricchisce di un nuovo capitolo discografico. Ghost Town rappresenta il 19° album da studio e vede la stessa formazione rodatissima da quasi quindici anni, con nomi notevoli a supporto, su cui spiccano il grande singer Johnny Gioeli (Hardline) e Bobby Rondinelli (Black Sabbath-Rainbow-Blue Öyster Cult ) al drum kit. Con cadenza pressoché annuale, il guitar man tedesco sforna dischi che hanno una direzionalità chiara, una miscela impastata con i grandi eroi dell’hard del passato e anche questa nuova release non si discosta mai da quello che è il fil rouge della sua carriera. 11 tracce prodotte da lui stesso assieme a Tommy Geiger (Blind Guardian-Helloween), registrate presso i Twilight Hall Studios di proprietà dei Blind Guardian, insomma una produzione fatta tutta in famiglia, se così si può dire. Nei lavori del biondocrinito chitarrista, troviamo, un chiarissimo trademark: hard rock fatto di riff potenti e melodie orecchiabili, molto debitore ai Rainbow e, ovviamente, anche questo nuovo lavoro non sfugge alla ricetta ormai divenuta una costante. Quindi il messaggio è chiaro: prendere o lasciare.

Copertina molto evocativa che distilla un intro dilatato, poi si accendono gli spot con il riff potente di Guillotine Walk sul quale si eleva la grande ugola raschiante del singer e un ritornello anthemico, con le key a riempire le atmosfere; solo dell’ascia da scuola classica e che strizza l’occhio a Ritchie Blackmore. Breaking Seals è settantiana sino al midollo e vede la partecipazione dietro al microfono di un innegabile eroe del metallo germanico come Udo Dirkschneider che dà vita ad una doppia vocalità con Gioeli, brano che ara un percorso grintoso e ruvidissimo, senza però provocare particolari emozioni o applausi da spellarsi le falangi: un onesto pezzo di hard metallico, tutto qui. Così come la titletrack, che viaggia spedita e diretta, anche se diventa abbastanza semplice intuire quale sarà lo sviluppo del brano, nota dopo nota. La verità è che appare inutile attendersi qualche guizzo di freschezza innovativa, la tavolozza di colori musicali proposta non si discosta quasi mai da ciò che ci si attende, assolo compreso. Holy Water spara sensazioni epic con le corde vocali del frontman in grande risalto, confermandosi un’arma ad altissimo potenziale atomico per la band. The Enemy Within sgorga da un arpeggio della sei corde, subito seguito da tastiere nebulose, sviluppando una traccia doom che impatta una montagna di caligine, con il vocalist che vola molto al di sopra della linea dell’orizzonte, chitarra con uso del wah wah e un solismo morigerato, fin troppo, che si inserisce nell’economia del pezzo senza scatenare voli pindarici. Hurricane invece cambia registro, lanciando una composizione infuocata, a rotta di collo, che pone sugli altari l’ottimo drumming serrato di Rondinelli: diciamo che anche qui nulla di nuovo traspare, a parte la violenza sonora molto speedy, cavalcate metalliche annesse e assolo dell’ascia furioso e crepitante. Sanity è la parata di Johnny Gioeli accompagnato da un riff elettrico, il singing è veramente straripante e conferma l’immensa qualità del performer americano, capace di caratterizzare qualsiasi genere calato in qualsiasi song, mentre Towards the Shore accarezza la stesura da ballad pianistica suggestiva, con i tasti d’avorio che recitano un ruolo importante, la voce sale su e colora l’arazzo a sette note, mentre Steps of Stone non colpisce particolarmente, lasciando davvero pochi segnali. Infine arriva Higher Call, segmento che chiude la porta sul disco, scaturendo un ritaglio che fluisce come una ballata per poi trasformarsi in una power song, con parecchi inserti chitarristici. Una release ben suonata, ben prodotta, all’insegna di pezzi rocciosi, cavalcate epiche dell’ascia, tastiere capaci di colorare ed essere portanti e una sezione ritmica più che muscolosa: in definitiva un discreto album, con un grande cantante, che segue un menù ormai noto e familiare per tutti gli aficionados del musicista tedesco.

In sintesi, Ghost Town è l’ennesimo passo discografico che non aggiunge nemmeno un milligrammo di cambiamento rispetto alle uscite precedenti, continuando a percorrere un itinerario dagli schemi ferrei, che hanno reso riconoscibile la firma di Axel Rudi Pell. Con i suoi fan che conoscono bene il trend schematico e imperante, apprezzandolo. Se cercate innovazione, modernità, melting pot, restate distanti da queste note, se amate il passato e la penna compositiva dei tempi che furono a firma teutonica, Ghost Town potrà regalarvi qualche momento piacevole. That’s all folks.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
79 su 13 voti [ VOTA]
Andy
Lunedì 13 Aprile 2026, 18.21.51
6
Axel rudi Pell meritera\' agli annali il premio come maggiore inflazionatore di albums sul mercato...a me sembra un industriale del metallo....si comporta come un officina meccanica...ahahah...esce per forza anche se non ha canzoni valide per accontentare un pubblico di nicchia che molte volte non capisce manco se un album e\' bello o brutto...questo mio trafiletto non vuole essere una critica cattiva ma una semplice constatazione di FATTO!!!....non mi va nemmeno di ascoltarlo questo CD....preferisco tirar fuori dalla polvere il grande e importante masquerade ball ,da voi ,manco recensito...ahah!!
Aceshigh
Sabato 11 Aprile 2026, 9.54.57
5
Certamente non è un disco che regala sorprese (d’altra parte dopo tutti questi anni di attività è anche difficile aspettarsele), però mi è piaciuto di più rispetto agli album immediatamente precedenti, che personalmente avevo trovato un po’ insipidi. Specialmente le prime tracce mi avevano fatto molto ben sperare, poi inevitabilmente s’incontra qualche pezzo skippabile. Il risultato però nel complesso non mi è dispiaciuto affatto. Voto 75
Duke
Venerdì 10 Aprile 2026, 18.31.29
4
...classico disco rainbow-style......un ottimo chitarrista circondato da una buona band......nessuna innovazione.....nessuna sorpresa...
Metaldog
Giovedì 9 Aprile 2026, 15.08.25
3
Per le considerazioni rimando al mio commento sulla recensione di Risen Symbol. Nuovo lavoro non troppo distante dal precedente, buono. Ce di peggio nella sua discografia. Di fatto l’unico erede del suono Dio Rainbow…
Le Marquis de Fremont
Giovedì 9 Aprile 2026, 12.54.13
2
E\' sempre difficile commentare un album di Axel Rudi Pell senza ripetere quanto detto per i precedenti, soprattutto gli ultimi. Ha un suo trademark ed è piacevole da sentire. Qui trovo il sound più sostenuto e non ci sono le ballad (una, forse) su cui Gioeli va alla grande. E\' un po\' in fase di stanca nelle composizioni. Ha parecchia concorrenza al momento, per i miei gusti e nei miei device ma il tempo è bello e nelle uscite a cavallo ci può stare. Au revoir.
Mic
Giovedì 9 Aprile 2026, 9.28.32
1
Il recensore che assegna un 60 a Love Gun, a questo disco di ARP dovrebbe dare 20. Al massimo la mancanza di melting pot può elevarlo fino a 40.
INFORMAZIONI
2026
Steamhammer
Hard Rock
Tracklist
1. The Regicide (Intro)
2. Guillotine Walk
3. Breaking Seals (feat. Udo Dirkschneider)
4. Ghost Town
5. Holy Water
6. The Enemy Within
7. Hurricane
8. Sanity
9. Towards the Shore
10. Steps of Stone
11. Higher Call
Line Up
Johnny Gioeli (Voce)
Axel Rudi Pell (Chitarre)
Ferdy Doernberg (Tastiere)
Volker Krawczak (Basso)
Bobby Rondinelli (Batteria)
 
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