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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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02/05/2026
( 534 letture )
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Nel 1979 i Kansas si trovarono in una situazione scomoda. Dopo due dischi magistrali come Leftoverture e Point of Know Return, avevano già contribuito a definire una versione profondamente americana del progressive rock, capace di fondere ambizione sinfonica ed estro radiofonico. Monolith, il loro sesto album in studio, non arriva però come una naturale riconferma di tali qualità, bensì come il documento di una fase di transizione: irrequieta, a tratti ispirata, ma spesso segnata da tensioni interne.
Fin dalle prime note di On the Other Side, Monolith rassicura gli ascoltatori di lunga data con elementi familiari: il violino di Robby Steinhardt che si intreccia alle chitarre stratificate, il lirismo filosofico di Kerry Livgren e la voce inconfondibile di Steve Walsh. È un’apertura solida -tra i momenti migliori del disco- che conserva la grandezza tipica della band lasciando intravedere un approccio più diretto. Eppure, quasi subito emergono le crepe. Si tratta del primo album autoprodotto del gruppo, e questa scelta si fa sentire. In alcuni passaggi gli arrangiamenti risultano eccessivamente carichi: più che complessità naturale, sembrerebbero un tentativo di compensare una certa mancanza di direzione e l’assenza di una guida produttiva esterna rende il suono complessivamente meno coeso. Una delle problematiche che affliggono Monolith è la crescente distanza tra Kerry Livgren e Steve Walsh come autori. I brani non danno più l’impressione di nascere da una collaborazione, ma di essere una commistione di idee diverse che convivono sotto lo stesso tetto. Livgren si muove verso territori introspettivi e spirituali, mentre Walsh privilegia un approccio più diretto e orientato al rock radiofonico. Questa dualità garantisce varietà, ma compromette in un certo senso l’unità del disco. Non a caso, nessun brano porta la firma di entrambi, contribuendo a quella sensazione di divisione interna. Anche sul piano tematico emerge la distanza: Monolith viene spesso associato alla futura conversione religiosa di Livgren, ma qui siamo ancora in una fase di ricerca, più che di affermazione. Brani come Reason to Be e Away From You trasmettono un senso di sincera inquietudine, anche quando l’impianto musicale si avvicina a sonorità più accessibili. Dal punto di vista stilistico, Monolith segna un cambiamento evidente. Le lunghe composizioni articolate tipiche dei Kansas degli esordi lasciano spazio a strutture più compatte, riff di chitarra più marcati e una generale inclinazione verso un rock più mainstream. Il risultato è un suono che si avvicina all’AOR più sofisticato, con tastiere meno centrali e un ridimensionamento degli elementi strettamente progressive. Questa deriva tuttavia non è priva di qualità. Brani come Angels Have Fallen e A Glimpse of Home dimostrano che la band è ancora capace di grande dinamismo e capacità di interazione. La sezione ritmica, in particolare, beneficia di questa maggiore immediatezza, guadagnando presenza e incisività, ma i compromessi sono evidenti. People of the South Wind, il singolo principale, è ad esempio uno dei momenti più controversi: un esperimento con venature disco che molti considerano fuori luogo nel contesto della band. Non manca di fascino, ma appare disallineato rispetto all’identità storica del gruppo americano.
Col senno di poi, Monolith viene spesso definito "l’inizio della fine", ma è una lettura riduttiva. È più corretto vederlo come un album di passaggio, che cattura i Kansas mentre cercano di ridefinire la propria identità in un contesto musicale in evoluzione e sotto pressioni interne sempre più forti. Si percepisce costantemente come un grande risultato potrebbe essere davvero a portata di mano. Molti brani sono validi se presi singolarmente, ma raramente il disco riesce a trasformarsi in un’opera davvero coesa, funzionando meglio come raccolta di pezzi solidi che come dichiarazione artistica complessiva. Questo Monolith non è un album imprescindibile dei Kansas, ma è un tassello fondamentale per comprenderne il percorso. Racconta il momento in cui le certezze iniziano a vacillare, quando l’ambizione progressive si scontra con esigenze più commerciali e trasformazioni personali. Per chi è disposto ad accettarne le contraddizioni, resta un ascolto interessante e significativo, seppur diseguale.
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5
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Anche per me gran bell’album. Non era facile tenere botta qualitativamente dopo Leftoverture e Point of Know Return, ma qui si difendono benissimo. Le mie preferite: la stupenda opener On The Other Side e la delicata Reason To Be; in mezzo comunque tante belle cose. Lo preferisco alla maggior parte degli album successivi. Voto 82 |
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4
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Poco reclamizzato, regge bene il confronto con il passato. La mia preferita è Angels have fallen anche, se non soprattutto, per il intrecci vocali. Forse il periodo che mi prende di meno è quello AOR con i fratelli Elefante. Bei dischi, ma...e dovrei riascoltare bene quelli con Steve Morse. Mentre ricordo come veramente buoni anche quelli degli anni 90-2000, Freaks of nature compreso. 75 |
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3
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Bo, per me uno dei loro album migliori, splendido come i precedenti |
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2
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Fabio,l\'unico che mi ha sempre creato problemi è Freaks Of Nature...secondo me scarsino,questo Monolith un 75 se lo merita. |
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1
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Sicuramente disco minore, ma non assolutamente brutto ( cosa che i nostri non hanno mai fatto). Diciamo che esce dopo la prima fase culminata col live Two For The Show, e qui si sentono un po\' i dissapori fra i due compositori principali ( Livgren e Walsh ), con Livgren condizionato dall\'ispirazione religiosa e Walsh portato a scrivere materiale più duro e trascinante. Per superare questa fase entrambi fanno uscire un album solista e Livgren fonda un gruppo cristiano part time, gli AD. Per me non è l\'inizio della fine, in quanto amo anche i Kansas più aor con Elefante e ritengo il rientro di Walsh addirittura entusiasmante. Voto 70 |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. On the Other Side 2. People of the South Wind 3. Angels Have Fallen 4. How My Soul Cries Out for You 5. A Glimpse of Home 6. Away from You 7. Stay Out of Trouble 8. Reason to Be
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Line Up
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Steve Walsh (Voce, Cori, Tastiera) Rich Williams (Chitarra acustica ed elettrica) Kerry Livgren (Chitarra, Tastiera) Robby Steinhardt (Violino, Voce nei brani 3,4,7) Dave Hope (Basso) Phil Ehart (Batteria, Percussioni)
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RECENSIONI |
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