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Il Vuoto - Weakness
13/02/2016
( 756 letture )
Davvero uno strano animale, il doom contemporaneo. Se infatti è incontestabilmente vero che i generi musicali non sono per definizione dei monoliti dal codice genetico scritto immutabilmente, è altrettanto innegabile che poche altre “famiglie” si sono evolute e diversificate più di quella che negli anni ha raccolto e in buona parte rielaborato l’eredità dei pionieri Black Sabbath, Pentagram o Saint Vitus, creando rivoli dalle sfumature e prospettive sonore ormai molto diverse tra loro. Così, a fianco di una pattuglia di fedeli discepoli del modello muscolarmente sabbathiano (Dread Sovereign, tanto per citare un approdo recente dalla spaventosa resa qualitativa), si è consolidata anche una tradizione sbilanciata sul versante “emozionale”, sia nella declinazione più pura (My Dying Bride, Saturnus) che in quella ad alto tasso di contaminazione death o gothic (Swallow The Sun, Draconian), senza contare il manipolo di sacerdotesse che si è specializzato nella distillazione di pozioni dallo spiccato perlage psichedelico (Jex Thoth, Subrosa). Ma, al di là delle notevolissime differenze che contraddistinguono inevitabilmente approdi tra loro così diversi, in tutti questi sviluppi sembra ancora perfettamente riconoscibile un’eco dell’esplosione originaria che ha dato origine all’universo doom, soprattutto in termini di drammatizzazione della scrittura, generando onde che accerchiano e travolgono l’ascoltatore.
Il discorso si complica invece mano a mano che ci si allontana dal centro di gravità del genere, fino agli estremi confini dove l’energia si spegne lasciando il campo alle cristallizzazioni funeral. Ed è qui, nelle rarefazioni intrise di spettralità che precedono il vero e proprio trapasso nella poetica funeral, che muove i suoi primi passi una band che ha già peraltro indirettamente lasciato tracce non indifferenti nel metal panorama tricolore. Dietro il moniker Il Vuoto, infatti, in veste di unico mastermind, si cela il nome di Matteo Gruppi, protagonista di quello che è stato forse il miglior album italico del 2015 in ambito black a spiccate tinte folk con il progetto parallelo Chiral. Evidentemente non pago di aver posto una seria candidatura alla statuetta premio di un ipotetico Agalloch Award 2015, Gruppi si concentra ora sul versante più denso e oscuro dell’ispirazione, pur senza abbandonare del tutto le suggestioni black. Il risultato è, anche in questo caso, di tutto rispetto e i quarantacinque minuti di Weakness scivolano via con diverse tacche qualitative in più di una semplice “gradevolezza”, con un livello di attenzione costantemente sollecitato dalla capacità del Nostro di mantenere la barra dritta su una rotta doom pescando contemporaneamente a piene mani (ma con pari classe e discrezione) dai registri black e folk.
In realtà, il vero punto di forza dell’album si colloca nell’edificazione di strutture e atmosfere dalla delicatezza struggente, pur senza rinunciare del tutto a tratti di inquietudine in cui il grigio dell’ossatura minaccia di trascolorare in un nero disperante. E’ un doom che non riempie angosciosamente gli spazi (del resto, Il Vuoto… nomen omen, latinamente e freudianamente), ma ne contempla piuttosto la sconfinatezza come fonte di solitudine, per un approccio che altrove abbiamo definito “in sottrazione” e di cui sono maestri gruppi anche tra loro molto diversi come Skepticism e Lethian Dreams (ecco, volendo a tutti i costi trovare delle affinità elettive, i lavori di Carline Van Roos e compagni sono forse quelli che più si avvicinano a questo Weakness). Alla resa complessiva, oltretutto, giova anche la scelta stilistica per le parti vocali, tutte giocate su uno scream che non si solleva mai dalla linea di galleggiamento tracciata dagli altri strumenti ma, anzi, mantenendosi largamente al di sotto, contribuisce alla perfezione alla resa di quei toni pastello che sono il vero motore del platter.
Tocca all’opener And Night Devours Me riassumere e portare contemporaneamente al massimo livello di rifinitura tutte le potenzialità della one man band piacentina, a partire da una discreta predilezione per un’effettistica “ossianica” (il richiamo ripetuto di un rapace notturno, gli scrosci di pioggia), passando per il ruolo di una sei corde in libera uscita dagli stilemi classici del genere (finanche Santana potrebbe apprezzare alcuni passaggi dell’interminabile riff centrale), e planando sul cuore del brano, un pianoforte che, con pochi e radi tocchi, innalza magnifiche cattedrali di spettralità. Dopo una simile esplosione di emozioni, convince un po’ meno la successiva The Harvest, dove le classiche abrasioni black (in questo caso più nella declinazione Gris che Agalloch) innestano riverberi acidi e dissonanze sulla trama ma senza raggrupparsi davvero intorno a un’idea-forza centrale che avrebbe probabilmente giovato all’esito complessivo. L’operazione riesce meglio in Sea of Emptiness, spaccata in due da un lungo intro ad alte dosi di solennità e chiusa da una divagazione acustica che va a morire in un quieto sciabordio di onde.
Detto di un pianoforte ancora splendido protagonista nella brevissima ma toccante And Night Took Her, si riparte con la gelida Through Mirrors I Saw The Ghost of Me, solcata da onde drone/ambient che imprigionano a mo’ di bozzolo toni e frequenze secondo la lezione dei migliori Nadja, mentre l’accenno di un coro sullo sfondo rende ancora più etereo il gioco di forme in primo piano. Ma proprio mentre la tensione sembra aver raggiunto l’apice della rarefazione, decolla il pezzo più cinematografico della tracklist, I, Essence of Nothingness, sorta di cascata di colori che si irradiano a profusione secondo un canovaccio che non dispiacerà agli amanti dello sludge se non addirittura ai devoti del post metal, limitatamente, beninteso, alle sue componenti più melodiche. C’è spazio per un ulteriore cambio di registro grazie alla conclusiva Closure XXVII, che si affaccia come reprise dell’opener, depurata ora da qualsiasi orpello e presentata nella sua veste “scheletrica” per esaltare la malinconia sottesa all’ispirazione.

Trasparenza, giochi di specchi, dissolvenza, materia in progressivo abbandono dello stato solido, Weakness è un album che fa della raffinatezza il suo asse portante, unitamente a una propensione quasi sinfonica che, lontanissima dalla magniloquenza a cui spesso indulgono le metal band che approcciano il genere, si gioca tutta su un’essenzialità quasi filiforme. Prima i Chiral, adesso Il Vuoto, il nome di Matteo Gruppi è definitivamente uscito dal lotto delle promesse per approdare a quello delle solide realtà, non perdiamolo di vista.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
gamba.
Sabato 13 Febbraio 2016, 23.10.13
1
recensione ricca di spunti, ascolterò sia quest'album sia i chiral, grazie!
INFORMAZIONI
2015
Satanarsa Records
Doom
Tracklist
1. And Night Devours Me
2. The Harvest
3. Sea of Emptiness
4. And Night Took Her
5. Through Mirrors I Saw The Ghost of Me
6. I, Essence of Nothingness
7. Closure XXVII
Line Up
Matteo Gruppi (Voce, tutti gli strumenti)
 
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