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Wolves in the Throne Room - Two Hunters
07/10/2017
( 947 letture )
I will lay down my bones among the rocks and roots of the deepest hollow next to the streambed
The quiet hum of the earth's dreaming is my new song
When I awake, the world will be born anew


Ad un anno e mezzo da un debut col botto quale Diadem of 12 Stars, che li aveva rapidamente fatti conoscere ed apprezzare al pubblico internazionale, agli inizi dell’autunno di ormai dieci anni fa fecero il loro ritorno sulle scene i Wolves in the Throne Room, con un disco che, non a torto, ne consolidò la fama e li rese uno dei nuovi nomi maggiormente di spicco all’interno dell’ambito black metal. Se la peculiare proposta musicale dei fratelli Weaver aveva difatti saputo colpire molti ascoltatori nei 60 minuti offerti nel full-length di debutto, in Two Hunters essa va a rafforzarsi e completarsi, maturando e distinguendosi ulteriormente per originalità, marcando dunque il segno, nonostante le sole quattro tracce nuovamente incluse mantengano il minutaggio complessivo orfano di quasi un quarto d’ora di musica rispetto al precedente.

Ascoltare un disco dei Wolves in the Throne Room senza conoscere le idee e le ispirazioni dei Wolves in the Throne Room non rende completa tale esperienza, per cui chiunque si avvicini ad album come Two Hunters, dovrà tenere a mente (magari dopo qualche informativa ricerca in rete), l’importanza cruciale data dal combo statunitense alla natura e ad una quanto più perfetta simbiosi con essa. Tanto da utilizzare il proprio black metal atmosferico o, per meglio etichettare, Cascadian black metal, come -volendolo esplicare semplicemente- mezzo per esplorare una spiritualità che porti l’ascoltatore e l’uomo a riavvicinarsi alle potenze, alle forze, agli istinti primordiali legati alla natura e ancora presenti nel proprio inconscio, abbandonando non senza critiche e rancori tutto quanto sostiene il mondo attuale, dalla tecnologia al progresso, dalla modernità alla civilizzazione, fautori di null’altro che fallimenti.
Difficile, qualora si voglia intraprendere tale percorso di riavvicinamento ai primordi e alla natura, trovare traccia migliore con cui farlo che Dea Artio, la strumentale opener di quest’uscita. Riecheggiando sin dal titolo la simbiosi tra uomo e universo (Artio era dea celtica della caccia e dell'abbondanza, spesso raffigurata come un’orsa), nei suoi sei minuti scarsi questo brano ci accompagna in un’atmosfera celestiale, come se ci trovassimo veramente a camminare tra gli alberi fitti di una foresta del Pacific Northwest, o meglio, di Cascadia. La lenta e suadente batteria scandisce la via per una chitarra maestosa, che crea un muro sonoro imponente intrecciandosi fluidamente con la tastiera, dando vita ad un malinconico unicum difficile da sezionare e discernere, quasi ci trovassimo di fronte ad un fronte di nuvole compatte, ad un fitto banco di nebbia, a dell’umidità sospesa nell’aria. Per un momento, le dinamiche di quest’intro sembrano esulare da quanto sino a quel momento proposto dai Wolves in the Throne Room, ma ciò non deve trarre in inganno e quanto hanno in serbo le tre tracce successive non tradisce certo il marchio di fabbrica degli statunitensi. La prima a farlo è Vastness and Sorrow che ci riporta subito alla memoria il talento di questi lupi (che, anche in questa sede, ci ricordano a tratti i monumentali esordi di altri lupi di norvegese memoria, anch’essi raffinati e oscuri tributi alla natura, seppur con presupposti differenti) per i riff potenti e d’effetto, che in questa dozzina di minuti vengono usati con precisione e cura, creando strato su strato una composizione che si evolve fluente ed ipnotica, partendo come una tempesta furente a suon di blast beat, venendo forzatamente riportata all’ordine, salvo poi elaborarsi nuovamente, crescendo senza quasi darlo a vedere. Ogni passaggio, ogni cambio di tempo appaiono ben accompagnati dalle cupe e feroci urla di Nathan Weaver, a tratti riverberate, che interpretano con passione il breve testo, senza tuttavia rubare spazio allo sviluppo dello strumentale, lasciato libero di ammaliare l’ascoltatore e a sorprenderlo e ributtarlo nel maelstrom furente con stupefacente regolarità.
A seguire, posta tra le due ‘bestie’ del lotto, ecco Cleansing che, come da titolo, ci purifica almeno in parte -e solo per un momento- dall’assalto sonoro a cui abbiamo appena assistito, ricucendo lo strappo con nuovi inserimenti di rumori naturali (già presenti nell’intro), ritmiche decisamente più rallentate ed un eterea e onirica voce femminile, quella della quasi sacerdotessa Jessika Kenney, che ritroveremo brevemente anche in Celestial Lineage, nonché in Monoliths & Dimensions dei Sunn O))) (non del tutto a sorpresa, dopo tutto, dato che questa release venne licenziata dalla Southern Lord Recordings del buon Greg Anderson). La pace e la solennità non sono destinati tuttavia a resistere, tanto che una fulminea e tagliente batteria ci riporta presto in carreggiata, dove a riaccoglierci, noncuranti del ritmo comunque rallentato, sono gli affilati vocals di Nathan che ci invitano ad un rito nel cuore della foresta, lontano da dove osano gli altri uomini, al tramonto, per dar voce ad antiche liriche e diventare tutt’uno con la natura, anche tramite un bagno in cristalline acque gelate.
Chiude quella che in molti si troveranno a definire come un’opera d’arte I Will Lay Down My Bones Among the Rocks and Roots, traccia imponente e compatta, in grado di superare la prova di un minutaggio importante, oltre i diciotto minuti, grazie all’indubbio talento dei suoi creatori. Come già anticipato, ci troviamo di fronte ad un pezzo maggiormente tirato che, come Vastness and Sorrow (con cui senza dubbio si gioca la palma di miglior brano Two Hunters), si evolve in maniera sorprendente ed interessante, pur mantenendosi costantemente coesa e coerente, lunghi dall’inciampare in filler ridondanti o noiose soluzioni arrangiate alla meglio. La fine, catartica, dei tormenti umani, con un risveglio che sa di rinascita, è il tema portante delle nuovamente brevi lyrics che accompagnano una traccia che sa nuovamente aprire, dopo un’intro lenta che si lega alla precedente, aggressiva e incalzante, per poi rapire tra le spire di uno stacco ambient sul quale in seguito va a costruirsi di un arabesco in drumming, che ci riporta alla vera anima black del disco, in un crescendo scandito dalle urla che non dà tregua. Nuovo cambio, nuovo rallentamento, questa volta maggiormente marziale e vigoroso, che continua a crescere e a lasciare un senso di aspettativa non indifferente, riempito da un riffing elegante e cristallino. C’è ancora tempo per qualche ultima scintilla di fiamma nera, prima di un’uscita di scena raffinata, in cui fanno il loro ritorno sia la voce femminile che i rumori della natura.

A 10 anni di distanza, è possibile capire con maggiore facilità il vero valore di Two Hunters e la ragione per cui questo disco ha portato così in fretta i Wolves in the Throne Room alle vette del black, in particolare atmosferico, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Un platter che non è semplice da descrivere a parole, ma che va vissuto attraverso numerosi, attenti ascolti, sia nella sua bellezza di singola, fine, squisita produzione, che come anello di congiunzione all’interno dell’ancor oggi inarrivabile triade di perle che hanno dato l’avvio ad una delle formazioni black senza dubbio più particolari e complete, tra quelle nate dopo il cambio del millennio. Da non perdere.



VOTO RECENSORE
92
VOTO LETTORI
85.2 su 15 voti [ VOTA]
enry
Sabato 14 Ottobre 2017, 6.25.48
3
Grande disco, ma occhio perchè col nuovo disco non siamo tanto lontani. Comunque, forse ci sarà una attenzione mediatica a volte esagerata per essere una band black, ma a me piacciono tutti i loro dischi, dal debut fino al nuovo arrivato.
valz
Sabato 7 Ottobre 2017, 19.07.16
2
voto 100 con lode, trascendentale. uno dei migliori dischi black in assoluto.
Luca
Sabato 7 Ottobre 2017, 18.46.38
1
Capolavoro del cascadian
INFORMAZIONI
2007
Southern Lord Recordings
Black
Tracklist
1. Dea Artio
2. Vastness and Sorrow
3. Cleansing
4. I Will Lay Down My Bones Among the Rocks and Roots
Line Up
Nathan Weaver (Voce, Chitarra)
Rick Dahlin (Chitarra, Voce)
Aaron Weaver (Batteria)

Musicisti Ospiti
Jessika Kenney (Voce in traccia 3, 4)
Sty Orc (Corno)
 
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