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Nibiru - Qaal Babalon
08/12/2017
( 859 letture )
Un misterioso pianeta di cui avremmo perso memoria e conoscenza ma al cui irrompere nelle traiettorie del sistema solare interno già gli antichi Sumeri attribuivano il contributo decisivo per la nascita e lo sviluppo della vita sulla Terra… è sostanzialmente questo, nella piccola ma agguerrita comunità ufologica mondiale, uno dei pilastri della cosiddetta “teoria degli antichi astronauti”, che ci vorrebbe eredi di civiltà extraterrestri piuttosto che frutto di millenari processi di evoluzione e selezione naturale, in un intreccio inestricabile tra potere distruttivo (alcuni identificano il pianeta con Nemesis, l’ipotetica sorella malvagia del Sole che, con le sue escursioni dalla nube di Oort, sarebbe responsabile delle estinzioni di massa, a partire dall’ecatombe del Permiano) e dinamiche di sviluppo. Da questo retroterra astronomico/(pseudo)scientifico, i Nibiru hanno preso spunto per la scelta del moniker, avviando un percorso di cui densità e oscurità sono stati fin da subito il tratto artisticamente decisivo, arricchito da un misticismo che si è concretizzato nella scelta del cantato in alternanza tra italiano e lingua enochiana, da cinque secoli forma espressiva per antonomasia del movimento alchemico a forti tinte esoteriche.

Inserito troppo spesso un po’ superficialmente nel microcosmo drone, il terzetto di Torino ha immediatamente dato prova di coltivare velleità di ben più ampio respiro, in termini di orizzonti creativi e già con l’ottimo debut Caosgon (fresco di più che opportuna e meritoria ristampa a cura della Argonauta Records, sotto le cui insegne i Nostri sono approdati dopo il canonico apprendistato in autoproduzione) i Nostri hanno rivendicato un ruolo di primo piano nelle insidiose terre di confine tra sludge, doom, drone e black, acquistando in profondità ciò che hanno scelto di perdere sul versante dell'immediatezza della proposta. Quasi per paradosso o forse, chissà, per contrappasso, a contatto con generi di cui è canonicamente protagonista la “materia” con particolare predilezione per tutte le sue distorsioni e patologie, una band che evoca nel nome gli spazi sconfinati del cosmo ha finito per concentrarsi sulle claustrofobiche declinazioni della vita sotterranea, dove gli incubi sono lo specchio dell’eterna condizione di dannazione dell’umana specie.
Dopo le convincenti prove di Netrayoni e Padmalotus, i Nibiru sembravano aver imboccato una strada parzialmente diversa con l’EP Teloch, concentrandosi su una sorta di distillato aureo tra drone e black (se ci si concede una semplificazione, diremmo i Bong che incontrano gli Oranssi Pazuzu), ma evidentemente le radici dei piemontesi restano ben più che ramificate e, con questo Qaal Babalon, il lavoro di ricerca procede e si affina ulteriormente, ritrovando buona parte delle suggestioni che avevano impreziosito il debut ma spingendole su un piano ancora più coerente e coraggioso.

Supportato da un artwork quanto mai esplicito nel preannunciare l’atmosfera che si respirerà nel succedersi dei solchi, Qaal Babalon è un album in cui il celebre monito di Caronte “Non isperate mai veder lo cielo” dispiega già visivamente tutto il suo potenziale sinistro, con la vita che sprofonda in un ipogeo da cui ogni possibilità di fuga è bandita e in cui ci attende un destino tragicamente soffocante. Non stupisce allora che, dovendo incontrare e raccontare una materia il cui tratto caratteristico è la decomposizione, il registro privilegiato sia quello dello sludge, da sempre terra d’elezione per tutte le scorrerie musicali che scommettono sulla poeticità delle anse fangose, ma non bisogna dimenticare l’aspetto in qualche modo solenne di una sorte pur disperata e qui niente più della magniloquenza doom aiuta a rendere se possibile ancora più acuto il senso di angoscia e oppressione.
Il terzetto, peraltro, non rinuncia affatto alle spigolosità e agli strappi black (che qui rendono quasi fisicamente l’idea delle convulsioni di un corpo che provi a resistere all’inesorabile richiamo dell’abisso), ma, dovendo scegliere il vero tocco d’autore che a conti fatti regala il colore definitivo a tutto il platter, è meglio puntare sulla psichedelia, che si deposita ovunque con il suo carico straniante e di ulteriore distorsione della realtà. Non si tratta, però, di una psichedelia “artificialmente indotta”, figlia delle classiche allucinazioni tanto care alla lezione settantiana, bensì piuttosto dello stato di estasi tipico dei riti sciamanici, dove l’uscita dal “sé” è condizione necessaria per entrare in contatto con le entità superiori (fossero anche ctonie, come in questo caso) e in cui il rituale stesso è parte imprescindibile di un’esperienza che diventa mistica. Al centro di un improvvisato altare, dunque, ecco stagliarsi la figura di un sacerdote in piena regola, che assume le sembianze di Ardath, intento a recitare in uno scream tra il sabbioso e il lancinante versi che squarciano la trama dei brani (se qualcuno, spinto dalle ventilate ascendenze drone, cercasse tracce di pedisseque devozioni Sunn O))) resterebbe probabilmente deluso, visto l’inatteso tasso di “muscolarità” che si sprigiona dalle parti vocali), mentre, al suo fianco, RI e L.C. Chertan sono i fedeli addetti alle macchine infernali che apprestano e accompagnano la cerimonia.

Poco meno di un’ora di viaggio per soli quattro episodi dalla durata monumentale più che chilometrica, la stessa struttura formale della tracklist sconsiglia fruizioni improvvisate o di passaggio, pretendendo al contrario una totale dedizione all’ascolto, del resto ampiamente consigliata anche in virtù della citata componente rituale, che ha inevitabilmente bisogno di tempo, per dar fuoco a tutte le sue batterie. I quasi venti minuti dell’opener Oroch, allora, diventano un’inesorabile cartina di tornasole per verificare il grado di sintonia con il mondo dei Nibiru e qui davvero si coglie tutto l’incanto o, all’opposto, la difficoltà di muoversi tra l’avvio intriso di rumorismo in bilico tra drone e industrial e un lungo corpo centrale in cui lo sludge sembra progressivamente “marzializzarsi” in chiave doom per rendere ancor più minacciosa la marea di fango in emersione, prima di un gran finale impreziosito dal lavoro di Ardath e L.C. Chertan impegnati a tormentare ossessivamente microfono e pelli.
Al confronto, risulta decisamente più lineare la successiva Faboan, in cui la spinta black dilaga (e forse insiste un po’ troppo, nella sua pretesa di autosufficienza), ma rimette subito le cose a posto (o in disordine?) Bahal Gah, che imprigiona a lungo il ritmo in una sorta di vischiosa gelatina che rapprende gli aliti vitali, descrivendone l’agonia prima del definitivo inghiottimento nel nulla sotterraneo. La perla dell’album si materializza però con la conclusiva Oxex, traccia dalla resa ipnotica largamente (e divinamente) oltre i livelli di guardia e che minaccia di minare irreparabilmente il contatto con la realtà delle orecchie al di qua di casse o cuffie. Una struttura semplicissima in cui la circolarità del tema diventa incalzante insistenza, un sottofondo tribalistico di marca Neurosis con le percussioni a mezza via tra nenia e ossessività, un minimalismo formale che si trasforma in un clamoroso accumulo di tensione che non viene fatto esplodere ma sfuma in una chiusura drone, tutto contribuisce a un esito che lambisce, se non varca del tutto, la soglia dell’eccellenza.

Album con oggettive difficoltà di assimilazione immediata ma in grado di spalancare porte sorprendenti per chi sia disposto a concedergli la dovuta attenzione, miniera fornitissima di spunti in arrivo da una mezza dozzina di generi ricondotti ad unità da una mano fermissima e ispirata, in sede compositiva, Qaal Babalon è il classico lavoro con le carte in regola per mettere fine a militanze di nicchia e certificare l’ingresso di una band nel novero dei marchi di qualità. Non solo rispetto per coerenza e onestà nelle proposte, i Nibiru meritano elogi, per questa ennesima orbita magistralmente disegnata nella volta più oscura del cielo metal.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
enry
Martedì 12 Dicembre 2017, 18.58.41
5
Adoro questa band, ho tutti i loro dischi. Bel lavoro anche questo, anche se per me resta un gradino sotto a Padmalotus e soprattutto a Netrayoni...voto giusto.
Red Rainbow
Martedì 12 Dicembre 2017, 8.48.54
4
@ Giorgio: parere personale, ovviamente, ma mi pare che qui siamo appena appena sotto il livello di Caosgon. Non voglio dire che la line up sia del tutto indifferente, in vista della resa di un album, ma di sicuro quando l'ispirazione tiene alla grande... Altro discorso per la resa live, ma qui non posso esprimermi, non li ho ancora visti con la nuova formazione...
Giorgio
Martedì 12 Dicembre 2017, 0.48.08
3
Ma come li trovate senza Siatris? Hanno perso qualcosa?
tartu71
Sabato 9 Dicembre 2017, 10.46.00
2
disco preso a occhi chiusi
Doomale
Venerdì 8 Dicembre 2017, 14.19.47
1
Un viaggio a meta' tra oscure e maleodoranti gallerie sotterrane e un rituale. I precedenti non li conosco, ma questo è un lavoro che sembra davvero lasciarti "perso" in quei meandri. Band da tenere d'occhio e supportare.
INFORMAZIONI
2017
Argonauta Records
Sludge
Tracklist
1. Oroch
2. Faboan
3. Bahal Gah
4. Oxex
Line Up
Ardath (Voce, Chitarra)
RI (Basso, Tastiera)
L.C. Chertan (Batteria)
 
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