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Eric Bell - Standing at a Bus Stop
25/02/2018
( 462 letture )
Eric Bell è uno dei fondatori dei Thin Lizzy ed un musicista che sin dalla metà degli anni Sessanta ha iniziato la carriera in tante formazioni locali di Belfast, per poi spostarsi a Dublino alla caccia del grande sogno assieme a Phil Lynott, Brian Downey e, inizialmente, Eric Wrixon. Tre album rilasciati da professionista con i Lizzy e poi l’arrivo di quello stress da burnout che tanti musicisti scaraventati improvvisamente dai piccoli locali a tour estesi lontano da casa e persi in un mondo di luci, droga ed eccessi, finiscono per subire fisicamente e psicologicamente, fino al collasso. Per Eric il crollo arriva a Capodanno del 1973, quando durante un concerto, improvvisamente, lancia la propria chitarra per aria, scaraventa la propria amplificazione di sotto dal palco e corre in camerino distruggendo tutto. Le dimissioni sono immediate e così non resta altro che rimettere assieme i cocci, prima entrando nella band di Noel Redding, fino al 1976 e poi mettendo assieme una propria band e tornando a più riprese a collaborare con gli ex compagni dei Thin Lizzy. Il tutto, proseguendo una dignitosa carriera all’insegna del blues e del rock, fino a che nel 2016 il chitarrista rilascia un album solista, praticamente acustico, di blues rock primigenio. Evidentemente l’esperimento funziona ed eccoci quindi a stretto giro all’uscita di un secondo capitolo, dal titolo Standing at a Bus Stop. Divertente e tutto sommato ironica la copertina, con un invecchiato Bell che attende il bus con l’immancabile custodia per chitarra in mano, in quello che sembra proprio l’anticamera del Paradiso.

Più che la musica in esso contenuta, a colpire di questo disco è l’evidente ed estrema sincerità e semplicità profusa dal chitarrista nelle tracce che lo compongono. Stessa pacifica serenità con la quale Eric illustra, nel foglio che accompagna l’album, ogni canzone ivi contenuta, statuendo che sarebbe stato facile creare una sorta di Thin Lizzy 2 per sfruttare il proprio passato. Intento che Bell non ha intenzione di perseguire se non come curriculum inevitabilmente connesso al proprio nome, continuando invece nella strada seguita negli ultimi anni, quella del blues acustico tinteggiato di jazz e accompagnato dalla voce calda e versatile. Niente di sconvolgente e che non sappia di sentito ad ogni secondo, ma appunto molto sincero e ben fatto, come si conviene ad un signor professionista. Sembrerebbe che a fare da trait d’union per il disco siano comunque i ricordi del chitarrista, che racconta storie in molti casi riconducibili alle proprie esperienze, come ad esempio Changing Room nella quale si narra la relazione avuta con una donna che amava il lusso e che lui non ha potuto più mantenere quando si è ritrovato senza contratto dopo aver abbandonato i Thin Lizzy a sbarcare il lunario vendendo abiti usati; ancora, in Golden Days si ispira all’amicizia con Bo Diddley, storico pioniere del rock’n’roll conosciuto negli anni Settanta; in One Day Too Early si parla invece di una volta che tornando a casa senza avvisare a causa di un tour cancellato, trovò una brutta sorpresa dalla propria fidanzata, mentre in Reality si affrontano i cocci di una storia andata male; la titletrack è invece un ricordo dei Thin Lizzy e di quando il chitarrista a inizio degli anni Ottanta si ritrovò per caso a prendere lo stesso autobus che dieci anni prima lo portava alle prove col gruppo di Lynott, il primo vero ingaggio da professionista; infine, Walking through the Park nasce da un ricordo di infanzia e si ricollega all’idea di trovarsi su un piccolo pianeta in mezzo all’universo. E’ una carrellata di storie, in qualche senso anche malinconica, che ben si adatta alla dimensione del blues e che trova in esso una sorta di espiazione e sublimazione, permettendo a Bell di misurarsi come autore, oltre che come songwriter. In questo senso, più che l’ennesima rilettura di Back Door Man, convincono il funk hendrixiano di Changing Room, con tanto di assolo di basso a chiusura e l’omaggio allo straordinario Django Reinhardt. Abbastanza indecifrabile la stralunata Frustration, racconto di un drogato che deve fare i conti con la propria debolezza, tutta giocata sulla prima parte nervosa e obliqua e la conclusione che sembra aprirsi alla melodia e alla ritrovata pace. Tutto sommato innocui i rock’n’roll Golden Days e la cover di Mystery Train del Re Elvis Presley, mentre almeno divertente One Day Too Early e non solo per il soggetto, quanto per la dinamica scanzonata che porta ad un ottimo assolo. Piacevole anche l’atmosfera country western di Pavements Paved With Gold, che ha però il difetto di girare troppo attorno a due idee. Molto meglio la irish pub song Reality, mood confermato anche dalla titletrack, che sembra un brano dei Thin Lizzy incrociato con uno di Van Morrison. Il pezzo migliore Bell lo tiene per la chiusura: Walking in the Park inizia come un giro se vogliamo solare e sognante, per poi prendere una improvvisa piega jazz che la trasforma in una canzone di George Benson, con tanto di assolo di chitarra e voce, per riprendere subito dopo come nulla fosse successo.

E’ proprio in questa dimensione che l’album trova la propria grandezza e i propri limiti: affidandosi unicamente a sé stesso, Bell riesce a risultare onesto e sincero, senza forzature, libero. Eppure il suo approccio minimale non va oltre un buon professionismo di sostanza, che poco lascia all’ascoltatore se non un qualcosa di piacevole e ben fatto, ma tutto sommato irrilevante se portato al di fuori della sentita partecipazione dell’autore. Canzoni di questa fattura ne esistono tante e forse nel 2018 non basta la sincerità a rendere un album necessario e a giustificare ascolto e acquisto, ci vuole qualcosa di più a livello di songwriting. Qua c’è dell’ottimo professionismo, ad opera di un musicista che scava nella propria vita per una sorta di terapia personale di pregevole qualità. Purtroppo, la grande musica sta altrove e forse Bell avrebbe tratto giovamento dalla contribuzione di altri musicisti in grado di donare quel qualcosa in più ad un album che non lascia grande traccia di sé ed è un peccato, viste le premesse e il bagaglio di esperienze e vita vissuta profuse nelle liriche del disco. Magari, la prossima volta.



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
64 su 2 voti [ VOTA]
pippa pig
Martedì 20 Marzo 2018, 22.23.29
1
Si ma, se stesso si scrive senza accento! Bella rece! Album un po' meno... Classica roba che dopo due secondi ti fa arrivare lo scroto ai livelli dei talloni, talmente poco avvincente é la proposta.
INFORMAZIONI
2017
Of The Edge Productions/Cargo Records UK
Blues
Tracklist
1. Back Door Man
2. Changing Room
3. In Memory of Django
4. Frustration
5. Golden Days
6. Mystery Train
7. One Day Too Early
8. Pavements Paved With Gold
9. Reality
10. Standing at a Bus Stop
11. Walking in the Park
Line Up
Eric Bell (Voce, Tutti gli strumenti)
 
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