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Trouble - Run to the Light
16/03/2019
( 280 letture )
Aggirandoci in territori protetti dall’aura “mitica”, o del “culto” che dir si voglia, può capitare di imbattersi in qualcosa di apparentemente sconosciuto e rimasto lontano dalla conoscenza comune, quel qualcosa che una volta riscoperto porterà grossi rimpianti nei confronti del passato: perché il corso degli eventi ci ha tenuto lontani da ciò per tutto questo tempo, ci si chiederà con un leggero senso di sconforto sulla gobba, come mai non sono stato avvertito? La musica è solo uno tra i tanti ambiti nei quali le cose belle possono rischiare di passare in sordina, basti pensare alla storia del calcio e a quanto poco siano considerati oggigiorno campioni del calibro di Robert Pires e Jon Dahl Tomasson, due presi a memoria, solamente per la sfortuna avuta dai suddetti di dover fare i conti con veri e propri fenomeni. Ecco, all’interno del panorama heavy/doom esiste una band seminale che ha sempre dato tantissimo, ha saputo evolversi in maniera positiva sfornando lavori di elevata fattura ma, ahinoi, in cambio ha ricevuto ben poco venendo spesso omessa quando si parla di pionieri di un certo genere musicale; gli statunitensi Trouble hanno segnato assieme a Candlemass e Saint Vitus, rimanendo comunque ai nomi più importanti, la definitiva nascita e consacrazione del doom metal più classico, aggrappandosi a quanto di buono fu fatto da Black Sabbath e, marginalmente, dai Pentagram durante il decennio precedente. Fortunatamente per voi lettori Metallized onora la Storia nella sua completezza ergo i capolavori di questa band sono già presenti da diverso tempo nel nostro fornitissimo database, motivo per cui ci occuperemo di un album per certi versi minore ma senza tema di smentita anch’esso fondamentale sia per la scena sia per la carriera degli stessi Trouble. Il terzo full lenght della loro discografia uscì l’estate del 1987, un paio d’anni dopo quel The Skull che rimane forse il picco massimo della prima fase dell’act, quella dedita al doom primordale, e il cui perno ruotava su composizioni penetranti e pesanti come un macigno ma ricalcanti a piene mani modelli vecchi di dieci anni, provenienti dai sobborghi di Birmingham. Run to the Light invece corre letteralmente non verso l’opposto della luce, come l’ammaliante atmosfera dantesca del predecessore suggerirebbe, bensì verso un sound più aperto ai dettami hard’n heavy che ora descriveremo.

Con Run to the Light siamo in territori che definiremmo proto-doom, coordinate utilizzate per descrivere un suono a metà strada fra doom e classic heavy che imperversava negli anni 80 e in effetti questa definizione potrebbe valere per tutti i nomi citati, in determinati momenti del loro percorso: per l’esordio della band di Leif Edling fu coniata la dicitura epic doom metal proprio perché si stava ascoltando un qualcosa che non era “solo” doom, l’omonimo dei Saint Vitus è ancora un coacervo sperimentale di psichedelia ancorata a vecchie sonorità, mentre i Pentagram affondano le proprie radici addirittura negli anni settanta. Dopo aver scritto del contesto attorno cui si muovevano andiamo a parlare di chi faceva parte di quei Trouble: alla voce il mai celebrato abbastanza Eric Wagner, ugola acuta e tagliente come uno stiletto e personalità da regalare, attivo ora con i suoi Blackfinger e nei The Skull in coppia con Ron Holzner, anch’esso nei Trouble fino agli inizi del nuovo millennio in veste di bassista e rappresentante dell’essenzialità nelle retrovie. Le due chitarre sono quelle di Rick Wartell e Bruce Franklin e rispondono sempre presente, sia che si debba pennellare una marcia funebre come nell’intro di On Borrowed Time, sia che ci si debba lanciare in cavalcate sontuose su ritmi elevati come udito in Thinking of the Past; loro due sono gli unici componenti originali che portano avanti il moniker attualmente, dopo una carriera travagliata durante la quale hanno dovuto fare i conti con separazioni e successive riunioni, problemi di dipendenze del vocalist, fallimenti a livello di mercato e in generale situazioni non facilissime, se sono ancora in attività lo si deve alla loro enorme passione e forza di volontà nonché a grandi abilità del mestiere (nel caso di Franklin confermate da un album straordinario a nome Supershine). Chiude la lineup il batterista Dennis Lesh, membro dalla valenza marginale nell’intera storia del gruppo poiché presente unicamente su Run to the Light in sostituzione di Jeff Olson, per la cui defezione si inventò la stramba motivazione poi smentita di un ritiro in seminario. Senza tediarvi con un elenco della spesa va subito specificato che la prima metà del platter supera la seconda per ciò che riguarda qualità e varietà compositiva: da The Misery Shows alla title track assistiamo ad una rappresentazione praticamente perfetta del cerimoniale di unione tra ciò che era già classico a qualcos’altro che si stava affacciando per la prima volta alla vita, la cupezza dei riff è ben presente anche se la velocità delle canzoni tenta di diradare questa sensazione e portarci con la memoria alla NWOBHM. Ma il processo non può essere fermato, Trust the process diceva qualcuno, ed ecco che l’attacco motorheadiano della seconda traccia muta ben presto in un ritornello al limite del disturbante, le chitarre libere di svagarsi nella parte centrale ma sempre fedeli al dettame oscuro, ecco che le note della semi ballata Run to the Light risplendono e rendono grazie al passato nell’ottica del futuro, trasformano una Planet Caravan in una creazione ancora più struggente. Qua c’è solo da ascoltare in religioso silenzio. La seconda metà del disco regala qualcosa in meno, forse perché ormai si è capito fin dove si arriverà in positivo e negativo, in ogni caso una semplice Born in Prison, non esattamente una The Wish in termini di complessità compositiva, la spiega in scioltezza grazie ad un riff travolgente e un’espressività vocale notevole, mentre la chiusura di The Beginning, grazie anche alle tastiere dell’ex Olson, donano un’aggiunta di sacralità artistica a quanto sentito finora.

Come già accennato, non si tratta di un album epocale ed è sicuramente il minore della triade prettamente doom dei Trouble; infatti dal successivo omonimo abbiamo una netta sterzata su lidi stoner-psych che spiazzò molti in senso affermativo ma che non fece sicuramente la fortuna del gruppo, il quale tra l’altro è tornato alla casa madre con l’ultimo The Distortion Field. Detto questo non si può negare come Run to the Light sia un tassello importante di una carriera di vero e proprio culto, un lavoro di transizione verso diverse sperimentazioni che comunque mantiene il trademark originario e non fa mancare i cosiddetti “colpi” da fuoriclasse. La storia passa anche da qui, non prenderne coscienza sarebbe grave.



VOTO RECENSORE
79
VOTO LETTORI
82 su 1 voti [ VOTA]
InvictuSteele
Domenica 17 Marzo 2019, 14.30.27
5
In effetti il voto a the skull grida vendetta. Uno dei dischi doom più belli è importanti degli anni 80
Eagle Nest
Domenica 17 Marzo 2019, 14.30.05
4
@The Skull... pardon.
Eagle Nest
Domenica 17 Marzo 2019, 12.59.07
3
Capisco che dopo aver dato un incomprensibile 76 a The Sky poi diventi difficile per tutti valutare correttamente cosa viene dopo... ma questo è un album da almeno 84-85. È un disco essenziale e molto meno articolato del precedente, che ha dato il via alla seconda parte della loro carriera. Personalmente non trovo punti deboli. Ho sempre avuto la fissa che Born in Prison se l’avesse cantata Kory Clarke sarebbe stata un pezzo perfetto per i Warrior Soul 😃
InvictuSteele
Sabato 16 Marzo 2019, 18.33.10
2
Terzo disco e terzo splendido lavoro, peccato sia introvabile, sono anni che lo cerco ma niente, se non a cifre improponibili. Band fondamentale. Voto 80
duke
Sabato 16 Marzo 2019, 15.08.10
1
....grandi.................
INFORMAZIONI
1987
Metal Blade Records
Doom
Tracklist
1. The Misery Shows
2. Thinking of the Past
3. On Borrowed Time
4. Run to the Light
5. Peace of Mind
6. Born in a Prison
7. Tuesday’s Child
8. The Beginning
Line Up
Eric Wagner (Voce)
Rick Wartell (Chitarra)
Bruce Franklin (Chitarra)
Ron Holzner (Basso)
Dennis Lesh (Batteria)
 
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