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Neptunian Maximalism - Éons
31/08/2020
( 632 letture )
È decisamente difficile riuscire ad intessere la giusta trama di parole per descrivere l’opera oggetto di questa recensione, che sfugge ad ogni catalogazione da qualunque punto di vista la si osservi; porsi di fronte a un triplo album è già di per sé un’impresa titanica, soprattutto alla luce di un periodo storico dove la musica viene fagocitata senza sosta e solamente in funzione di un piacere istantaneo tanto immediato quanto futile. Ancora più folle è porsi dalla parte di chi un triplo disco lo ha pensato, creato, rifinito e pubblicato. Se poi si entra nello specifico della musica proposta in queste abbondanti due ore si rischia letteralmente di impazzire. Ma andiamo con ordine: il collettivo belga Neptunian Maximalism nasce nel 2018 per opera del polistrumentista Guillaume Cazalet, che dopo una residenza artistica a Bruxelles, a quanto pare illuminante, decide di mettere insieme una line-up variabile e aperta a continui mutamenti con l’ottica di allestire una vera e propria orchestra di drone music a prevalenza percussiva. Immediatamente la rinominata “comunità di ingegneri culturali” – locuzione presa in prestito dal compianto Genesis P-Orridge – inizia subito a lavorare a quello che sarà il disco di debutto, registrato e prodotto tra marzo e giugno del 2018 negli spazi dell’HS63 di Bruxelles, sede della residenza artistica dei nostri. Una velocità impressionante se si rapporta la creazione del collettivo alla proposta musicale qui presentata, che fa presuppore un’istintività e una creatività sfruttate ai massimi livelli.

Parliamo di un album “vecchio” di due anni dunque, registrato con una formazione che oggi, nel 2020, è quasi totalmente cambiata e di molto ampliata, nonostante ciò, la musica suona assolutamente fresca e dirompente. La definizione di ingegneri culturali poi non è utilizzata a caso, dal momento che il progetto di Cazalet è di una complessità concettuale notevole: l’album che ne deriva è un’opera magniloquente divisa in tre cd, intitolati rispettivamente To The Earth, To The Moon e To The Sun. Tutti e tre insieme costituiscono gli Éons riportati in copertina e si dipanano lungo una narrazione storico-esoterica della genesi stessa e del futuro dell’umanità, attraverso i periodi geologici che l’hanno vista protagonista; il concept si conclude dopo il periodo dell’Antropocene, quello cioè che stiamo attualmente vivendo, destinato ad essere soppiantato da una nuova era denominata Probocene, dominata da elefanti dotati di intelligenza superiore. Dice Cazalet che, secondo alcuni scienziati, se l’uomo non avesse dominato la Terra, gli elefanti sarebbero stati al primo posto della piramide della vita terrestre. Se l’idea alla base della narrazione dell’opera può far sorridere, la musica provvederà a cancellare quell’aria ironica dal volto di chi legge, annichilendo l’ascoltatore fin dai primi istanti. Scorrendo poi la scaletta si notano subito titoli enigmatici e di difficile comprensione: questo si spiega col fatto che i testi utilizzati in alcuni momenti dell’album sono ad opera di Pierre Lanchantin, ricercatore di linguistica all’Università di Cambridge e specializzato nello studio delle protolingue umane, di cui fornisce un ottimo esempio proprio attraverso i testi inventati per Éons.

A dire il vero inoltre, Éons non è il primo parto discografico dei Neptunian Maximalism, difatti la stessa line-up aveva già dato luce ad un disco decisamente più breve sempre nel 2018, intitolato The Conference of Stars, che illustrava a grandi linee le basi sia concettuali che musicali poi estremizzate in Éons. Il collettivo ha ricevuto la meritata attenzione solo nel 2020 quindi, quando l’etichetta ucraina Volok Records ha deciso di stampare proprio The Conference of Stars e pochissimi mesi dopo l’italianissima e sempre lungimirante I, Voidhanger Records l’ha seguita a ruota prendendosi l’onere di pubblicare Éons.

L’album si presenta fin da subito in maniera sontuosa, grazie ad un artwork intrigante ed evocativo ad opera di Kaneko Tomiyuki, che richiama la mitologia di tradizione giapponese, dipinta attraverso tecniche antiche, e ovunque, lungo i dischi e lungo le grafiche del cofanetto, sono disseminati simboli di ogni sorta, di difficile se non impossibile decifrazione. La sacralità e la dimensione spirituale vengono richiamate a più riprese fin dall’aspetto visivo dell’opera e le suggestioni di quel genere proseguiranno anche quando si inserirà il primo dei tre dischi. La musica con cui Cazalet, accompagnato dal sassofonista Jean Jacques Duerinckx e dai due percussionisti Sebastien Schmit e Pierre Arese (questi ultimi due oggi non più parte del collettivo), si cimenta parte come già detto dalla drone music, ma si apre a numerosissime altre suggestioni, che vanno dal free jazz più sregolato, dominato dalla presenza ingombrante del sax, fino al doom metal apocalittico, dove le pulsazioni si fanno sempre più rarefatte, lambendo gli argini di una psichedelia totale fusa a momenti ambient soffocanti. Inevitabile servirsi di riferimenti esterni per provare a definire meglio la proposta dei nostri: Swans, Aluk Tudolo, Sun Ra, Alice Coltrane, Acid Mothers Temple, Earth, Sunn O))) e soprattutto gli Electric Masada di John Zorn e gli Schammasch di Triangle, i due esempi più vicini alla concezione musicale e strutturale del collettivo belga. Ragionare a furia di esempi però non rende giustizia all’opera dei Neptunian Maximalism, che richiamando tante influenze in causa riescono comunque a sfuggire a qualunque genere di definizione compiuta, grazie ad una scrittura che fa dell’improvvisazione e dell’alea la sua cifra stilistica, costruendo su basi prettamente percussive monoliti di schegge soniche, riverberi ed amplificazioni ingenti, che fanno letteralmente vibrare l’ascoltatore, risucchiato da rituali sciamanici e movimenti tribali che descrivono, disco dopo disco, l’evoluzione del concept dell’opera.
Partendo da To the Earth, prima parte della trilogia di Éons, i suoni si fanno ribollenti di forze telluriche, banalmente si possono definire terreni e duri e la voce del sax baritono richiama fin da subito il barrito dell’elefante, protagonista indiscusso della narrazione sonora dei nostri. I registri utilizzati sono quelli più gravi ed anche le percussioni sono pesanti e ingombranti, andando a descrivere un’ipotetica marcia, il viaggio di un’entità sinistra che è destinata a prevalere sull’umanità. Il primo disco è anche quello dove le influenze jazz sono marcate in modo più netto: in Magická Džungľa - Carboniferous il sax e la tromba disegnano movimenti melodici spezzettati che si incastrano nel tessuto disarmonico costruito dalle batterie e dai riverberi ambientali e in momenti come Ptah Sokar Osiris - Rituel de l’Ouverture de la Bouche dans l’Éon Archéen si possono apprezzare anche gradevoli soluzioni vicine a un certo krautrock d’antan, coi suoi ritmi motorik incessanti e ipnotici. Vengono citati nel corso di questa prima parte dell’opera concetti spirituali come Nganga, termine bantu che designa il guaritore spirituale in molte culture tribali africane, il demone mesopotamico femminile Lamasthu, minaccia atavica delle donne partorienti, oppure Enūma Eliš, poema teogonico e cosmogonico babilonese scritto in lingua accadica. In poche parole la genesi del sentimento esoterico animistico nel mondo pre-civilizzato.
Cambiano i toni invece nel secondo disco To the Moon, che decide di affrontare l’argomento attraverso toni prevalentemente eterei, sebbene ancora gravidi di sentimenti terreni, che piano piano lasciano spazio alla dimensione astrale. Fulcro del disco è la suite in tre parti Vajrabhairava, termine che si riferisce a uno yidam (oggetto di meditazione) del Buddhismo Mahāyāna e Vajrayāna, inteso nella sua forma collerica opposta al bodhisattva Mañjuśrī. Compaiono momenti maggiormente elettrici, dove la brutalità delle batterie e delle chitarre emerge in modo prepotente, con suggestioni quasi black metal nella seconda parte della già citata suite. Quando sporadicamente compare la voce, essa si muove con lente declamazioni, come fossero profezie recitate da uno sciamano in trance, con un timbro gutturale profondo e stentoreo. Un ruolo importante lo hanno gli effetti ambientali come cigolii e ronzii di vario genere, che vogliono richiamare l’abbandono della dimensione umana e contemporaneamente descrivere attraverso i diversi registri degli strumenti ringhi animaleschi e lamenti ultraterreni. L’ultimo brano del secondo disco, Oi Sonuf Vaoresaji! - La Sixième Extinction de Masse: Le Génocide Anthropocène, chiude le danze con un inaspettato rituale solare, preludio all’ultimo parte dell’opera: i ritmi si fanno più sostenuti e quasi ballabili, il sax emerge con forza, con i suoi barriti profondi e sul finale ogni residuo di vita umana velocemente si disgrega.
Infine l’ultimo disco, To the Sun, viene descritto da Cazalet come un’opera di droni solari per l’appunto: concettualmente si tratta di meditazioni interstellari che giocano continuamente su pochi concetti strumentali, analizzati dal duplice punto di vista della luce e dell’oscurità. L’avvio del disco profuma di 2001: Odissea nello spazio, con una lenta aggregazione di suoni non meglio specificati, frequenze e oscillatori che costruiscono un tappeto ondivago dove ancora una volta l’onnipresente sax baritono si appoggia con solennità. È la nascita del Probocene, è l’inizio di una nuova era dominata dall’elefante. È musica drone meditativa e incombente, carica di inquietudini e incubi ancestrali, che per diciotto minuti infesta la mente dell’ascoltatore, ormai in completa estati spirituale. Sul finale una chitarra dal sapore orientale trasforma l’atmosfera da siderale a desertica. E’ proprio il caldo asfissiante delle regioni orientali a dominare un brano come Heliozoapolis - Les Criosphinx Sacrés d’Amon-Rê, Protecteurs du Cogito Ergo Sum Anima, quindici minuti di assolo per sitar conditi da una base ambient annichilente e catartica, il territorio ideale per l’antico strumento indiano tanto amato nei Sixties. Sotto il marasma sonico si stagliano cori rituali, chitarre e sax sommersi da colate laviche di tintinnii e sferzate metalliche di rumori industriali, dalla fortissima carica evocativa. Ancora una volta sul finale gli strumenti elettrici portano vicini a soluzioni doom, che chiudono l’intera opera con la finale e malinconica coda Khonsou Sokaris - We Are, We Were and We Will Have Been, il momento più propriamente ambient e solare di Éons, dove tutto il viaggio illustrato nel corso dei tre dischi trova la sua più naturale conclusione: tutto ha un inizio, uno svolgimento e una fine e gli esseri umani sono solo una delle infinite parti di questo processo senza termine, destinato a concludersi con la fine stessa dell’universo. Una riflessione amara che desta dalla catarsi l’ascoltatore con più di una domanda esistenziale in mente.

Arrivati all’ultima nota di Éons ci si ritrova frastornati e confusi, non pienamente consci di ciò che si è appena ascoltato, ma sicuramente più pieni e vibranti di un’aura nuova. Tutto sta nel porsi correttamente nei confronti di questa musica così rarefatta e al contempo greve, che può scoraggiare in molti dopo pochi minuti e affascinare altri che non si staccheranno per nulla al mondo da quei suoni per tutte le due ore e tredici minuti di durata. È un ascolto intenso e sfibrante, che richiede una partecipazione attiva e anche una buona dose di concentrazione, come se si stesse affrontando una seduta di meditazione attraverso i suoi vari stadi di iniziazione. Certo, questo discorso può valere per chiunque abbia voglia di cimentarsi in questa impresa, per coloro che dalla musica vogliono solamente svago e relax tutte queste parole saranno fuffa. Ma è indubbio che quando si inizia ad ascoltare un’opera come Éons con l’orecchio attento anche solo per pochi attimi, si sente subito che dietro queste impalcature sonore c’è un senso più profondo, che mira direttamente all’anima, è in tutto e per tutto un approccio spirituale alla materia sonora. Proprio per questo la musica proposta dai Neptunian Maximalism ha ambizioni universali ed eterne, che si ricollegano all’era più atavica del mondo stesso per rimanere e consolidarsi nelle spire dell’universo, energia pura percepibile da qualunque essere vivente. È un discorso questo che trascende la dimensione strumentale e si addentra in concetti prettamente filosofici, ma d’altronde la musica ha il potere di sfondare ogni barriera sensoriale per arriva oltre e toccare con mano viva ciò che l’uomo non è in grado nemmeno di spiegare.
Éons è tutto questo e probabilmente molto di più, una nebulosa che attraversa le galassie extrasensoriali grazie al suono di strumenti semplici come il sax e il sitar, le percussioni e le chitarre. Non è semplicemente un disco da ascoltare, ma un’esperienza da vivere con tutte le proprie capacità e quando la musica fa esprimere certi ragionamenti e concetti allora significa che una forza superiore la possiede per davvero.

I Neptunian Maximalism donano al mondo un’opera destinata a smuovere la dimensione interiore di molti ascoltatori e la speranza è quella che Éons possa godere di buona fama tra coloro che sono sospinti in alto da questo genere di proposta, unica nel suo genere soprattutto alla luce del 2020. Non parliamo di metal, nemmeno di rock, qualcuno ha avanzato il termine zeuhl, di magmiana memoria, ma non è forse corretto, in quanto anche i Magma hanno coniato a loro tempo qualcosa di unico e inimitabile. Guillaume Cazalet suona un genere che non è definibile se non attraverso i termini dell’avanguardia, definizione anch’essa ormai superata e appartenente al defunto ‘900, che risulta tuttavia non del tutto esplicativa. Rimane solo una cosa da fare: ascoltare, riascoltare e riascoltare ancora, per cercare di comprendere l’universo simbolico messo in piedi dalla comunità di ingegneri culturali belga. A dire il vero però un difetto in Éons c’è ed è di tipo “fisico”: l’opera è perfetta per essere goduta come un flusso unico in continua evoluzione e questo si riesce a fare solamente attraverso l’ascolto liquido, nella versione digitale dell’album, il che in questo specifico caso toglie un po’ di romanticismo all’esperienza. Ascoltare i tre dischi invece presuppone almeno due momenti di pausa tra un cd e l’altro, che fanno crollare inevitabilmente la catarsi derivata dall’ascolto. È un peccato, ma d’altronde era inevitabile fare altrimenti. L’unica possibilità per godere in maniera integrale di Éons sarebbe quella di ascoltare l’intera riproposizione dell’album dal vivo e questo potrebbe essere il miglior regalo che i Neptunian Maximalism potrebbero donare ai propri ascoltatori, magari nel 2021, prima che il Kali Yuga domini i nostri giorni.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
92.6 su 5 voti [ VOTA]
No Fun
Mercoledì 23 Settembre 2020, 9.11.26
4
Hai capito i recensori di Metallized: i dischi migliori non li fanno passare dalla home, se li scambiano e ne discutono tra di loro Presto per un giudizio, l'ho ascoltato due volte mentre lavoravo alla scrivania a un volume troppo basso. Però entrambe le volte è filato via che è un piacere pur nella sua corposità rotolante, grazie forse come dice Alex all'ascolto in digitale. Comunque i cd li prenderò lo stesso se non altro per vedere l'artwork. Il Probocene... ma come diavolo.. gli elefanti che domineranno il mondo, è vero fa sorridere ma avere questa immagine in testa mentre si ascolta la musica è affascinante. Poi mi sono pure letto la voce di wikipedia "schiacciamento da elefante", e in questo disco i proboscidati schiacciano davvero tutto.
Black Me Out
Martedì 1 Settembre 2020, 15.24.48
3
Grazie mille Fede! Da te poi è un complimento speciale. Nel mio caso il percorso è stato quasi l'inverso rispetto a te: il primo ascolto mi ha colpito molto, ma non ho capito tante cose; il secondo ha iniziato a mettere ordine tra le componenti e il terzo è stato completa catarsi. Certo, come per tutti i dischi forse tra tre mesi ne potrei parlare in modo diverso, questa è un'ipotesi, ma per ora rimango convinto sia di ciò che ho scritto, sia del voto. Per un ascolto live di quest'opera sarei veramente disposto anche a viaggiare ed anzi, mi aspetto davvero che i Neptunian Maximalism arrivino in Italia, dal momento che hanno aperto i live dei nostrani OvO lo scorso marzo proprio a Bruxelles!
Tyst
Martedì 1 Settembre 2020, 7.01.40
2
Che disco e che recensione, bravissimo Per quanto mi riguarda, l'ho ascoltato tre volte in tre giorni consecutivi. Il primo ascolto era da 90; il secondo da 80; il terzo da 70. La concentrazione di idee presenti in questo disco è talmente densa e solida -per quanto fugace ed eterea- che l'entusiasmo, quasi al limite dell'eccitazione erotica, è andato poi scemando e regredendo allo stadio del "solo" bell'ascolto. Sicuramente è tra i dischi più profondi e complessi che abbiano mai avvolto le mie orecchie (ma preferirò sempre Triangle degli Schammasch, sebbene non c'azzecchi pressoché nulla con Éons) e son perfettamente conscio che tre ascolti per un'opera simile siano ancora troppo pochi. Per ora, il mio personalissimo voto ultrasoggettivo è di 80. Ad maiora, come diceva la mia stronzissima e detestatissima professoressa di latino del primo anno di liceo
Andry Stark
Martedì 1 Settembre 2020, 1.06.02
1
Disco spettacolare, come giustamente scrivi è un disco da riascoltare e riascoltare perchè in 2 ore c'è davvero molta roba da scoprire. Questo è sicuramente uno dei miei dischi dell'anno, sul podio insieme ai Nero di Marte e Prtoest the Hero. Voto 90.
INFORMAZIONI
2020
I, Voidhanger Records
Avantgarde
Tracklist
CD I
To The Earth (Aker Hu Benben)

1. Daiitoku-Myōō no Ōdaiko 大威徳明王 鼓童 - L'Impact De Théia durant l’Éon Hadéen
2. Nganga - Grand Guérisseur Magique de l’ère Probocène
3. Lamasthu - Ensemenceuse du Reigne Fongique Primordial & Infanticides des Singes du Néogène
4. Ptah Sokar Osiris - Rituel de l’Ouverture de la Bouche dans l’Éon Archéen
5. Magická Džungľa - Carboniferous
6. Enūma Eliš - La Mondialisation ou la Création du Monde: Éon Protérozoïque

CD II
To The Moon (Heka Khaibit Sekhem)

1. Zâr - Empowering The Phurba / Éon Phanérozoïque
2. Vajrabhairava Part I: The Summoning (Nasatanada Zazas!)
3. Vajrabhairava Part II: The Rising
4. Vajrabhairava Part III: The Great Wars of Quaternary Era Against Ego
5. Iadanamada! - Homo-sensibilis se Prosternant sous la Lumière Cryptique de Proboscidea-sapiens
6. Oi Sonuf Vaoresaji! - La Sixième Extinction de Masse: Le Génocide Anthropocène

CD III
To The Sun (Ânkh Maât Sia)

1. Eôs - Avènement de l’Éon Evaísthitozoïque Probocène Flamboyant
2. Heka Hou Sia - Les Animaux Pensent-ils Comme on Pense qu’ils Pensent?
3. Heliozoapolis - Les Criosphinx Sacrés d’Amon-Rê, Protecteurs du Cogito Ergo Sum Animal
4. Khonsou Sokaris - We Are, We Were and We Will Have Been
Line Up
Guillaume "CZLT" Cazalet (Voce, Chitarra baritona, Basso, Archetto, Sitar, Flauto, Tromba)
Jean Jacques Duerinckx (Sassofono baritono, Sassofono sopranino)
Sebastien Schmit (Batteria, Percussioni, Gong, Cori)
Pierre Arese (Batteria, Percussioni)
 
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