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Bell Witch & Aerial Ruin - Stygian Bough: Volume 1
28/12/2020
( 254 letture )
Non era facile per gli americani Bell Witch bissare il successo di un album magniloquente come Mirror Reaper, giudicato all’unanimità come uno dei dischi doom più influenti di questi ultimi anni. Eppure il duo di Seattle formato da Dylan Desmond e Jesse Shreibman non è mai rimasto con le mani in mano e nel giro di tre anni ha dato vita al seguito del proprio personale capolavoro con un disco che da una parte prosegue nel solco di Mirror Reaper e dall’altro riesce a spiazzare con l’utilizzo di una formula diversa da ciò cui la band ha abituato i propri ascoltatori fin dal 2011.
Infatti quello che è accaduto nel nuovo Stygian Bough: Volume 1 è la diretta conseguenza delle frequentazioni più sperimentali che i Bell Witch hanno mantenuto costanti negli anni: così l’album esce non solo a nome del duo americano, ma con la collaborazione di Erik Moggridge alias Aerial Ruin, musicista di Portland dedito a una personalissima rivisitazione dark del folk americano sulla falsa riga di artisti come Austin Lunn (non a caso all’inizio di quest’anno i due hanno pubblicato uno split insieme). I più attenti sapranno benissimo che Moggridge è sempre stato presente in tutti gli album dei Bell Witch, ma questa è la prima volta che la sua presenza viene esplicitata fin dalla copertina. Il perché è presto svelato: la presenza di Aerial Ruin condiziona pesantemente le coordinate di Stygian Bough: Volume 1, con il massiccio ricorso a strumenti acustici che si intersecano con le fitte trame doom di Desmond e Shreibman in maniera davvero suggestiva.

Sicuramente se con Mirror Reaper si poteva ancora idealmente parlare di funeral doom metal, in questo album la specifica dimensione funeral viene leggermente accantonata a favore di un songwriting più vario e stratificato, che non modifica le sensazioni finali da sempre ricercate dalla band, ma le amplifica in una direzione diversa. Basta l’introduzione mesta di The Bastard Wind per capire che siamo di fronte a un album più riflessivo del precedente, ma che risulta meno opprimente e più variegato nelle forme, con insistiti crescendo che si alternano con lentezza dando forma a monoliti sonori dal sentore cerimoniale.
L’origine dell’intero album è da ricercarsi in un brano di Longing, esordio discografico dei Bell Witch targato 2012, intitolato Rows (Of Endless Waves) , che corrisponde alla prima esperienza di Erik Moggridge con i due musicisti di Seattle. Le parole e le suggestioni sonore di quel preciso brano sono state prese come punto di partenza per sviluppare la musica e i testi di Stygian Bough: Volume 1, che liricamente dà vita a un concept basato sul saggio The Golden Bough: A Study in Comparative Religion dell’antropologo scozzese James Frazer, pubblicato nel 1890. Non è questo il luogo per parlare del complesso saggio di Frazer – di cui si consiglia la lettura, per quanto difficile possa risultare – ma a grandi linee la trattazione mischia mitologia greca e preistoria analizzando usi, costumi, tradizioni e rituali magici delle culture tribali primitive in maniera ibrida tra mito e storia, concentrandosi soprattutto sui riti sacrificali e quelli inerenti alla proclamazione dei leader all’interno dei gruppi sociali primigeni. Proprio la figura del “Re” è presa da Moggridge come metafora dell’intera umanità che governa e domina il pianeta e le altre specie giudicate inferiori ad essa.
Da qui i testi dei cinque lunghi brani dell’album prendono vita per raccontare una personale visione dello spazio tra la vita e la morte, dove è la dimensione mediana –il purgatorio– a diventare il vero protagonista.
La musica riesce a rappresentare in maniera vivida questa contrapposizione tra vita, morte e attesa, raggiungendo picchi di elevata intensità nel momento centrale dell’album costituito dal doppio episodio Heaven Torn Low I (The Passage) / Heaven Torn Low II (The Toll): se il primo brano è puro neofolk dalle tinte fosche e malinconiche, con la chitarra acustica che rimane l’unico strumento in scena e la voce di Moggridge, sepolta dai riverberi, declama tremolante le sue litanie di morte ed espiazione, la seconda parte amplifica le sensazioni presentate dalla controparte acustica in maniera esponenziale, grazie ad un unico giro melodico che si arricchisce mano a mano di continue suggestioni sonore. Questo è il momento più intenso di tutto l’album e la musica trasmette una sensazione simile a quella che si prova quando si è in balia delle onde, immersi in un mare turbinoso che non conosce tregua nel suo avanzare. Si potrebbero citare gli Ahab di The Call of the Wretched Sea, ma in questo caso la rifinitura negli arrangiamenti tocca vertici più elevati. Il ciclico andirivieni degli accordi eseguiti dal basso scuote le fondamenta di un brano che è ipnotico e inesorabile nel proprio svolgimento, fin al momento in cui tutto si ferma per lasciare spazio al silenzio.
È necessaria la pausa costituita dalla breve Prelude, un semplice intermezzo di organo che acquista un valore nettamente più alto a questo punto della scaletta, per riprendersi dallo scuotimento provocato dai precedenti brani. Si capisce ora anche il perché i tre musicisti abbiano citato come propria ispirazione per questo disco artisti come Bert Jansch e Roy Harper, oltre che gli imprescindibili Candlemass. Gli ultimi venti minuti scarsi dell’album proseguono a testa bassa nell’offrire all’ascoltatore un’atmosfera mesta e offuscata, dove le melodie del basso e della chitarra si intersecano al growling basso e cupo di Jesse Shreibman lasciando pochi attimi di respiro in corrispondenza dell’intermezzo organistico che riporta direttamente in campo ambient. Non vi è comunque tranquillità o serenità nei minuti finali di The Unbodied Air: l’aria è pesante e la sensazione di minaccia è costante, anche e soprattutto nel definitivo afflato liberatorio che conclude l’opera.

For broken and dismayed the rivers rise
Cast ashore to where the balance has decayed
For delay will only stoke the lies
For broken will evade the bloody reach of time
If to pour beyond the distance where the frayed
To delay the burden and the crime.


Stygian Bough: Volume 1 non era forse il disco che ci si sarebbe potuto aspettare dai Bell Witch e per fortuna! La band ha dimostrato di possedere ancora molti assi nella manica, cambiando direzione senza snaturare la propria proposta, ma rendendola solamente più eclettica e variegata; così facendo i due americani – da ora forse tre in pianta stabile – si sono assicurati un posto fisso tra i gruppi doom contemporanei che contano, posizione già comunque assicurata dal precedente Mirror Reaper.

Ultimo dettaglio, non poco rilevante, lo riserviamo alla produzione dell’album, curata per la prima volta dal mago Randall Dunn (Earth, Sunn O))), Boris e Anna von Hausswolff tra le sue produzioni), che ha dato il suo personalissimo tocco alla musica già egregia della band, passando poi il materiale da ultimare a Bob Weston, storico braccio destro di Steve Albini negli Shellac e anch’egli più che rinomato produttore, il quale si è occupato del master finale. Vi è quindi più di un motivo per ascoltare Stygian Bough: Volume 1, l’ennesimo ottimo prodotto di una realtà artistica sempre in crescita e che non smette di sorprendere. I Bell Witch finiscono sul podio dei migliori dischi doom dell’anno e regalano un’altra pietra angolare del genere oltre che della propria discografia, dimostrando quante ancora possono essere le strade esplorabili in un genere tendenzialmente limitante come il doom. Complimenti!



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
85 su 1 voti [ VOTA]
No Fun
Domenica 17 Gennaio 2021, 15.18.51
4
Ci ho messo un po' a ripassare perché l'ho ascoltato un paio di volte e stranamente non mi aveva impressionato. Poi questa mattina l'ho messo e mi è esploso in tutta la sua forza. Sotto Mirror Reaper il buon @LUCIO 77 mi sembra tirasse fuori Pink Moon. Sì ci sta, ci sta anche qui. Invece di Simon & Garfunkel non conosco quasi niente quindi non so. Vero quello che dice Alex circa Rows, di come quel brano sia il seme da cui nasce questo ramo, che mi sembra come la ginestra di Leopardi, gentile e forte, amante della desolazione ma con un profumo dolce "che il deserto consola".
LUCIO 77
Venerdì 1 Gennaio 2021, 18.02.40
3
Bello anche questo.. Qua effettivamente le parti Doom sono ben presenti, ma quando riducono al minimo percettibile l'utilizzo degli strumenti e si ascolta solo il suono della Voce, mi sembra di tornare indietro a qualche decennio fa quando Simon & Garfunkel cantavano Scarborough Fair..
Black Me Out
Martedì 29 Dicembre 2020, 19.03.35
2
@No Fun Guarda meglio tra le recensioni E poi fammi sapere cosa ne pensi quando ascolterai questo disco.
No Fun
Martedì 29 Dicembre 2020, 0.51.12
1
L'ho comprato appena uscito e lo devo ancora ascoltare. Letta la rece ho deciso che sarà per capodanno. Poi ripasso. Certo che Mirror Reaper ci vorrebbe nel data base, uno dei miei dischi preferiti in assoluto.
INFORMAZIONI
2020
Profound Lore
Doom
Tracklist
1. The Bastard Wind
2. Heaven Torn Low I (The Passage)
3. Heaven Torn Low II (The Toll)
4. Prelude
5. The Unbodied Air
Line Up
Erik Moggridge (Voce, Chitarra)
Dylan Desmond (Voce, Basso)
Jesse Shreibman (Voce, Batteria, Percussioni, Organo, Pianoforte, Synth)
 
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