|
|
17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
|
|
|
12/05/2021
( 1568 letture )
|
I fantasmi di un altro gruppo. Sono in molti a ricordare con piacere l’esistenza dei Windir, uno dei gruppi più importanti, promettenti e influenti che furono fondati durante il principale fermento della scena in Norvegia negli anni Novanta, e quando Terje Bakken morì prematuramente alcuni anni dopo il loro agognato e sudato riconoscimento, il dolore fra la community fu molto sentito. Anni dopo, i vecchi membri del progetto citato fecero un concerto in tributo del loro compagno e continuarono la loro attività con un altro gruppo, Vreid, sfornando album a cadenza regolare, purtroppo per i fan dei Windir. Chi si aspettava un disco potente e tempestoso come Arntor vide le proprie aspettative deluse già col debutto Kraft del 2004. I primi due dischi del progetto erano il risultato di una mente, ed erano in grado di trasportare l’ascoltatore in un’altra dimensione grazie a melodie influenzate in egual modo dalla musica folk locale a quella classica barocca di Bach, unite ad un songwriting coinvolgente, incessante e altamente atmosferico con testi in dialetto locale: già i due successivi furono rovinati dall’innesto di questi tre membri esterni, provenienti dagli Ulcus Molle, risultando come semplici riproposizioni di metal classico/power contemporaneo (1184) o pezzi più coerenti con i precedenti album, semplicemente molto meno ispirati (Likferd).
Ecco quindi arrivare i Vreid, che dal loro debutto si sono fatti alfieri di un tipo di black/thrash metal che pesca a piene mani dalle varianti meno martellanti del genere (particolarmente Darkthrone), da fin troppe proposte di metal classico anni 80 e occasionali citazioni dal melodic death scandinavo anni Novanta. Se Lifehunger lasciava presagire un po’ di speranza con l’inserimento di arpeggi oscuri derivati dal gothic rock di Siouxsie and the Banshees e simili, nell’ultimo album uscito quest’anno, Wild North West, il gruppo si butta in altre sperimentazioni che lasciano il tempo che trovano. La titletrack include sezioni strumentali con chitarra, pedale wah e organo elettrico, ma i riff di supporto sono estremamente deboli, al punto che sembra di sentire una derivazione di un qualsiasi pezzo da Season of the Abyss degli Slayer: quando il pezzo cambia dopo la metà per rievocare atmosfere alla Windir, il tutto viene troppo tardi per essere pienamente apprezzato. Le voci pulite e gli arpeggi gothic di The Morning Red sembrano uno scimmiottamento dai Tiamat di Judas Christ, mentre Shadows of Aurora è un tipico pezzo thrash che avrebbe sorpreso se uscito anni fa. Spikes of God è estremamente dissonante, Into the Mountains ha un break strumentale a base di synth e drum machine "omaggia" (il brano è stato scritto nel 2002) quello di Journey to the End dei Windir: infine, la conclusiva Shadowlands inizia con una intro monotona di organo per sciorinare un altro accompagnamento quadrato basato su una successione di accordi e arpeggi funerea che sembra più il risultato di una jam che di un lavoro di gruppo. La produzione è molto curata, ma per essere un disco black metal pecca di eccessiva pulizia sonora, particolarmente batteria e voce.
Che lo stile dei Vreid abbia ben poco delle melodie più complesse ed epiche dei Windir è fuori da ogni dubbio, ed è ammirevole anche il fatto che il gruppo abbia cambiato solo un membro dalla propria fondazione. Quello che invece non si riesce a capire è perché, dopo diciassette anni di carriera, il sound gruppo abbia ancora una fondazione incerta, con un songwriting roccioso ma tendente all’etereo con molte riserve: si ha l’impressione di ascoltare un side project che deve ancora trovare l’occasione di pubblicare il loro lavoro definitivo, occasione che per ora non è mai arrivata. Da allora si sono susseguiti una schiera di lavori monotoni, per niente energici, come se i membri si trascinassero dove porta il vento in attesa di qualcosa che probabilmente è passato tempo addietro.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
3
|
|
Partendo dal presupposto che si tratta di un concept album e che si discosta dalle produzioni precedenti, l'album ha un filo conduttore e la band riesce a creare atmosfere sicuramente meno black ma sicuramente con l'impronta dei Vreid.
I Windir non c'entrano nulla con loro, è inutile continuare a paragonarli.
"Lifehunger" era sicuramente superiore ma questo nuovo album lo trovo valido e di piacevole ascolto.
Grandi Vreid |
|
|
|
|
|
|
2
|
|
Al di là dei refusi, ho fatto fatica a capire certi passaggi della recensione. |
|
|
|
|
|
|
1
|
|
Ottimo CD, canzoni ben strutturate e molto varie tra loro rendono l'ascolto poco impegnativo ma allo stesso tempo intrigante...
Non hanno sicuramente la classe dei Windir ma non hanno mai avuto la pretesa di averla.. Non suonando lo stesso genere non vedo perchè tutti questi paragoni con i Windir...
Rispetto per aver voluto proseguire cambiando pelle e fregandosene del peso che Valfar ha lasciato sulle loro spalle!!!
Ascolto consigliato a chi ama il Nord......
|
|
|
|
|
|
INFORMAZIONI |
 |
 |
|
|
|
|
|
|
|
Tracklist
|
1. Wild North West 2. Wolves at Sea 3. The Morning Red 4. Shadows of Aurora 5. Spikes of God 6. Dazed and Reduced 7. Into the Mountains 8. Shadowland
|
|
|
Line Up
|
Sture Dingsøyr (Voce, Chitarra) Stian Bakketeig (Chitarra) Jarle Kvåle (Basso, Tastiere) Jørn Holen (Batteria)
Musicisti ospiti: Terje "Valfar" Bakken (Tastiere nella traccia 7) Espen Bakketeig (Tastiere nelle tracce 2, 6, 8)
|
|
|
| |
RECENSIONI |
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
ARTICOLI |
 |
|
|
|
|
|
|
| |
|