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Nickelback - Everything Under the Sun
02/11/2026
( 403 letture )
A bordo del furgone di Get Rollin’ (2022) ci si era potuti godere qualche bella curva e un paio di accelerazioni prima di inchiodare bruscamente, scalare le marcie e terminare in dormiveglia un giro iniziato con i finestrini abbassati e la radio a tutto volume.
Scioltosi come neve al sole dopo l’adrenalinica San Quentin e le scosse provocate da Skinny Little Missy/Vegas Bomb, il decimo album dei canadesi ha rallentato fin troppo in una seconda metà lenta e zuccherosa, priva di nerbo e acquattata in un susseguirsi di ballad e innocui mid-tempo buoni solo per le FM americane o le Virgin/Radiofreccia del mondo gestite dal Ringo di turno.

I difetti rilevati ad ogni modo non hanno certo scalfito il percorso dei Nickelback, bravi anzi a (ri)guadagnare consensi grazie al documentario Hate to Love (2023) e felicissimi di aver ottenuto l’induzione nella Canadian Music Hall of Fame, l’ennesima ciliegina sulla torta di una carriera eccezionalmente proficua nel segno di un rock agli esordi venato dalle ultime ombre post-grunge e trasformatosi poi in un hard melodico ruffiano e piacione quanto dominante e spacca-classifiche.

Ora sotto l’ala della Virgin, la ditta Kroeger intitola Everything Under the Sun il lavoro discografico numero undici, volto ad esplorare una gamma emotiva comprendente vulnerabilità, incertezze, dolore, sfiducia e le abituali declinazioni dell’amore, tutto alla luce del sole e dunque senza maschere o filtri a nascondere un’indole genuina e un tradizionale processo di scrittura. Le pur buone intenzioni si scontrano tuttavia con le falle già notate nel disco precedente tanto che, sin dall’ascolto iniziale, è comprensibile ravvisare una forte somiglianza e un ricalco a grandi linee della medesima struttura, ovvero i due brani più “tosti” in apertura e da lì in avanti una sequela di tracce morbide, levigate e in diverse circostanze perfino melense.

L’inganno dell’opener viene qui replicato con Rattle the Cage, hard rock granitico, ruvido e dal sapore quasi metallico, incalzante nel refrain combattivo e nel solido registro vocale di Chad, da premiare anche per aver chiamato John 5 a firmare l’assolo di un pezzo memore della rocciosa This Means War. Bones for the Crows prosegue nella maniera giusta dosando espressività melodica, arrangiamenti d’archi, un deciso affondo rock nel bridge e un crepuscolare dualismo lirico fatto di immagini e simboli legati a vita, morte, luminosità e tenebre. Scelto in qualità di theme song a Wrestlemania 42, un così valido brano non ha però degni successori nella mansueta I Already Know, nella scontatissima ballad Make Me Love You e nella banale -come da titolo- Simple Song, arena-rock “perbenista“ in scia alle vecchie ma decisamente più riuscite If Everyone Cared e If Today Was Your Last Day.

Dal punto di vista del romanticismo, If I Don’t Go svolge bene il suo compitino mentre la ballad Leave Me Behind trova subito la quadra mediante la dolcezza acustica, il ritornello dal cuore tenero e la sempreverde affidabilità del timbro caldo e rassicurante di Kroeger, marinaio di lungo corso nelle perigliose acque del rock generalista.
Non al medesimo livello si pongono invece la solo orecchiabile Bottled Dreams e tantomeno la sconfortante mediocrità di Last Night Was Fun, pallidissimo tentativo di aggiornare l’elenco di canzoni festaiole (She Keeps Me Up, Bottoms Up, Gotta Get Me Some, Midnight Queen…) risoltosi in un edulcorato auto-plagio di This Afternoon. È al contrario legittimo mostrarsi più flessibili davanti all’esperimento “country-folk psichedelico” attuato nell’onirica leggerezza di Technicolor Steamboat, offrire un mezzo sorriso per la briosa Chasin’ Famous (analisi della celebrità da una prospettiva inversa alla mega-hit Rockstar) e accordare un pollice in alto a Lift Somebody Up, bagnata da una pioggia di ospiti da urlo (Sammy Hagar, Joe Bonamassa, Tommy Lee e Charlie Benante nella stessa traccia!) e all’atto pratico un esempio di rock leggero, cantabile, allegro e realmente efficace.

Il rimpianto principale da mettere in conto a questi Nickelback anni ’20 è la pressoché totale scomparsa dell’anima hard rock, negli ultimi due album ridotta ad un lumicino in favore di uno stile addomesticato, privo di grinta e di quell’attitudine politicamente scorretta che dava pepe alle tracklist e riusciva a bilanciare la quantità di zucchero inserita nelle ballad.
Essendo degli ottimi mestieranti, Chad Kroeger e soci hanno ancora “il tocco” e sanno comporre brani dilettevoli cuciti su misura per i fan, eppure mai come prima vige il rischio di fermarsi ad un ascolto sommario e distratto, relegando gran parte delle tracce in un cassettino della memoria che non verrà più riaperto.

Everything Under the Sun non riesce dunque a scacciare l’idea di un Get Rollin’ 2.0, gravato inoltre dall’assenza di un vero singolone (San Quentin batte Rattle the Cage) e colpevole di aver immesso poca benzina rock in un serbatoio impossibilitato a ripercorrere i fantastici chilometraggi degli anni d’oro, ricordi indelebili che agli occhi moderni appaiono con dispiacere offuscati.



VOTO RECENSORE
64
VOTO LETTORI
43.8 su 5 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2026
Virgin
Rock
Tracklist
1. Rattle the Cage
2. Bones for the Crows
3. I Already Know
4. Leave Me Behind
5. If I Don’t Go
6. Make Me Love You
7. Chasin’ Famous
8. Simple Song
9. Technicolor Steamboat
10. Lift Somebody Up
11. Bottled Dreams
12. Last Night Was Fun
Line Up
Chad Kroeger (Voce, Chitarra)
Ryan Peake (Chitarra, Cori)
Mike Kroeger (Basso)
Daniel Adair (Batteria)

Musicisti ospiti:
John 5 (Chitarra su traccia 1)
Chris Baseford (Chitarra su tracce 2, 3, 5, 10, tastiere su tracce
2, 5, 9, arrangiamento d’archi su traccia 2, Cori)
Tim Galloway (Chitarra su tracce 2, 9)
Ian Thornley (Chitarra su traccia 2)
Mark Siegel (Tastiere su tracce 3, 8, 12, Cori su traccia 3)
Ido Zmishlany (Tastiere, Cori su traccia 3)
Nicholas Durocher (Cori su traccia 4)
Jordan Harvey (Chitarra, Cori su traccia 5)
Randy Slaugh (Tastiere, Arrangiamento d’archi su traccia 6)
Rock Choir (Cori su traccia 8)
Chris Mutch-Jones (Direzione Coro su traccia 8)
Sam Smith (Direzione Coro su traccia 8)
Ryan Reynolds (Voce su traccia 9)
Sammy Hagar (Voce su traccia 10)
Brent Smith (Voce su traccia 10)
Joe Bonamassa (Chitarra su traccia 10)
Zach Myers (Chitarra su traccia 10)
Tommy Lee (Batteria su traccia 10)
Charlie Benante (Batteria su traccia 10)
Avalon Kroeger (Voce su traccia 11)
 
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