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Eric Clapton - Journeyman
30/11/2015
( 2146 letture )
Gli anni Ottanta e in particolare la seconda parte del decennio, non furono un periodo facile per le Leggende del Rock nate nei due decenni precedenti. La nascita di una nuova generazione di eroi, l’avvento di nuovi generi musicali come il punk, la new wave, il dark, l’heavy metal e poi l’electropop, con il drastico passaggio alla musica elettronica, spostarono radicalmente il linguaggio musicale delle nuove generazioni, lasciando spesso i grandi interpreti con la sensazione di essere ormai dei veri e propri dinosauri, pronti per il museo delle cere o per le Hall of Fame. In buona sostanza, sembrava che nessuno dei nuovi giovani volesse essere il nuovo Keith Richards o il nuovo Eric Clapton e che i riferimenti, per chi intraprendeva una carriera musicale all’epoca, fossero del tutto diversi. Parlando del grande chitarrista inglese, decisamente il decennio non stava regalando soddisfazioni indimenticabili da un punto di vista della carriera. Pur senza essere mai andato veramente nel dimenticatoio ed anzi avendo continuato negli anni a stabilire collaborazioni prestigiose al massimo livello e facendo uscire album con una buona continuità, alcuni dei quali anche baciati da un più che discreto successo commerciale, l’epoca nella quale le strade di Londra si riempivano di scritte sui muri che recitavano ”Clapton Is God” sembrava ormai lontanissima. Il chitarrista era dichiaratamente una vittima della doppia dipendenza da alcool e cocaina e non sembrava avere nessuna voglia di uscirne, nonostante vari ricoveri in cliniche specializzate. Per fortuna, come accade in questi casi, sarà la vicinanza degli amici ad impedire il crollo definitivo e, in particolare, grazie alla collaborazione con Phil Collins, il buon successo dell’album August sembrò aprire una nuova fase nella carriera e nella vita di Eric Clapton. L’uscita della quadrupla antologia Crossroads servì come rodaggio e celebrazione dell’enorme eredità artistica del chitarrista inglese, preparando il mercato per il ritorno in pompa magna, che sarebbe dovuto arrivare con Journeyman.

Annunciato da una copertina molto significativa, con un Clapton maturo e che non nasconde i segni del tempo e dei vizi, ma si mostra a viso scoperto in primissimo piano, l’album già dal titolo sembra voler mostrare una consapevolezza di ciò che era stato fino a quel momento, tanto nel bene quanto nel male, nella grandezza e nelle cadute e di voler guardare avanti. In realtà, le condizioni di Clapton erano tutt’altro che stabili ancora e per gran parte il disco si regge su composizioni altrui, col chitarrista a mettere la propria firma in collaborazione solo in un paio di brani. Eppure, la straordinaria versatilità e la sensibilità artistica restano miracolosamente intatte e Clapton si cala nei brani con una interpretazione vocale e chitarristica di livello assoluto, statuendo se non altro che le qualità di interprete restavano fuori dal coro delle critiche. A livello stilistico, il disco raccoglie una enorme quantità di differenti suggestioni e mostra per l’ennesima volta il furbo approccio del chitarrista, che riesce a duettare abilmente tanto col blues, quanto col soul e l’R&B, col rock quanto e soprattutto col pop. Si tratta di un album estremamente elegante, nel quale Clapton è affiancato da una lista infinita di musicisti di livello straordinario, che contribuiscono a creare un quadro variegato e radiofonico, senza asperità, con un suono tondo, pulito e profondo che esalta tanto la chitarra del band leader, quanto la sua voce, regalando un notevole spettro anche al basso, suonato per la maggior parte dei brani da quell’immenso musicista che risponde al nome di Nathan East. Le ritrovate collaborazioni con David Sanborn al sassofono, Phil Collins, Greg Phillinganes o Cecil e Linda Womack, l’amico di una vita George Harrison, Daryl Hall, Chaka Khan, Robert Cray e via discorrendo, dimostrano che il tentativo di rilancio effettuato fu davvero imponente, al di là del risultato complessivo. Il taglio moderno dato alla produzione, ma soprattutto l’estrema vicinanza a sonorità pop di canzoni peraltro ottime come No Alibis, Breaking Point e Anything for Your Love, spingono il disco verso una consacrazione radiofonica e mediatica assolutamente indispensabile a quel punto, ma è indubbio che l’anima blues di Clapton resti importante e giochi un ruolo fondamentale in brani come la conclusiva Before You Accuse Me, uno standard vero e proprio o nelle riletture di Hard Times (Ray Charles) e Hound Dog, piuttosto che in Running on Faith o nella monumentale Old Love suonata in duetto con Robert Cray e che rappresenta uno dei punti massimi del disco e diventò un classico immediato da lì in avanti. Il meglio, assieme ad Old Love, arriva dall’opener Pretending, brano all’apparenza leggero leggero e che trova invece nella distorsione appena satura e nell’uso dei synth una dimensione nuova per il musicista che comunque riesce ad inserirsi con i classici continui fraseggi di chitarra, una sezione fiati e i cori armonizzati, nella classica tradizione soul, in un brano di impianto rock teso e stemperato solo dall’arrangiamento e dall’insistito refrain, nella straordinaria Bad Love, vetta massima del disco, graziata da un solo da antologia e da un andamento finalmente aggressivo e che non potrà rimembrare il classico Layla pur senza possederne l’aura leggendaria e, infine, nelle sentite ed emozionanti versioni di Running on Faith ed Hard Times, due vere e proprie chicche e nella dolcissima Lead Me On suonata in coppia con Linda e Cecil Womack, appena troppo lunga ma assolutamente deliziosa.

In tutti i brani, al di là di qualche caduta, come la non splendida rivisitazione di Hound Dog, Clapton trova una chiave di lettura che non ci fa dimenticare, al di là dell’arrangiamento, che questo è un suo disco e che nonostante gli anni e le difficoltà personali, nonostante i tempi della leggenda siano ormai lontani e quello che resta è la volontà di continuare a produrre “buoni” dischi, lasciando ad altri il compito e il fardello di stabilire i nuovi standard, il fuoriclasse è ancora al suo posto, capace quando serve di tirare fuori quella stoffa che in pochi possiedono. La qualità generale offerta in Journeyman è in effetti di buono, se non ottimo livello, e gran parte del merito va a Jerry Lynn Williams, chitarrista e collaboratore di Clapton, che qui si presenta con ben cinque brani a propria firma (Pretending, Anything for Your Love, Running on Faith, No Alibis, Breaking Point) che costituiscono l’ossatura attorno alla quale si sviluppa l’album, contribuendo a quel connubio tra sonorità più leggere, ma non per questo meno raffinate e venature rock, blues e soul che restano la cifra stilistica primaria del band leader e di Journeyman nello specifico. Le premesse per un buon successo c’erano insomma tutte e in effetti il disco andò bene, in generale, lanciando i singoli nelle primissime posizioni delle classifiche inglesi e statunitensi e regalando il primo doppio album di platino al chitarrista inglese, senza ottenere però quello sfracello di consensi che ci si attendeva e che forse non era ancora nelle corde di Clapton. Un consenso che comunque sarebbe arrivato nell’arco di pochi anni, grazie a quell’Unplugged e al singolo Tears in Heaven. Quello che resta infine è un buon disco, tendente all’ottimo, oggi forse leggermente dimenticato e che invece all’epoca contribuì e non poco a rilanciare la carriera e la credibilità di Clapton in un momento difficile. Un album che è giusto non considerare tra gli imprescindibili del chitarrista, ma che costituisce una valida seconda scelta nella sua lunga discografia.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
83 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
1989
Duck/Reprise Records
Rock
Tracklist
1. Pretending
2. Anything for Your Love
3. Bad Love
4. Running on Faith
5. Hard Times
6. Houng Dog
7. No Alibis
8. Run So Far
9. Old Love
10. Breaking Point
11. Lead Me On
12. Before You Accuse Me
Line Up
Eric Clapton (Voce, Chitarra, Dobro)
Phil Palmer (Chitarra)
John Tropea (Chitarra)
Jerry Lynn Williams (Chitarra, Cori)
Greg Phillinganes (Sintetizzatori, Piano, Tastiera, Cori)
Nathan East (Basso, Cori)
Jim Keltner (Percussioni, Batteria, Tamburello, Batteria elettronica)

Musicisti Ospiti
Linda Womack (Voce su traccia 11)
George Harrison (Chitarra e cori su traccia 8)
Cecil Womack (Chitarra Acustica, Cori)
Robert Cray (Chitarra su trace 9 e 12)
Pino Palladino (Basso su traccia 3)
Phil Collins (Batteria su traccia 3, Cori)
David Sanborn (Sassofono Alto)
Gary Burton (Vibrafono)
Jeff Bova (Sintetizzatori)
Alan Clark (Sintetizzatori, Tastiera, Organo Hammond)
Robbie Kondor (Sintetizzatori, Armonica, Tastiera, Vocoder, Batteria elettronica)
Rob Mounsey (Sintetizzatori)
Robby Kilgore (Sintetizzatori)
Richard Tee (Piano, Fender Rhodes)
Carole Steele (Percussioni, Conga, Tamburello)
Daryl Hall (Cori)
Tawatha Agee (Cori)
Lani Groves (Cori)
Chaka Khan (Cori)
Tessa Niles (Cori)
Vanessa Thomas (Cori)
Hank Crawford (Sassofono Alto)
Ronnie Cuber (Sassofono Baritono)
David "Fathead" Newman (Sassofono Tenore)
Jon Faddis (Tromba)
Lew Soloff (Tromba)
Jimmy Bralower (Batteria elettronica)
 
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