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27/04/25
HEILUNG
TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI - MILANO
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Islander - Violence & Destruction
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( 2106 letture )
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A volte le ciambelle non escono con il classico buco. Mi si perdoni l’abusatissimo luogo comune, ma è esattamente un pensiero di questo tipo che si materializza dopo l’ascolto del presente lavoro; infatti, apparentemente, ci sono tutti gli ingredienti per avere un disco interessante: band giovane e affamata, ospiti “giusti”, casa discografica di prim’ordine dietro le spalle, produzione come si deve. Eppure, qualcosa non va. Partiamo dall’inizio: gli Islander sono un giovane quartetto americano recentemente approdato alla rinomata Victory Records, presso la quale, dopo un EP di assaggio, intitolato Pains, danno ora alla luce il primo lavoro sulla lunga distanza. Le loro influenze sono chiare sin dalle prime note: Rage Against The Machine su tutti, ma anche buona parte della scena nu metal degli ultimi 15 anni, dai Deftones ai P.O.D., e una vigorosa componente punk-hardcore, Bad Brains in particolare.
Gli Islander non si limitano però a scopiazzare pedissequamente gli artisti sopra citati: rielaborano i loro insegnamenti unendoci il proprio gusto personale, e danno alla luce dodici pezzi carichi di rabbia e di energia, tutti di durata attorno ai tre minuti. Finora, tutto bene quindi, non sembrano esserci note negative. Purtroppo, è solo l’inizio. Una prima perplessità arriva analizzando la struttura dei pezzi: malgrado le ovvie differenze fra l’uno e l’altro, si percepisce come pressoché tutti i brani presentino tre “sezioni standard” che si ripetono in maniera simile. La prima di queste, con la quale si apre l’opener Counteract, è generalmente composta da un riff chitarristico cupo ed aggressivo, sul quale si stagliano le linee vocali “urlate” del cantante; la seconda è generalmente costituita da un mid-tempo ben scandito da chitarra e basso e da linee vocali melodiche e ben cantate. Infine, troviamo diversi intermezzi lenti e ipnotici, sottolineati da linee vocali sussurrate e basse. Utilizzare stilemi compositivi ricorrenti non è di per sé sbagliato, anche se finisce per far assomigliare un po’ troppo i vari brani; ma il problema vero di questo disco è che solo alcune di queste forme espressive risultano riuscite. In breve, gli Islander riescono a convincere l’ascoltatore in maniera piena quando la voce tira fuori valide melodie ben supportate da un energico accompagnamento degli strumentisti: la seconda sezione, delle tre sopra citate. In queste parti, i nostri riescono ad essere originali e davvero piacevoli. Purtroppo, quando invece aumentano il ritmo e l’aggressività, o al contrario quando calano l’intensità ed i volumi, i Nostri deragliano dai binari giusti in maniera abbastanza preoccupante. Le parti veloci sono sicuramente d’impatto, ma anche assai poco originali: una sensazione di “già sentito” è presente in ogni secondo; per di più, a peggiorare le cose, sembra evidente come il cantante sia spesso sforzato e quasi fuori registro, come se le parti urlate e aggressive non facessero parte del suo bagaglio stilistico e lui si sia trovato a doverle cantare quasi suo malgrado. Specularmente, anche le parti riflessive non paiono ancora perfettamente nelle corde degli Islander: sono davvero molto lente, prive di melodie o arrangiamenti in grado di entusiasmare, spesso paiono poco più che riempitivi; ecco che la noia è dietro l’angolo. Se si considera che pressoché tutti i brani sono costituiti da un’alternanza, in forma variabile, di queste tre differenti sezioni, è facile capire quali siano le sensazioni che emergono dall’ascolto. Ci sono pezzi che partono bene, convincono, piacciono e poi, improvvisamente, sul più bello, quando il brano dovrebbe “esplodere”, calano improvvisamente di tensione e di efficacia; ci sono al contrario brani che iniziano in maniera piatta e monotona, e solo dopo i primi minuti riescono a trovare il ritmo giusto e coinvolgente. Da qui la banale considerazione dell’inizio: in molti, troppi punti, questo disco promette molto, ma mantiene poco. Non tutto è da bocciare: Coconut Dracula è un bel pezzo, ben arrangiato e ben suonato, e anche la successiva Cold Speak è assolutamente sopra la media del resto del disco. Sono purtroppo gli unici due casi: rimane ovunque una sensazione di incompiuto e un insoddisfazione complessiva di fondo che lascia l’amaro in bocca.
Rimane la speranza, e l’augurio per loro, che gli Islander, all’esordio sulla lunga distanza, non dimentichiamolo, riescano nel futuro a focalizzare meglio la loro proposta musicale su ciò che sanno fare bene, eliminando quelle parti che ora sembrano fuori dalle loro attitudini, o migliorandole rendendole finalmente convincenti.
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Counteract 2. The Sadness of Graves 3. Coconut Dracula 4. Cold Speak 5. Pains 6. Kingdom 7. Side Effects Of Youth 8. New Wave 9. Criminals 10. Mira 11. Hearts Grow Cold 12. Violence and Destruction
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Line Up
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Mikey Carvajal (Voce) Andrew Murphy (Chitarra) Chris Doot (Basso) Eric Frazier (Batteria)
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RECENSIONI |
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