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Darkest Hour - Suffer Divine
01/11/2026
( 442 letture )
Per una volta, riprendiamo e rielaboriamo con cura le parole del promo ufficiale: la musica dei Darkest Hour racchiude in sé la passione e gli intenti dell'hardcore, uniti a un rispetto assoluto per i riff melodici, la potenza tellurica del death metal, la velocità del thrash e le armonie a due chitarre tipiche della NWOBHM. Il nuovo album della band, Suffer Divine è un concentrato di aggressività priva di compromessi: il significato emotivo che permea ogni singola nota alimenta, ancora una volta, la viscerale passione per il metal, espressa attraverso una cura maniacale del suono, mai così vero e “in your face”.
Bene, cosa ci sarà di vero nella mini-analisi di casa MRNK Heavy, intenta a promuovere il nuovo lavoro della band americana, a soli due anni dal bellissimo Perpetual | Terminal? La risposta è semplice ma non scontata, ed è assolutamente positiva. Un grande “sì” che accompagna lo scapocciamento convulso che, in barba all’età, ci fa smuovere anima e corpo durante i 42 minuti del nuovo album. Poca pausa questa volta tra un lavoro e l’altro (a differenza dei 7 anni passati dopo Godless Prophets & The Migrant Flora), ma tanta sostanza. Sbavature non pervenute, ma tanto sudore, classe e voglia di festeggiare con birra e heavy metal i trent’anni del gruppo.

Dopo vari tentativi a vuoto, la band di Washington riesce a collaborare con il bravissimo e affermato Eliran Kantor che si occupa di copertine grafica, mentre in cabina di regia troviamo il leggendario Mark Lewis. Tutto sembra combaciare perfettamente, e fin dalle prime note di All Cruelty Springs from Weakness / Gods of Decay capiamo che -effettivamente- la situazione in casa DH è più florida che mai. Il ponte sonico con tracciato con il recente, bellissimo Perpetual | Terminal (2024) è ben chiaro ed evidente, ma la nuova sferzata discografica non si ferma qui, ma combacia perfettamente, a tratti, con tutta l’epopea della band. Ci sono echi stridenti dell’HC/metal primigenio, il thrash/death iracondo, i tocchi prog e, ovviamente, ritroviamo con piacere le veloci e snelle scorribande melodeath. In un vero “ speciale Darkest Hour “ che si schianta a 180 km/h in poco meno di tre quarti d’ora con la cieca verve di un meteorite di medie dimensioni, Suffer Divine sprigiona energia da tutti i pori, iniziando per una volta da una coppia di singoli davvero sugli scudi: la title-track, veloce e furiosa, e la più anthemica e melodica Warrior. Due brani quasi agli antipodi che sintetizzano alla perfezione il DNA dei DH senza trucchi né scorciatoie, laddove nella prima traccia troviamo l’aggressione frontale di brani quali A Knife in the Safe Room , con tanto di assoli Slayer-iani e accelerazioni al cardiopalma, mentre Warrior bilancia il lato death melodico con gli assoli melliflui di Nico Santora. Questi due brani, non a caso scelti come gustosi apripista, bilanciano l’ago di Suffer Divine, creando il contesto tutt’attorno. Mettetevi comodi, perché la potenza sprigionata dall’attacco uno/due di All Cruelty Springs from Weakness / Gods of Decay è catarsi estrema senza filtri. Melodie sibilline si insinuano nella potenza del suono, che ripesca dall’immancabile Slaughter of the Soul nella brevilinea opener per connettersi con le influenze dell’album omonimo dei Darkest Hour. John Henry comanda l’armata a modo suo, modulando harsh, scream e growl alla perfezione. La ciurma, potenziata dal distruggitore Travis Orbin si muove agilmente durante la tempesta e, come previsto, non delude né in fase di riff né in fase solista. Gli scambi frequenti sono di casa, e così la potenza alternata di No Conquered Hearts, con il suo refrain epico alla A Thousand Words to Say but One e i riff intricati. Davvero una partenza da incorniciare, non tanto per l’originalità (cosa?), ma per la bontà estrema che si insinua in ogni aspetto dei brani, colpendo ripetutamente nel segno. Il brano n.3 convince senza remore e ci porta a fare air-guitar durante il sinuoso solo di Santora, perfettamente a suo agio anche nei momenti più tirati. Un album che suona come un piccolo-grande omaggio storico senza una particolare connessione temporale. Ne è la prova la lunga e strutturata Salvation, che domina il campo con il suo andamento melodico, i lead puliti e un mid-tempo in continua crescita, che muta e si auto-nutre. John Henry rispolvera il suo lato melodico/sporco prima di un’accelerazione/cavalcata heavy metal che si evolve in un primo bridge strumentale-solista da applausi. Non c’è paura nel cuore dei Darkest Hour , che si muovono con facilità tra il tessuto metallico che li sostiene e circonda. Bellissimo punto di svolta con la doppietta Salvation / Suffer Divine , diverse ma ugualmente esaltanti. Le classiche “due facce della medaglia” che si scontrano provocando scintille. Il bellissimo codino acustico della prima si spegne nel frastuono thrasheggiante della seconda, intenta a colpirci in pieno volto come il Rocky dei tempi migliori. Al tappeto, riprendiamo fiato per concederci un drink ghiacciato e riprendere l’ascolto del sequel di Perpetual | Terminal: in balia di riff che profumano di catrame, zolfo e inquieti paesaggi infernali, riprendiamo spada e scudo per devolverci nella Parte II della faccenda, tra richiami al passato recente, botte sporcate di HC e una tonnellata di iper-riff e assoli. Dopo la processione romanzata di Warrior, Vile Angel spunta sulfurea e tecnica. Da un lato la ritmica di Mike Schleibaum , dall’altro i contrappunti melodici di Nico Santora, per una brusca impennata melodeath d’altri tempi che, neanche a dirlo, non concede sosta, debolezza o inutili fronzoli, ma un buon refrain melodico/aggressivo e tanto headbanging. Come spesso accade, si procede a coppie di assi e dicotomie, tra cui l’ampia distesa melodico-emozionale di Unforgiving Hand, una semi-strumentale che riprende il concetto discorsivo di Amor Fati, ampliandone minutaggio e tasso tecnico. Un bel giro di boa finale che ci stende non grazie alla furia, ma alle carezze tinte di prog.

I Darkest Hour sono qui anche per dimostrare che i lodatissimi tempi di Undoing Ruin e Deliver Us sono distanti solo a livello temporale, perché qualitativamente siamo (di nuovo) a livelli altissimi. Everyday Horrors spinge sull’acceleratore sfondando i limiti di velocità con la sua fierezza thrash/stradaiola e il suo bridge da pugni al cielo ed esaltazione pura. Un ottimo sequel della title-track, Everyday Horrors porta nuova carne in tavola prima del finalone esteso di A Story of Redemption, che continua la tradizione di chiusure epiche come Tranquil e la recente, immensa Goddess of War, Give Me Something to Die For. La “storia di redenzione” è un brano tipicamente metal intinto in salsa svedese, con i suoi umori ballerini: melodia, mid-tempo, riff pronti per incendiare il palco con un grandissimo John Henry al comando, fieramente accompagnato dalla coppia di chitarre, sempre impeccabile e sempre ispirata. Album che condensa rabbia, dolore e, allo stesso tempo, speranza ed empatia in soli 42 minuti.

Il silenzio ci circonda. Ma siamo fieri di festeggiare trent’anni di carriera con questa band di incessanti lavoratori blue collar: i Darkest Hour sono piccole leggende che hanno conquistato un po’ tutti con meriti indiscutibili, incessanti tour e, soprattutto, grandi album. Umiltà e pugni al cielo: l’essenza stessa dell’heavy metal passa anche di qui.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
82 su 3 voti [ VOTA]
lisablack
Lunedì 2 Novembre 2026, 19.29.43
4
Ragazzi.. Sono bravi davvero, neanche mi sono accorta che esistevano.. 🤷 Colpa mia perché penso solo al Black🤣
Giollo
Lunedì 2 Novembre 2026, 19.06.42
3
Vero. Però fortunatamente (per i miei gusti) sono tendenti più al death melódico che al metalcore. Questo ultimo disco non è male, ma vi consiglio di recuperare i primi 4.
unkwn
Lunedì 2 Novembre 2026, 11.56.55
2
Lisa, sono stati un ponte tra il melodeath svedese e l\'hardcore metallizzato americano, in pratica le basi del melodic metalcore. Tra i primi fra l\'altro a realizzare questa unione, anche io dovrei studiarli molto meglio visto che il sound di Goteborg lo preferisco nettamente a qualunque altra forma di death metal.
lisablack
Lunedì 2 Novembre 2026, 10.56.30
1
Una band che da anni è in scena e che non conoscevo affatto.. E da ciò che ho sentito su you tube, non è affatto male.. Melodic death, va benissimo in ambito death non si butta via nulla, almeno per me
INFORMAZIONI
2026
MNRK Heavy
Melodic Death
Tracklist
1. All Cruelty Springs from Weakness (introduction)
2. Gods of Decay
3. No Conquered Hearts
4. Salvation
5. Suffer Divine
6. Warrior
7. Vile Angel
8. The Unforgiving Hand
9. Tribalist
10. Everyday Horrors
11. A Story of Redemption
Line Up
John Henry (Voce)
Mike Schleibaum (Chitarra)
Nico Santora (Chitarra)
Aaron Deal (Basso)
Travis Orbin (Batteria)
 
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