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Dokken - Long Way Home
21/08/2021
( 1329 letture )
Tante le vicissitudini e ancor più i cambi di pelle, specie se correlati alle brevi militanze dei protagonisti arruolati di volta in volta, della creatura di Don Dokken, la quale, all’alba del nuovo millennio, dava alle stampe il qui presente Long Way Home, ottavo album in studio della band fra le paladine indiscusse dell’hard rock Ottantiano che non necessita certo di presentazioni o ruffianerie di alcun tipo.
D’altronde chi ama il genere sa bene quanto Dokken & soci abbiano contribuito a rendere gloriosa e irripetibile l’epoca d’oro dell’hard rock.
Come molte band del magico decennio, anche i Dokken soffrirono un lieve calo di popolarità che li spinse a virare verso un sound che facesse contenti i vecchi aficionados e avvicinasse nuovi proseliti al culto del rock duro in una sorta di mix volto a esplorare nuove sonorità senza però rinnegare le radici.
Due i nuovi volti chiamati in causa per offrire il proprio contributo: l’allora chitarrista degli Europe John Norum e l’ex bassista MSG Barry Sparks.
Long Way Home rappresentò dunque un tentativo più che discreto di far convolare a nozze il marchio di fabbrica collaudato con una ventata di novità proposte a destra e a manca, specialmente nelle scelte del missaggio e degli effetti, atti a ‘’svecchiare’’, per così dire, la natura delle canzoni e renderle accattivanti per una platea di più ampio raggio.

Ed è infatti la modernissima resa delle distorsioni elettriche nel riff in apertura di Sunless Days, così dannatamente heavy e fresca, che apre il disco premendo subito sull’acceleratore e offrendo una buona resa fra la melodia del ritornello, ove si apprezzano le splendide linee vocali costruite dal buon Don Dokken, e la durezza dei versi, inaciditi poi dall’assolo anarchico disegnato da John Norum.
L’atmosfera maudit e dalle tinte in chiaroscuro conferisce al pezzo una nota di sospirata malinconia che non cede il passo alla rassegnazione quanto alla fiera volontà per i Dokken di raccontare una storia e di farlo nella maniera a loro più congeniale, ossia colpendo dritto in volto e senza fronzoli.
La successiva Little Girl condivide in parte la malefica rarefazione emotiva apprezzata in apertura ma punta ad una maggiore orecchiabilità, benché opti per la chitarra laddove in passato avremmo probabilmente applaudito uno splendido intermezzo di tastiere scintillanti.
Interessante il tappeto ritmico ricamato da batteria e basso, con un Mick Brown alle pelli che carezza e picchia con stile e dinamicità.
Everybody Needs (to Be with Someone) ripulisce il suono della chitarra e punta sul coinvolgimento grazie ai cori in controvoce che garantiscono il giusto apporto di partecipazione e interesse da parte di chi ascolta.
Si distingue ancora una volta l’assolo di Norum, per niente scontato, che si distende sul finale verso accordi caldi e rassicuranti. Tanto mestiere per un brano senza infamia né lodi che scorre veloce senza annoiare.
You è un autentico esempio di sperimentazione sia con il coro lezioso in incipit che ricorda lontanamente gli Alice in Chains sia per i vari accorgimenti operati sulla voce di Don Dokken, ora in clean ora filtrata. La canzone rifugge all’idea di una struttura predefinita, piuttosto cerca di trascendere dai soliti territori battuti dai Dokken, riuscendo nell’impresa di regalare una ventata d’aria fresca per il sound dei nostri.
E qualora non bastasse la sorpresa per l’esecuzione di You, la band decide di stupire ancora e piazza subito dopo una ballad in chitarra acustico e piano che restituisce alla voce di Don Dokken il fascino di sempre e assicura un’interpretazione magistrale del frontman.
Il binomio Magic Road e There Was a Time crea una certa continuità di idee nella scelta di rallentare e sfumare le percezioni, grazie all’uso dei cori e alle moderate accelerazioni distese su chitarra acustica e pianoforte. Nessun miracolo, sia chiaro, ma entrambi i pezzi portano a casa la sufficienza piena e meritata.
Heart Full of Soul è un omaggio vivace e spassionato agli Yardbirds e si fa benvolere in tutto e per tutto alzando l’asticella delle aspettative e prefigurandosi come uno fra i momenti meglio riusciti del full-length.
Under the Gun torna a inspessirsi e a far galoppare i bpm avvalendosi di autentiche rasoiate della sei corde di Norum e dell’ugola di Don Dokken che graffia e morde con la solita classe.
La chiusura è affidata ad un’altra ballad, la delicata I’ve Found, che parte con un arpeggio melodico in climax e procede smielata senza riuscire ad affondare il colpo nel cuore dei romantici, pur concludendo con dignità quello che è un lavoro ricco di spunti interessanti non sempre valorizzati quanto avrebbero meritato.

Long Way Home, come abbiamo visto, è un lavoro che ha poco a che vedere con i classici della band e che all’uscita fece storcere il naso a molti fan di lunga durata.
Se da una parte il disco tenta di preservare l’identità del gruppo ricalcando le orme dei fasti in più di un’occasione, dall’altro si sforza e prova a modernizzarsi e celebrare un nuovo equilibrio.
L’operazione, coi suoi alti e i suoi bassi, si fa apprezzare e vale la pena, magari a distanza di così tanti anni, concedergli un (ri)ascolto e sciogliere eventuali riserve, laddove ancora ve ne fossero, per i puristi dokkeniani.



VOTO RECENSORE
65
VOTO LETTORI
75.4 su 5 voti [ VOTA]
ShotInTheDark
Martedì 25 Ottobre 2022, 13.31.40
5
Sicuramente Don Dokken riprese John Norum solo perchè lo conosceva benissimo per il lavoro svolto di Up From The Ashes (non citato, crimine!!!!) ma il disco è abbastanza terribile. A parte il bridge di Sunless Days, quello sì nell'olimpo del genere
Aceshigh
Martedì 24 Agosto 2021, 13.56.49
4
Bel disco, forse l’ultimo valido dei Dokken. Giusto 2/3 pezzi sotto la media, il resto sempre su livelli più che buoni. Merita sicuramente un ascolto, insieme a Dysfunctional e Erase The Slate, due altri bei dischi. Voto 79
Adrian Smith
Domenica 22 Agosto 2021, 7.49.40
3
Formazione da urlo, buon disco anche se preferisco Erase the Slate di quel periodo.
InvictuSteele
Sabato 21 Agosto 2021, 15.15.28
2
Dopo il sottovalutato ma bellissimo Dysfunctional questo è il miglior album dalla reunion. Voto 78
Epic
Sabato 21 Agosto 2021, 14.26.37
1
Per me un buon lavoro, tra i migliori della seconda era. Voto 73
INFORMAZIONI
2002
Sanctuary
Hard Rock
Tracklist
1. Sunless Days
2. Little Girl
3. Everybody Needs (to Be with Someone)
4. You
5. Goodbye My Friend
6. Magic Road
7. There Was a Time
8. Heart Full of Soul (cover degli Yardbirds)
9. Under the Gun
10. I've Found
Line Up
Don Dokken (voce, chitarra ritmica, chitarra acustica)
John Norum (chitarra solista)
Barry Sparks (basso, cori)
Mick Brown (batteria, cori)
 
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