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27/04/25
HEILUNG
TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI - MILANO
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Mortal Sin - Mayhemic Destruction
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28/03/2020
( 1996 letture )
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Come tanti anni che costituiscono una sorta di spartiacque musicale, il 1986 ha rivestito nell’ambito della musica thrash un momento fondamentale: è l’anno di pubblicazione di Master of Puppets, Reign in Blood, Peace Sells, Pleasure to Kill, Obsessed By Cruelty, Eternal Devastation, Doomsday for the Deceiver, Zombie Attack, Game Over, The Dark, The Force, Orgasmatron, Darkness Descends e di decine di altri capolavori del genere. E’ anche l’anno nel quale qualcosa di più malato e violento cominciò a dare potenti segnali di vita: è l’anno di Rrröööaaarrr dei Voivod, di Morbid Visions dei Sepultura, di Beyond the Gates dei Possessed, Celtic Frost e Bathory hanno già pubblicato due album e si apprestano a rilasciare di lì a poco il terzo. Insomma, è un anno fondamentale, che da un lato mostra il thrash metal al suo culmine, con le varie derive thrashcore e, dall’altro, mostra i primi veri vagiti dell’estremismo sonoro che culminerà di lì a poco nel grind, nel death e nel black metal. In mezzo a pieno titolo a questo momento di grande effervescenza, riuscì a farsi notare anche il debutto di una band australiana, i Mortal Sin.
Nati da pochi mesi, dopo che Wayne Campbell e Mat Maurer rubarono alla band del primo, i Wizzard, il chitarrista Keith Krstin, ai Judge il bassista Andy Eftichiou e inizialmente il secondo chitarrista, Neville Reynolds, poi prontamente sostituito con Paul Carwana, i Mortal Sin non persero tempo e, guadagnato un certo riscontro locale, registrarono subito un demo. Era luglio del 1986 e i cinque, particolarmente soddisfatti del risultato, nonostante i soli tre giorni che poterono dedicare alle registrazioni, decisero di fare un ulteriore passo e, poco dopo, pubblicarono le otto canzoni ufficialmente come album di debutto, scegliendo come titolo Mayhemic Destruction, attraverso la propria etichetta, la Mega Metal Productions. Una mossa coraggiosa che diede i suoi frutti, attirando l’attenzione in tutto il mondo e spingendo quindi la Vertigo Records a mettere sotto contratto la band e ristampare il disco nel 1987, ottenendo infine un più che discreto riscontro.
Il motivo di tanta attenzione è presto detto: i Mortal Sin dimostrarono già con questo album che l’Australia non era solo la terra dei canguri e dei koala, di AC/DC e Rose Tattoo e si misero in prima fila, rivelando un piccolo ma concreto sottobosco di band thrash locali, dalle quali seppero prendere i migliori elementi, arrivando così velocemente a definirsi come band capace di pubblicare un album di debutto già di livello internazionale, che si cala alla grande nel contesto di un anno importantissimo come il 1986 e, subito dopo il 1987, assieme a Testament, Suicidal Tendencies, D.R.I. e via discorrendo ed estremizzando. Il sound di Mayhemic Destruction, pur mostrando infatti tutti i limiti delle registrazioni, è assolutamente maturo e moderno, come la proposta della band. Sicuramente più vicini alle sonorità americane, che non a quelle europee, i Mortal Sin suonano come una concreta risposta ai Metallica di Ride the Lightning, ma hanno nella loro proposta diverse sfaccettature, che non nascondono le radici hardcore e sono altresì anticipatrici delle derive death che già diverse altre band stavano sperimentando e che proprio nel 1987 conosceranno la prima vera consacrazione con Scream Bloody Gore.
Dotati di una più che buona preparazione tecnica, i Mortal Sin propongono un thrash dinamico e potente, tronfio e arrogante, malefico e sinistro, sia nelle vocals di Maurer, che ben si adatta ai diversi registri toccati dalla musica dei compagni, sia nella sezione ritmica che vede in Eftichiou un eccellente bassista e in Campbell un discreto pestatore, capace anche di qualche passaggio pregevole, come di giocare le sue carte ai limiti dell’hardcore quando le tracce diventano più violente. Stesso discorso per il comparto chitarristico del duo Krstin/Carwana: buonissima la ritmica intessuta dai due, con riff gonfi e dotati di buona dinamica, che si aprono a solismi efficaci pur senza toccare livelli eccelsi. Insomma, un gruppo solido e capace di giocare bene le sue carte, scegliendo otto tracce mediamente attorno ai cinque minuti di durata. The Curse è un ottimo intro, che lascia il campo a Women in Leather, già un piccolo classico, la quale ricorda i Metallica nella linea melodica, ma mostra anche sviluppi interessanti lasciando che sia la parte strumentale a giocare il ruolo preminente, in particolare per il basso di Eftichou sempre in evidenza. Al contrario, Lebanon, aperta da un riff che sembrerebbe più egiziano che mediorientale e che ricorda comunque gli Artillery, offre un refrain hardcore che lascia il segno, così come il testo e, ancora, uno sviluppo strumentale interessante e ricco di cambi di tempo. Liar si apre su un arpeggio, sul quale Maurer gioca la sua voce alta, lanciando poi l’arrembaggio della ritmica e un nuovo refrain hardcore. Da qui in poi si apre la parte più aggressiva dell’album con la doppietta Blood, Death, Hatred e Mortal Slaughter che sprizza energia e violenza a tutti i livelli, mentre Into the Fire, forse la traccia meno interessante del disco, è più caciarona e divertente. Chiude la titletrack, quella che mette più in luce le derive death metal, tanto nella voce di Maurer che assume toni decisamente più gutturali, nella strofa e nel refrain, quanto nelle parti di batteria di Campbell che arriva ai suoi massimi livelli di aggressività. Restiamo naturalmente sempre in ambito thrash e i riff difatti sono puramente aderenti ai canoni di genere, ma la svolta è davvero dietro l’angolo e si percepisce benissimo.
Introdotto visivamente da un demone che infierisce sulle rovine del famoso teatro dell’Opera di Sydney, Mayhemic Destruction è insomma un debutto che colpisce, per le proprie qualità intrinseche, per il più che discreto livello tecnico messo in luce dalla band, per la capacità di inserirsi nel contesto dell’evoluzione del thrash con le sue diverse sfaccettature, che vanno dall’hardcore all’anticipo del death metal. Certo, resta evidente che si tratti di un debutto, come testimoniano alcune evoluzioni non propriamente perfette o definite al meglio e i finali delle canzoni, tutti piuttosto improvvisati o comunque scarsamente sviluppati o, ancora, come detto, nella qualità della registrazione, dignitosa e chiara per tutti gli strumenti, in particolare per quanto riguarda il basso, ma paragonabile appunto a quella di un ottimo demo, più che di un album professionale, con la batteria che soffre un po’ di definizione. Eppure, non sorprende che il disco abbia ottenuto forti riscontri all’epoca, andando a segnalarsi tra le uscite di genere più significative di un anno incredibile. Un classico minore che merita di essere riascoltato ancora oggi con rispetto.
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15
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L\'ho riascoltato a distanza di 35 anni: non mi ricordavo mi piacesse così tanto, voto 90 |
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14
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ho il vinile ma con una copertina diversa |
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13
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...Infatti lo riascoltiamo ancora oggi....e con molto rispetto. |
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11
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Bellissimo!!! Chi non conosce questo disco si è perso uno dei massimi esempi del thrash, all'epoca c'era chi li preferiva anche ai 'Tallica e ho già detto tutto: 95! |
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10
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Attendo la recensione del devastante Face of despair |
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9
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Bellissimo album come il successivo, entrambi consumati 🤘🏻. l testo di Lebanon poi era in sintonia con i tempi... Come detto da Rik più sotto godevano anche di ottimi riscontri ai tempi e nei programmi dedicati venivano passati spesso i loro video |
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8
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Album potente e dinamico, ottimo via. Voto 84. |
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7
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Uno dei dischi più belli dell'epoca. Molto primi metallica ma senza sconfinare nel plagio. Bellissime Lebanon e into the Fire ma tutto il disco nonostante sia acerbo viaggia su livelli alti. Voto 80 |
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6
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Album spettacolare in perfetto Bay area thrash. Ovviamente i rimandi a certi four horsemen sono evidenti ma il tutto è proposto nel migliore dei modi. Ogni song è un piccolo bignami del bay area thrash. Anche il singer si spinge su tonalità care ai metallica dei bei tempi. Ricordo ancora le pubblicità sui magazine britannici dove lo descrivevano in modo entusiasmante, compresa la review su metal forces. La cover album proposta da metallized è riferita alla reissue. Thrash bay area never die. Imho
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5
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Ah che mi hai ricordato.... Gli acquisti di gruppo mirati per poi duplicare le cassette e far in modo che tutti si acculturassero.... Vero vero!
Sai che faccio dopo... Mi trovo questo disco e me lo ascolto per bene..... Adesso ho tempo.
Ossequi! |
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4
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@Kiodo eh beh in onore dei Maiden per forza 😃 in quegli anni di roba bella ne usciva (anche oggi comunque, in realtà ne è sempre uscita). Era difficile star dietro a tutto, poi senza internet i dischi o li trovavi “fisicamente” o niente. Con la combriccola ci si divideva gli acquisti mensili (dopo aver messo da parte paghette di genitori e parenti) e poi via di tapetrading... Sembra ieri... Comunque di questo disco Women in Leather e Lebanon le ricordano in parecchi. |
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3
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@Aceshigh......è in onore dei Maiden, vero?
Dico io.... Ma con tutta quella manna dal cielo che usciva in quegli anni non c'era neanche il tempo per gli "altri"..... Comunque qualcosa di loro ho ascoltato ma evidentemente non mi ha preso! |
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2
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So già di andare controcorrente, visto che quest’album gode di un’alta considerazione. Ci ho provato svariate volte, ma non riesco ad entrarci in sintonia. Ad inizio recensione sono citate le uscite in campo thrash di quell’anno: rispetto almeno al 75% di quei titoli, quest’esordio è solo un album discreto. Voto 75... e adesso sono pronto per la gogna |
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1
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Bel debutto per gli australiani. Quattro album bomba nella loro discografia e uno inascoltabile (il terzo) |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1.The Curse 2. Women in Leather 3. Lebanon 4. Liar 5. Blood, Death, Hatred 6. Mortal Slaughter 7. Into the Fire 8. Mayhemic Destruction
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Line Up
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Mat Maurer (Voce) Keith Krstin (Chitarra) Paul Carwana (Chitarra) Andy Eftichiou (Basso) Wayne Campbell (Batteria)
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RECENSIONI |
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