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26/04/25
HEAVY LUNGS + LA CRISI + IRMA
BLOOM- MEZZAGO (MB)
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King`s X - Three Sides of One
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11/10/2022
( 1995 letture )
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Mettiamo da parte per una volta la classica introduzione di rammarico per il tuttora incredibile e inspiegabile mancato successo di una delle più grandi e talentuose band di tutti i tempi, a nome King’s X. Le cose stanno così e probabilmente loro stessi hanno smesso da tempo di pensarci. Nel frattempo, il mondo è andato avanti, Doug Pinnick ha festeggiato da poco più di un mese i settantadue anni dopo aver lottato contro una dolorosa ernia e un grave problema ai linfonodi, Jerry Gaskill ha combattuto per la vita a causa di due attacchi di cuore maggiori nel 2012 e nel 2014 e la sua casa è stata distrutta dall’uragano Sandy, mentre di recente la band ha dovuto annullare un tour europeo a causa delle condizioni di salute di Ty Tabor. La verità è che negli ultimi anni, forse più che in passato, i King’s X hanno dovuto combattere per la loro stessa esistenza e non è un caso infatti se l’ultimo album da studio, XV, risalga ormai al 2008. Né è un caso che anche questo Three Sides of One sia stato più volte rimandato. A dirla tutta, pare che Doug Pinnick avesse addirittura annunciato che questo sarebbe stato il loro ultimo disco, salvo poi dire in interviste successive di avere almeno una trentina di altri brani e di sapere che anche gli altri due ne avevano alcuni su cui lavorare, lasciando così la porta aperta per un futuro che appare comunque decisamente incerto. In un quadro del genere, le riflessioni sul successo diventano decisamente secondarie.
Finalmente l’album ha comunque visto la luce e dopo questa lunga attesa è inevitabile che le aspettative fossero altissime. Ebbene, il risultato finale è, in parte, spiazzante. Non che la cosa sorprenda, visti i soggetti. Sempre Pinnick riporta di essere arrivato in studio con ventisette brani, mentre Tabor ne aveva quattro e Gaskill tre. Si è deciso quindi di registrare un brano per ciascuno dei tre musicisti fino a esaurimento, per poi aggiungere quelli di Pinnick pronti (pare ne siano stati registrati dieci) per completare il disco. Probabilmente, questo peculiare modo di lavorare è anche la spiegazione del titolo del disco, dove i tre lati dell’uno sono appunto i tre musicisti rispetto alla band. In ogni caso, i quattordici anni di attesa non hanno lasciato le cose invariate: Three Sides of One è indubbiamente un album dei King’s X, questo è certo, ma è al tempo stesso è diverso. Il che, come dicevamo, è spiazzante e rinfrescante. Forse siamo troppo abituati a gruppi di una certa età che scelgono la rassicurante via di “riscoprire le proprie radici” proponendo dischi autocitazionisti. Una strada che, a quanto pare, i King’s X non hanno intenzione di percorrere, a loro maggior gloria. Non si tratta decisamente di un disco solare e allegro, questo lo si può facilmente capire, considerando quanto occorso in questi anni, ma quello che lo rende spiazzante è proprio che pur mantenendo gli assunti di base della loro musica, i tre ci propongono qualcosa di diverso e in un certo senso moderno. Certo siamo sempre di fronte a un disco di hard rock/metal condito dalle armonizzazioni a tre voci tipiche, con una peculiare vena che definiremmo prog e le influenze funky e soul di Doug Pinnick, che si uniscono all’amore per i Beatles e l’alternative rock di Ty Tabor. Eppure, qualcosa è cambiato. L’album è molto variegato e questo era nelle intenzioni, il che fa venire meno l’unitarietà di fondo e premia le diverse ispirazioni, con due temi ritornanti: l’alto numero di semi ballate e di parti acustiche, a cui fanno da contraltare brani da sonorità più moderne, caratterizzati da riff stoppati e dotati di una distorsione cruda e fredda, potentissima. Caratteristica quest’ultima che ritroviamo nel singolo Let It Rain, che apre il disco con un’atmosfera tesa e apocalittica, dominata dalla chitarra, dall’implacabile e asciutto battito di Gaskill e dalla spettacolare prova vocale di Pinnick, nell’ancor più aggressiva e caleidoscopica Flood, Pt. 1 (nella quale tornano comunque le armonie beatlesiane) e in Swipe Up, che sono i brani più oscuri e poco rassicuranti dell’album e, per inciso, tra le cose migliori presentate, oltre a essere quelle più dirazzanti dallo stile tipico del gruppo. Stile che ritroviamo invece nella soul ballad Nothing But the Truth, la quale ricorda vagamente il giro di Goldilox ed è chiaro terreno di conquista per un Pinnick sì invecchiato, ma sempre splendido, per un brano a dire il vero non imperdibile e un po’ ripetitivo, che però libera sul finale un assolo a dir poco sensazionale di un Ty Tabor ai suoi massimi livelli tecnici ed espressivi. Meno interessanti invece Give It Up, comunque piacevole e in particolare Festival: la prima è un ritmato funky rock che sembra un punto di incontro tra la Crosstown Traffic di Jimi Hendrix e un brano dei Living Color, purtroppo non baciata da un refrain all’altezza, mentre la seconda risulta proprio incolore e poco aggiunge al disco, se non rialzare un po’ il ritmo dopo la doppietta semiacustica All God’s Children e Take the Time, che è però di tutt’altra qualità. Nel primo caso è ancora Tybor a dettare legge e lo fa con un brano cadenzato, sorretto da un riff acustico, da un potentissimo riff distorto e dal basso di Pinnick e baciato da una strofa beatlesiana spettacolare, da un coro estatico e da un refrain totale. Un brano/capolavoro diremmo profetico, mistico e al tempo stesso apocalittico. La seconda, cantata da Gaskill è una stupenda ballata folk, con accompagnamento di archi, sognante e malinconica, con sempre un retrogusto appena amaro, che non sembra voler mancare in nessuno dei brani presenti. Particolare e sessantiana anche Holidays, divertente e malinconica al tempo stesso, come i ricordi delle vacanze passate. La parte conclusiva dell’album è decisamente di alto livello e si apre con un capolavoro a titolo Watcher, che riassume in se tutte le peculiarità del disco, tra riff potenti e stoppati, armonie, arpeggi semiacustici e un refrain da tramandare ai posteri, che si appiccica addosso. Altrettanto valida la seguente She Called Me Home, altra semiballata acustica nella quale ancora Jerry Gaskill, in mezzo a un tripudio beatlesiano, ci racconta le sue gravi problematiche di salute, lasciando poi spazio al secondo lungo e strepitoso assolo di un immenso Tabor. Si chiude col botto, perché Every Everywhere è un nuovo trionfo melodico, condotto dalla batteria e dalle sempre stupende armonizzazioni dei tre.
Arrivati a fondo dell’ascolto di un disco atteso quattordici anni, che presenta decise novità in un contesto comunque familiare, molto variegato e ricchissimo di contrasti, il rischio è quello di darsi a un giudizio veloce e sommario. Esattamente quello che con un gruppo come i King’s X non si può e non si deve fare. La loro musica è molto stratificata, come sono complessi gli arrangiamenti e le parti vocali, perfino le ritmiche. Non si può pensare di esaurire una ricchezza così enorme di sfaccettature e ispirazioni concedendo un ascolto distratto, per quanto si pensi di conoscere la band. Three Sides of One è un disco che richiede, pretende, attenzione. Non tutti i brani appaiono all’altezza e questo è un peccato, perché quelli che girano invece sono di un livello stratosferico, quasi tutti. La qualità strumentale dei tre è strepitosa, in crescita inarrestabile e godere di questi aspetti richiede tempo e voglia di ascoltare, mentre i chiaroscuri del disco disorientano, così come fanno i brani più ritmati che giocano con quelli più acustici e introspettivi. Difficile intuire come sarà accolto un disco del genere, atteso che non parliamo del loro miglior album. Detto questo, con una band del livello dei King’s X, il non essere il miglior album significa comunque che parliamo di un disco di qualità superiore, molto bello e a tratti bellissimo, emozionante, con tante di quelle idee, sfumature e soluzioni melodiche e ritmiche che fin troppi gruppi esaltati non avranno mai. Viene voglia di abbracciarli tutti e tre e ringraziarli per essere comunque riusciti a pubblicare un disco dopo tanti anni, senza rinunciare ad andare ancora avanti, senza arrendersi, senza cedere al rimpianto o al revival di se stessi. Sperando che non sia davvero l’ultimo loro album in studio, Three Sides of One è l’ennesima dimostrazione di quanto i King’s X siano una band meravigliosa e criminalmente sottovalutata. Ascoltandoli fate un favore a voi stessi e alla Musica. Eterni.
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15
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Grazie @Lizard, ma se \'sti \"rospi\" continuano a scrivere songs written by King\'s X...però sei stato chiarissimo. |
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14
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Passatemi il termine e il secondo disco più che ottimo |
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13
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Ottimo disco lo trovo però molto scolastico passetimi il termine, lo si ascolta volentieri ma manca qualcosa che era presente nei primi grandissimi album in particolare nel secondo a mio avviso ottimo |
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12
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Molto superficialmente ti risponderei che ognuno canta le canzoni che ha scritto comunque, pur possedendo entrambi una voce molto melodica e pulita, la timbrica di Tabor è più rotonda e piena, mentre quella di Gaskill più \"esile\" e appena esitante nell\'intenzione. |
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11
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Bel disco che contiene i soliti pregi (moltissimi) e difetti (pochissimi e solo per me): melodie pop strepitose, riff solidi, assoli da fuoriclasse per i primi; la voce di Pinnick per i secondi; non mi ha mai preso (cioè, sia chiaro, sapessi cantare io così darei la falange di un dito, poi tanto farei come Iommi). Per questo i brani che mi piacciono di più sono Holidays; She called me home; Flood pt. 1; le due ballate centrali. Quello che chiedo a @Lizard è come fa a dire chi canta cosa (la voce di Pinnick è chiaramente distinguibile, ma gli altri due?) Nel libretto non c\'è scritto. E spero che non mi risponda con \"se li conosci dalle origini riesci a stabilirlo\". 75 |
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10
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La solita, grandissima classe per un gruppo unico al mondo. |
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9
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Una garanzia. Disco bellissimo ma sinceramente l’ultimo di Ty Tabor lo supera. Comunque grandissimi. |
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8
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Grazie per la risposta. Adesso procedo con gli ascolti, al momento sono a quota 1. "Avrai mie notizie". Dalla prima impressione mi sembra buono. Pinnick non mi è mai piaciuto molto come voce quindi ho sempre apprezzato quando si dedicavano agli intrecci vocali. Devo ascoltare con attenzione questo per capire se lui è ancora la voce solista incontrastata o lascia spazio a anche a Tabor. |
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7
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@Rob: ciao mmmhhh... no, in realtà ho dato i voti che ritenevo corretti in entrambi i casi. Con questo dopo i primi ascolti mi ero tarato sul 75, più o meno come Voivod. In particolare pernquei due/tre brani che secondo me sono non all'altezza e per un Pinnick non proprio spettacolare, a differenza di Tabor che letteralmente giganteggia. Poi ascolto su ascolto mi sono ritrovato a valutare meglio cose come la complessità degli arrangiamenti, le scelte stilistiche strumentali e alcuni brani che inizialmente non mi avevano colpito in modo particolare (come Flood. Pt. 1 o Every Everywhere) sono saliti moltissimo e con loro il voto. Diciamo che ho scelto di vedere il bicchiere mezzo pieno, dopo quattordici anni e tutti i guai che hanno passato. |
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6
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Tuffo al cuore! Mi ero dimenticato che eravamo prossimi all'uscita. Ho già scritto al mio negoziante di fiducia e l'ho appena messo su Spootify per ascoltarmelo nell'attesa. Concordo con @Shock, i primi tre tra cui il mio preferito Faith Hope Love sono la magnificenza (e a me piace moltissimo pure XV). Visto il voto ero pronto a soprassedere rispetto al debutto, con la solita frase: "Recensori diversi blah blah blah". E invece no. Uhm, @Lizard? Sei stato basso di là, dì la verità...Confessa! |
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5
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Li adoro, ma questo album, per me, non va oltre al 72... |
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4
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I singoli erano un po' molli. Ascolterò il resto. |
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3
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...buon ritorno....davvero bello...come tutta la loro discografia..... |
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2
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Un gruppo troppo troppo sottovalutato. Questo disco riporta il terzetto su di un livello decisamente buono, non ottimo, ma sicuramente meglio del recente (si fa per dire) passato. Non mi entusiasmano certe canzoni con un suono forse troppo groove e moderno, però la classe che contraddistingue il gruppo fa sì che anche in questo contesto funzionino. Siamo distanti dall'eccellenza dei primi album, irraggiungibili, ma questo è un lavoro da ascoltare con piacere. |
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1
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disco bellissimo per me arriva a un 85 su 100 |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Let It Rain 2. Flood, Pt. 1 3. Nothing But the Truth 4. Give It Up 5. All God’s Children 6. Take the Time 7. Festival 8. Swipe Up 9. Holidays 10. Watcher 11. She Called Me Home 12. Every Everywhere
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Line Up
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Doug Pinnick (Voce, Basso) Ty Tabor (Voce, Chitarra) Jerry Gaskill (Batteria, Voce)
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RECENSIONI |
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