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Thunder - Giving the Game Away
02/05/2026
( 355 letture )
Parlare dei Thunder significa inevitabilmente parlare di una delle band più sottovalutate dell’hard rock britannico degli ultimi quarant’anni, di una formazione che non ha mai realmente sbagliato un disco, pur attraversando periodi complicati, mutazioni del mercato, il crollo dell’hard rock classico negli anni Novanta e persino scioglimenti temporanei. Eppure, quando si riascolta oggi la loro discografia, emerge una costante impressionante: qualità media altissima, songwriting solidissimo e una credibilità musicale che molte band più celebrate non hanno mai posseduto.
Arrivati al 1999, i Thunder non erano più i giovani leoni esplosi con Backstreet Symphony o la macchina da riff e melodie perfette di Laughing On Judgement Day. Il clima musicale era radicalmente cambiato, il grunge aveva lasciato macerie nel mondo hard rock tradizionale, il britpop aveva monopolizzato la scena inglese e molte band storiche arrancavano nel tentativo di restare rilevanti. I Thunder, invece, fecero una scelta diversa, ovvero non inseguire mode, e fare quello che riusciva loro meglio, scrivere ottime canzoni. E questo è fondamentale per capire Giving The Game Away.

Il disco arriva dopo The Thrill Of It All, album già più introspettivo e meno aggressivo rispetto ai lavori precedenti. Al tempo diverse recensioni accusarono la band di essersi “ammorbidita”, sottolineando la maggiore presenza di ballate, chitarre acustiche e atmosfere rilassate: addirittura, alcuni critici parlarono di perdita d’identità. Fortunatamente, a distanza di anni, emerge una verità diversa: il problema non era la qualità delle canzoni, bensì le aspettative del pubblico.
Giving The Game Away è tante cose, sicuramente un disco atipico per la band, ma certo non è un disco debole, è un disco adulto.
E questo fa una differenza enorme.
Chi cercava soltanto riff monolitici e adrenalina da arena rock probabilmente rimase spiazzato, ma chi aveva seguito davvero l’evoluzione della band poteva accorgersi di quanto Luke Morley stesse raffinando la propria scrittura. Le canzoni, infatti, non puntano quasi mai all’impatto immediato, lavorano invece sulle sfumature, sugli arrangiamenti, sulle melodie malinconiche e su un blues rock molto britannico, elegante e spesso venato di soul.
La band, infatti, è a pieni giri, ognuno focalizzato sul proprio strumento con l’obiettivo di rendere al meglio nell’ economia del pezzo, ma il vero gigante del disco, però, resta Danny Bowes.
Parliamoci chiaro, Danny Bowes è uno dei cantanti più incredibilmente sottovalutati della sua generazione. La sua voce in questo album è semplicemente magnifica. Bluesy fino al midollo, ruvida ma controllata, capace di passare dalla carezza alla rasoiata nel giro di poche battute. Il paragone con sua maestà Paul Rodgers viene naturale per timbro, impostazione e feeling soul-blues, ma nelle aperture più tirate e nelle parti alte emerge anche qualcosa del miglior Ronnie James Dio, soprattutto nella capacità di dare enfasi drammatica senza mai risultare forzato. Non sbagliamoci, non si tratta di imitazione, è attitudine vocale, ed anche semplicemente il fatto che Bowes, come i riferimenti portati, è quel tipo di cantante che riesce a rendere credibile qualsiasi materiale.
E infatti molte canzoni del disco vivono proprio grazie alla sua interpretazione.
La title track, Giving The Game Away, è probabilmente uno degli episodi più raffinati mai scritti dai Thunder. Non è un pezzo che esplode immediatamente, cresce lentamente, si appoggia su un’atmosfera quasi sospesa (molto Lennoniana) e costruisce tensione emotiva più che energia rock, presentandoci una band con una maturità compositiva enorme. Morley evita infatti il classico riffaccio da hard rock da “pub” e costruisce invece un brano malinconico, elegante, quasi crepuscolare, laddove Bowes lo interpreta in maniera magistrale, senza strafare, lasciando parlare le sfumature. È uno di quei pezzi che col tempo migliorano sempre di più.
Rolling The Dice, invece, rappresenta il collegamento più evidente con il passato della band. Ha groove, ha dinamica, ha quel feeling blues rock fumoso che i Thunder hanno sempre saputo gestire magnificamente. Molte recensioni dell’epoca lo identificarono come uno dei momenti più convincenti del disco, e non è difficile capirne il motivo.
Qui emerge tutta la compattezza del gruppo, Harry James è semplicemente una macchina perfetta dietro le pelli, Chris Childs si inserisce benissimo nel sound della band e Morley piazza uno dei suoi riff più ispirati del lotto. Il bello dei Thunder è sempre stato questo, non hanno mai avuto bisogno di tecnicismi esagerati per suonare enormi.
All I Ever Wanted è un altro episodio straordinario, soprattutto per come riesce a fondere malinconia melodica e immediatezza, grazie anche ad alcune influenze beatlesiane ed a certe aperture armoniche che richiamano quella scuola britannica melodica classica., che vanno ad impreziosire in pezzo splendido, senza però stravolgere lo stile unico della band, ovvero caldo, umano, sincero.
Anche Just Another Suicide (You Wanna Know) merita un discorso a parte. Musicalmente il pezzo è un manifesto dell’album: meno muscoli, più scrittura, ma con una tensione emotiva continua, un sottotesto amaro che rende il brano molto più incisivo di quanto sembri a un primo ascolto superficiale.
Numb è probabilmente uno dei momenti più sottovalutati del disco. Pianoforte, arrangiamento misurato, atmosfera quasi intimista, Bowes sugli scudi e una band che dimostra di saper lavorare anche sul minimalismo senza perdere identità, donando al pezzo una melodia fortissima, un’interpretazione vocale eccezionale e un crescendo emotivo davvero notevole.
Poi c’è ’Til It Shines, altro pezzo magnifico dove emerge il lato più elegante e classico della band. Acustica, melodia, atmosfera calda, il classico brano che nelle mani sbagliate diventerebbe melassa radiofonica, mentre qui mantiene classe e personalità. Questo è il grande merito della band: anche nei momenti più morbidi non diventano mai banali.
Time To Get Tough rompe parzialmente il clima riflessivo del disco e introduce un’attitudine più sporca e nervosa, con qualche venatura punk nell’ approccio ritmico. È uno dei pezzi che dimostra come la band non avesse perso energia, ma semplicemente scelto di usarla diversamente.
It’s Another Day riporta invece il disco verso territori più tipicamente Thunder: groove, feeling blues, ritornello solido e grande lavoro ritmico, dove Harry James risulta essere devastante per gusto e precisione.
Discorso inevitabile anche per Play That Funky Music, cover del classico dei Wild Cherry, che rappresenta probabilmente il brano più divisivo dell’album, in quanto il suo essere divertente e trascinante, potrebbe portarlo a sembrare fuori contesto rispetto al mood complessivo del disco.
La verità probabilmente sta nel mezzo, non ha certo la pretesa di essere il miglior pezzo del disco, ma fotografa perfettamente l’anima della band, da sempre innamorata del groove neroamericano e del funk rock classico.
Le restanti tracce mantengono comunque un livello qualitativo molto alto, magari non raggiungendo i picchi qualitativi dell’album, ma confermando una cosa fondamentale, in Giving The Game Away non ci sono riempitivi veri, semmai episodi meno immediati, che richiedono tempo e ascolti ripetuti, e quest’ultimo risulta essere un punto dirimente.
Giving The Game Away non è un disco da primo ascolto esplosivo. È un album introspettivo, rilassato, più melodico e persino vulnerabile ed è anche un lavoro scritto con enorme intelligenza musicale.
Molte critiche ricevute all’epoca derivavano dal confronto sbagliato con il passato più hard rock della band. Se invece lo si ascolta per ciò che realmente è, emerge un disco di blues rock melodico adulto, pieno di ottime canzoni, arrangiato con gusto e interpretato da musicisti di livello altissimo.
E oggi, col senno di poi, suona persino meglio di quanto fosse stato accolto nel 1999.
Perché nel frattempo tantissimi album “più duri” dell’epoca sono invecchiati malissimo, mentre Giving The Game Away conserva ancora un’eleganza notevole. La produzione è sobria, calda, priva degli eccessi plastificati che hanno distrutto molti dischi hard rock di fine anni Novanta.

In definitiva, questo è uno di quei lavori che separano i semplici fan dell’hard rock dai veri appassionati di songwriting. Chi pretende solo volume e riff probabilmente continuerà a considerarlo minore. Chi invece ama le grandi canzoni, le interpretazioni vocali carismatiche e il blues rock britannico suonato con classe troverà dentro /i>Giving The Game Away un album ricco, sincero e sorprendentemente profondo.
Non sarà il disco più iconico dei Thunder, ma resta certo uno dei loro lavori più maturi, personali e sottovalutati.
E soprattutto conferma una cosa che i Thunder hanno dimostrato per tutta la carriera, ovvero la loro impossibilità a sbagliare un disco, qualsiasi sia lo stile del momento. Assolutamente da rispolverare!



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
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Voivod
Giovedì 7 Maggio 2026, 12.26.41
2
Album più moderno e leggero, ma ancora un ottimo lavoro.
Epic
Sabato 2 Maggio 2026, 16.34.49
1
Quinto album dei Thunder e quinto centro consecutivo, che per me va a chiudere una fase in carriera. Album più leggero ma molto bello, ispirato e con grandi pezzi.
INFORMAZIONI
1999
Eagle Records
Hard Rock
Tracklist
1. Just Another Suicide (You Wanna Know)
2. All I Ever Wanted
3. Giving the Game Away
4. You’ll Still Need a Friend
5. Rolling the Dice
6. Numb
7. Play That Funky Music
8. ’Til It Shines
9. Time to Get Tough
10. It’s Another Day
11. It Could Be Tonight
Line Up
Danny Bowes (Voce)
Luke Morley (Chitarra)
Ben Matthews (Chitarra, Tastiera)
Chris Childs (Basso)
Harry James (Batteria)
 
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