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17/11/26
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Dirty Honey - Can’t Find the Brakes
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08/12/2023
( 3076 letture )
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Il secondo album dei Dirty Honey arriva sugli scaffali ed è subito una gran bella sensazione gustarselo. La band si forma a Los Angeles nel 2017 e istantaneamente si rivela un ottimo quartetto che mitraglia hard rock di varie matrici, grazie ad una proposta fresca senza scimmiottare nessuno, nonostante ispirazioni chiare. La formazione è imperniata sull’ottimo singer Marc LaBelle, John Notto alle sei corde, il bassista Justin Smolian e il pestapelli Jaydon Bean. Lo scorso aprile, il gruppo si è recato in Australia per registrare questo secondo passo discografico, con il produttore di lunga data Nick DiDia, rimanendo in sala oltre un mese, a differenza del debutto omonimo del 2019 che, a causa della pandemia, ha dovuto essere inciso da remoto, tramite Zoom, con i ragazzi in quel di L.A. e il produttore nella terra dei canguri. A tal riguardo il frizzante frontman ha detto: Il solo fatto di stare fisicamente insieme in studio con il nostro produttore ha creato un ambiente molto creativo; siamo entrati con grande ritmo, eravamo molto concentrati e non frettolosi, quindi è stato fantastico per tutti noi. Abbiamo deciso di chiamare l'album Can't Find The Brakes perché il titolo è quasi una capsula temporale delle nostre vite in questo momento. Siamo costantemente in movimento e viviamo ogni giorno, di città in città. A volte essere un musicista in tournée può farti sentire come su un treno che va a tutta velocità, ma anche se potessi trovare i freni, lo vorresti davvero? Parole chiare, ed esplicite che fotografano l’attitudine rock di una delle nuove migliori leve dell’hard americano, capace di farsi parecchio apprezzare dalle radio e dalle classifiche indipendenti, sfoderando tutta la carica sul palco, che li accoglie negli infiniti tour; quello promozionale per supportare la nuova uscita è cominciato in autunno e ha fatto tappa anche a Milano. Un quartetto tosto, compatto ed esplosivo che trova compimento in questo secondo album, la cui copertina, molto colorata e settantiana, è stata dipinta a mano dall'artista di graffiti di fama mondiale Kelly "Risk" Gravel, che è sinonimo della scena artistica di Los Angeles da oltre 30 anni. Can't Find the Brakes liofilizza le atmosfere dure che convivono nella line-up: una specie di caos organizzato che si compenetra perfettamente tra le varie song, tutte con un gran tiro e variegate influenze che emergono ascoltando il set list. Si parte con Dont Put Out the Fire che spacca il silenzio con i vocalizzi iniziali e taglienti di Marc, poi un 4/4 molto AC/DC s’impossessa del brano, sviscerando un illuminato ritornello anni 70, con ottimi cori e il vocalist totalmente sugli scudi, dimostrando, sin da subito, cosa significhi essere una band talentuosa. Won't Take Me Alive, primo singolo estratto, sgorga da un ipnotico riff boogie rock che penetra nel cervelletto e viene lanciato in loop in maniera ossessiva, colando all’interno di un chorus che ricorda qualcosa dei primi Guns N’Roses per carica selvatica, atmosfere e impronta; la voce risulta incisiva con quel tasso sgraziato/gridato che piace e colpisce. Mentre Dirty Mind, innervata da un altro bel riff quasi blues, appare più soffusa ma mena lo stesso: la seconda parte è accelerata su un buonissimo inciso con sensazioni sudiste e il solo guitar filato risulta lungo ma penetrante. Guai a dimenticare il basso muscoloso che sale in cattedra e si fa sentire: il tutto riporta alla mente un flavour australiano crudo e minimale tipico dei Jet. Get a Little High solca nuovamente il boogie di Angus e soci, con una velocità di crociera spedita e trascinante che è un piacere, maturi i cori a sostegno della struttura del pezzo, su cui spicca, manco a dirlo, la vocalità graffante, deragliante e prepotente del singer; un plauso a scena aperta per Marc LaBelle! Roam rallenta i ritmi rivelandosi una semiballad ispida e acida senza smielature, con qualche intaglio che ricorda qualcosa dei Metallica, anche qui ottimi cori che si affastellano intorno al singer. Coming Home (Ballad of the Shire) si configura come una ballata vera e propria, in acustico, con accenti folk e pregevolissime armonizzazioni corali che caratterizzano il ritaglio. La title track appare una bella sventola delirante che fende l’aria, armata di riff accecante e porzioni di melodia bella spessa, grandi cori, basso poderoso e un gran solo di chitarra rock and roll. Satisfied è una bella e rotonda song con buone armonie e una batteria presentissima che veicola la band ad un ritornello cantabile, anthemico e un solismo dell’ascia tosto e ficcante: pezzo clamoroso! Purtroppo si va verso l’epilogo del disco: Ride On appare sincopata con la voce del singer che vola alta e distruttiva, ricordando gli inni degli anni settanta in tutto e per tutto, mentre You Make It All Right chiude l’album con una ballad profonda e acustica con tanto di intarsi lucenti di hammond; sensazioni seventies che svelano la vera natura della band tramite un brano bellissimo. Una formazione parecchio dotata tecnicamente, capace di scrivere grandi canzoni all’insegna del rock and roll e della durezza acidula, esecuzioni coinvolgenti che rappresentano una marcia in più e un lotto di song che fa tornare indietro negli anni, con estremo senso di godimento. Marc ha una voce debordante e fantastica nella capacità di raggiungere un range espressivo assai elevato, John Notto non sarà mai un virtuoso con fraseggi a mille all’ora ma ha un gusto rock che si estrinseca in tocco magico, sia in fase di ritmica che solista, il basso di Justin Smolian compie evoluzioni ed è davvero caratterizzante nel sound mentre la batteria picchia tanto e in maniera significativa e opportuna. Un album da avere a tutti i costi, una delle migliori uscite di questo 2023 che sta andando verso i titoli di coda. Ad averne di miele lordo e zozzo di questo tipo, i Dirty Honey sono una band di grandissima caratura che non ci si stancherebbe mai di ascoltare. Disco libidinoso!
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13
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Lo sto ascoltando a ripetizione un album pazzesco. Ecco l\'hard rock come va suonato, cantato, \"ASSOLatO\". Derivativo? Sì, molto, Bello? No, di più, molto di più. Al momento 85 |
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12
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@Roberto: ho dato qualche voto in più perchè sanno il fatto loro, sono bravi, buona produzione, ma concordo sul fatto che mancano le canzoni che spiccano e ti rimangono in testa. Il primo Badlands era tanta roba, e ho alcune canzoni ancora in testa senza ascoltarlo spesso, in questi anni. |
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11
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Bello ma non esageratamente bello secondo me...i pezzi restano poco in testa e di sicuro sanno di già sentito. Comunque si lasciano ascoltare volentieri. Per me voto 72, lascio voti vicini all\'89 per il primo Badlands |
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10
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Pure io adoro quel pezzo. E\' \"meno\" Savatage di altri. Più hard rock, se vogliamo, ma ha un tiro mostruoso. |
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9
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@Ivan75 Grazie per la segnalazione, non lo sapevo. Oltretutto Strange Wings è uno dei miei pezzi metal preferiti di sempre! E sì, Badlands e anche Voodoo Highway sono di diritto nella storia dell\'hard rock |
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8
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mi è piaciuto e di essere bravi sono bravi, roam è una ballad con i controcazzi. Al tempo stesso spero che migliorino perchè comunque considero questo un buon album ma non ottimo, come per esempio gli ultimi di graveyard e rival son |
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7
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@Barfly: Ray Gillen è stato davvero mostruoso. I lavori con i Badlands (ho divorato sopratutto l\'omonimo), ma anche le varie collaborazioni. Cito i cori in Strange Wings dei Savatage. Gira ancora sul web un video amatoriale di questo pezzo live. Roba da peli dritti. RIP. |
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6
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Un bel passo avanti , questo album mi piace tutto a differenza del precedente che lo avevo trovato confuso. Questi sono gli eredi di Aerosmith e Black Crowes, senza fronzoli e con tanto feeling. Pezzi top Don\'t Put Out the Fire e Roam. @Ivan75 Ray Gillen e i Badlands , che gruppo!!! Tra i più sottovalutati di sempre. |
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5
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In futuro mi aspetterei tuttavia che tirassero fuori dal cilindro qualche pezzo veramente memorabile. Finora han fatto 3-4 pezzi che possono rimanere in mente, ma non molto altro. Buoni dischi, ben suonati, ottime qualità, ma potrebbero dare di più a livello di \"catchy songs\". |
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4
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Bellissimo!! Gruppo in costante ascesa, che tira fuori un lavoro notevole, grazie a musicisti di classe superiore, ed un cantante che fa la differenza, come dovrebbe essere. Presente e futuro dell\'hard rock, altro che i dinosauri. |
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3
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Bel dischetto, band davvero brava, anche se poco originale. Voto eccessivo, e di tanto. Per me sarebbe più consono un 73, ancora meglio del precedente, comunque discreto anche quello |
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2
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...li seguo dall\'inizio....bravi davvero....d\'accordo con il commento sotto....devono migliorare...ma la strada e\' quella giusta... |
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1
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I Dirty Honey sanno il fatto loro, muovendosi con maestria lungo la storia del bluesy hard rock. Con la loro musica, fanno rivivere Led Zeppelin, AC/DC, Aerosmith, Black Crowes. LaBelle ha un\'ottima voce, che mi ricorda, per qualità e versatilità, Ray Gillen. Nella sostanza, un bel disco. Quello che un pò manca imho è, in certi pezzi, un songwriting che li renda catchy. Certi sono molto buoni e altri così così. Ma nella media direi 80. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Dont Put Out the Fire 2. Won't Take Me Alive 3. Dirty Mind 4. Get a Little High 5. Roam 6. Coming Home (Ballad of the Shire) 7. Can't Find the Brakes 8. Satisfied 9. Ride On 10. You Make It All Right
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Line Up
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Marc LaBelle (Voce) John Notto (Chitarre) Justin Smolian (Basso) Jaydon Bean (Batteria)
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