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NERO DI MARTE - La Musica Del Subconscio
07/02/2020 (715 letture)
I Nero di Marte sono una delle più interessanti realtà del metal estremo italiano, dotati di uno stile molto personale che mischia progressive, post, death e sludge. A sei anni dall'ultimo album Derivae, è arrivato il tanto atteso Immoto. Ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda a Sean Worrell (Voce, Chitarra) e Giulio Galati (Batteria).

Luca: Ciao, benvenuti su Metallized! Visto che di cose ne sono successe parecchie, volevo iniziare chiedendovi: come sono trascorsi questi sei anni di pausa dagli ultimi due album?
Sean: Beh, da quando è uscito Derivae abbiamo continuato a suonare dal vivo abbastanza ininterrottamente fino a quando il nostro vecchio batterista Marco "Samu" ha deciso di dedicarsi ad altro, infatti adesso sta sviluppando la sua passione per il cinema. Abbiamo quindi avuto proprio nel mezzo della composizione di Immoto un cambio di line-up. Questo sicuramente ha rallentato le cose, perché poi è dal 2017 che Giulio è entrato nel gruppo. Da allora abbiamo completato la scrittura del disco, abbiamo suonato qualche data insieme e, una volta consegnato il disco alla Season of Mist, è passato poi un altro anno prima che uscisse, quindi tempi molto lunghi... che ormai è una cosa che ci caratterizza un po' in tutto... le cose richiedono sempre molto tempo. Spero che non sia un trend che continuerà anche per il futuro. Cercheremo di velocizzare un po' la fruizione e la scrittura della nostra musica, ma anche poi l'esportazione all'estero.

Luca: Sono d'accordo, ma c'è da dire che se i lavori sono di questo livello l'attesa viene ripagata poiché ne vale sicuramente la pena. A questo punto visto che hai nominato la Season of Mist, vi chiedo come vi siete trovati con questa nuova label che è forse la più grande per quanto riguarda questi generi estremi.
Sean: Sì, era sicuramente l'etichetta con cui volevamo lavorare al di sopra di ogni altra. Il discorso è che, dopo che il contratto con Prosthetic Records era finito, Season of Mist è stata la prima e unica etichetta a cui abbiamo scritto: loro ci hanno risposto che volevano ascoltare questo nuovo album, cosa che in effetti hanno fatto e hanno accettato di metterci sotto contratto. Il contatto iniziale è stato attraverso Luc Lemay, dei Gorguts, che ci ha mandato la mail... comunque è da anni e anni che seguiamo la label, non credo ci fosse casa discografica migliore per questo disco.

Luca: L'ho pensato anche io appena ho letto la notizia. Ora, visto che hai nominato Luc Lemay, volevo chiederti... che effetto vi ha fatto essere chiamati proprio da lui, nel 2014 se non ricordo male, per un tour negli Stati Uniti assieme a Gorguts e Origin?
Sean: Io ancora non ci posso credere in un certo senso. E' stato solo una casualità, ci ha ascoltato su internet un giorno... e da lì è nato un contatto che poi è diventato una collaborazione in tour e un'amicizia. E' veramente raro e ne siamo molto grati. Quando ci ripenso ancora non ci posso credere. Ovviamente ora sembra tutto normale, ma avere un idolo che apprezza la tua musica e poi ti chiama a suonare con lui... è qualcosa di raro.

Luca: Immagino. Dopotutto questo genere l'ha praticamente “pionierizzato” lui quindi... capisco possa fare un certo effetto. Ultima domanda prima di passare a parlare del nuovo album: visto che c'è Giulio, volevo chiedergli come si trova, dato che ormai sono passati tre anni. Lo conoscevamo già per altri lavori, per altre band della scena italiana (come gli Hideous Divinity) in cui ha militato, però ero curioso di sentire qualcosa da lui per quanto riguarda l'entrata nei Nero di Marte.
Giulio: Ah beh guarda, malissimo, infatti me ne sto andando (ndr, ride). No guarda, mi trovo così bene che... tra l'altro Sean vive in casa con me quindi... Guarda, ogni tanto ci ripenso a questa cosa e per certi versi mi sento sempre un po' fan prima ancora che membro del gruppo, così come lo ero da quando li scoprii al Traffic qui a Roma e fu una sorta di rivelazione. E' stato un tipo di musica che da sempre ha risuonato molto con le mie corde interiori, diciamo, e quando si è presentata l'occasione di poter suonare con loro per me è stato letteralmente un sogno che si è avverato. Noi avevamo già suonato insieme anche in altre circostanze, con altri progetti, io con gli Onryō, sempre in un locale qui a Roma, c'era stata, diciamo, una... stima musicale reciproca. E niente, io quando ho letto del post di Marco era una sorta di sogno proibito, neanche osavo immaginarmi dietro le pelli perché la percepivo da fuori come una formazione perfetta. Poi c'è stato il modo di provinarmi, ho iniziato ad andare a Bologna con una discreta frequenza anche perché abbiamo subito attaccato a comporre il nuovo disco. La contaminazione è stata reciproca e a me ha fatto crescere tantissimo la nuova esperienza, essendo un po' viziato con dei generi più estremi che però non sono il mio punto di partenza, ho avuto modo di esplorare di nuovo e su certi fronti proprio da zero un discorso dinamico, un discorso di interplay, lavorare sui suoni in un modo più candido... e di crescere musicalmente con loro. Poi a livello umano sono degli amici, dei fratelli.

Luca: Capito. Ora volevo passare a parlare del nuovo album, a cui purtroppo ho potuto dare solo qualche ascolto veloce finora. Una cosa che mi ha colpito subito sono stati i testi, quasi tutti in italiano. Di solito erano presenti degli stralci in qualche canzone, oppure un paio di tracce intere in Derivae. Invece questa volta ho notato che ci sono ben cinque tracce su sette in italiano. Secondo me si adatta molto bene alla musica claustrofobica e opprimente che siete riusciti a tirar fuori in questo disco. Sembra quasi di sentire una storia narrata e volevo saperne di più su questa scelta.
Sean: Credo che sia stato necessario, proprio perché la musica aveva bisogno di una narrazione, di un'ancora di qualche tipo... e quest'ancora era un cantastorie, una voce che ti guida attraverso la lunghezza di questi brani e la loro decostruzione, perché i testi sono molto lineari, nel senso che non si ripete mai qualcosa. Abbiamo scelto l’italiano per raccontare qualcosa di più intimo e personale rispetto a quanto fatto in precedenza nei dischi. Penso che sì, sia un discorso che riguarda l'andare più in profondità, in intimità, nel subconscio proprio. Alla fine io sono bilingue, quindi l'italiano e l'inglese hanno più o meno la stessa valenza per me, però l'italiano è sicuramente la lingua che parlo di più vivendo qui. C'è un lavoro anche più sottile, più di comunicazione, che in inglese non sarebbe stato possibile. E poi, oltre a queste che sono motivazioni un po' più profonde, l'italiano comunque è una lingua estremamente versatile, poetica ed espressiva come purtroppo non lo è l'inglese, che è sicuramente più diretta e meno interpretabile. In questo caso l'italiano ha delle sfaccettature in più anche per quanto riguarda l'interpretazione dei brani e dei testi.

Luca: Era proprio l'impressione che ho avuto e ora me lo avete confermato. Parlavi prima della linearità dei brani e infatti ho notato che nessuna parte viene quasi mai ripetuta, ma ci sono anche grossi cambiamenti di stile all'interno dello stesso pezzo. Quindi volevo chiedervi: come si svolge il lavoro di composizione?
Sean: Dipende veramente dal pezzo in sé, da chi viene proposto e da quello che si vuole esprimere. Partiamo per esempio dall'ultimo brano dell'album, La Fuga. Questo è un pezzo che ho scritto praticamente da solo, l'ho portato in sala prove con Giulio e l'abbiamo riarrangiato solo noi due. Anche se questa è più un'eccezione che una regola, perché per la maggior parte ognuno porta un'idea, un riff, un'atmosfera... e poi viene sviluppata con molta calma e pazienza attraverso delle jam, delle improvvisazioni. Quindi è un processo molto organico. Altre volte, invece, si parte da un'idea un po' più chiara da parte di qualcuno che la porta avanti e gli altri comunque collaborano scrivendo le loro parti che stanno suonando. Un lavoro molto incentrato sull'intesa tra noi musicisti e gli strumenti. Credo che questo sia ciò che ha reso quest'album, ma anche i precedenti, abbastanza organici anche da un punto di vista delle composizioni.

Giulio: ...la partecipazione collettiva, l'immersione nell'ambiente compositivo...

Sean: Esatto. Durante la composizione Giulio, come diceva prima, veniva su a Bologna e stavamo il weekend chiusi in sala prove anche dodici ore al giorno a scrivere, rimaneggiare... E' stato un lavoro molto intenso in questo senso.

Luca: Interessante. A questo punto mi verrebbe da chiedervi se siete soddisfatti del risultato o se, a posteriori, cambiereste qualcosa...
Sean: (ndr, ride). Beh ormai non ci penso neanche più, per fortuna la registrazione ha il ruolo di cristallizzare le cose. Come per gli album precedenti, se dovessi tornare indietro ci sarebbe sempre qualcosa che cambierei, ma il bello è proprio cristallizzare le cose in quel momento. Dal vivo poi è diverso, quando suoniamo dal vivo anche nei brani vecchi spesso c'è qualche improvvisazione in più, qualche arrangiamento leggermente diverso che rispecchia un po' questi cambiamenti che noi vorremmo sentire.

Giulio: Mi hai tolto le parole di bocca, anche per come è fatta la mia persona, uno cambierebbe sempre qualcosa... ma col passare del tempo, il sentimento riguardo le cose che registro in generale, o meglio, il voler sempre cercare la perfezione, si è un po' affievolito quindi... apprezzo comunque quello che è stato fatto, quello che è stato creato. Quello che vorrei cambiare lo prendo come stimolo per il lavoro successivo. Poi tra le altre cose, siccome la registrazione non comprende solo la musica stessa ma anche la produzione, Paso (Riccardo Pasini), che nel momento della registrazione diventa quasi un altro membro del gruppo, aiuta un po' tutti quanti ad accettare meglio come si è arrivati a stabilire certe soluzioni a livello di arrangiamento e le sa anche enfatizzare. Per quanto mi riguarda, alcune parti di batteria che continuavano a non convincermi, sentite nell'insieme, con i suoni definitivi, subito acquisivano una visione più armoniosa. E comunque, nel complesso, sono molto soddisfatto. E' un piacere percepire in questo modo la musica che ha richiesto veramente tanto tempo per quanto riguarda composizione e arrangiamento.

Luca: Ultima curiosità sull'album: la copertina, molto diversa da quelle che avete utilizzato in precedenza, più minimale ma comunque di forte impatto, da dove arriva? A cosa vi siete ispirati? Vi siete rivolti a qualche artista?
Sean: (ndr, ride). La copertina originariamente arriva da un quadro di Francesco, l'altro chitarrista, che aveva fatto un quadro di questo cerchio, molto assoluto, e quindi abbiamo usato poi quello.

Giulio: La base della copertina, senza l'elemento fumoso che ne esce, è questa specie di ellisse, di disco nero, che copre da un bordo all'altro, da destra a sinistra.

Sean: Questa era la forma di base dalla quale abbiamo preso ispirazione, e che collegavamo al nome Immoto, che è venuto in mente a Giulio inizialmente per descrivere la canzone che poi è diventata la title-track, perché era anche il brano un po' più emblematico, forse anche uno dei più strani del disco. Però ci piaceva anche il fatto che desse un senso di assolutezza, e questa cosa poi riflessa nell'artwork è venuta un po' così. Volevamo dare una sensazione minimale ma allo stesso tempo complessa.

Giulio: La cosa essenziale era mantenere la forma originale del quadro, quindi senza l'elemento grafico che poi Alex ci è andato ad aggiungere sopra. Effettivamente lascia molto spazio all'immaginazione, già avendo due non colori (bianco e nero), rende assoluto lo spettro di colori che puoi avere, quindi è un disco che può essere bidimensionale, può essere tridimensionale, può essere qualcosa di profondo, un abisso, un pozzo... E poi è venuto fuori l'elemento di fumosità, che poi in realtà, correggimi se sbaglio, era uno degli elementi fondanti di quello che doveva essere il concept, perché parliamo della musica sempre anche attraverso le immagini, quindi l'elemento sulfureo era sempre stato tirato in ballo dal principio, e anche i colori: il giallo, il rosso... che poi sono diventate esattamente le sfumature di colore all'interno di questa scia fumosa e allo stesso tempo melmosa.

Luca: Ultima domanda, che non c'entra molto col disco ma è anche una curiosità personale: il vostro sound viene sempre affiancato a gruppi come Gorgutso Ulcerate, però ci sono anche molti elementi diversi, magari più difficili da cogliere ai primi ascolti. Quindi volevo sapere: quali sono le vostre fonti di ispirazione?
Sean: Per me è un po' difficile adesso capire esattamente da dove arrivano tutte le influenze, perché sono veramente troppe e non solo musicali. Ci accostano a gruppi come quelli che hai citato, io ti direi che gli Sleepytime Gorilla Museum sono forse il mio gruppo preferito, assieme ai King Crimson. Il cantante degli Sleepytime è il mio cantante preferito in assoluto, e penso sia una grossa fonte di ispirazione sia per la musica che per la sua voce. Penso che se dovessi accostare il disco a qualcosa, oltre che a delle sonorità, mi vengono in mente i primi dischi dei Kayo Dot o degli Slint, che non c'entrano assolutamente nulla con quello che facciamo noi ma, il loro modo decostruito di fare i riff, aggiungerli sopra, non suonarli mai per intero... ci sono tante piccole cose che, anche subconsciamente, sono arrivate, quindi te lo sto dicendo anche un po' dall'esterno della cosa. Mentre stavamo componendo, l'unica influenza era il suonare tra di noi e il migliorare l'approccio allo strumento e la nostra sensibilità, e colmare quella distanza tra quello che vorresti sentire e quello che vorresti saper fare, e lì si crea un po' la novità.

Giulio: Non vorrei dire una banalità ma, pensando anche a questa cosa che hai detto, cioè il concentrarsi sul momento della composizione, la banalità per me sarebbe quasi dire che una delle influenze sono i Nero di Marte stessi, ma un po' perchè sono il membro più giovane, e poi dal punto di vista prettamente batteristico Marco ha sempre avuto uno stile particolare e mi ha molto ispirato, sento proprio di aver voluto assorbire qualche caratteristica, e quindi averla riproposta anche in chiave personale sul disco. In termini più ampi, i King Crimson assolutamente per la sperimentazione, per questa sorta di visione organica che può essere interpretata in modo anche un po' matematico, un po' fluido, una delle espressioni più pure della progressività. E sicuramente altri elementi, non solo la musica.

Sean: Tante volte abbiamo parlato di film, di quadri, di fotografie...spesso parte tutto anche da come nominiamo non solo i brani con dei titoli che sono evocativi ma anche le parti stesse di canzoni, i riff, finché non andiamo a registrarli hanno tutti dei nomignoli che secondo me aiutano a creare un'immagine a te che la stai componendo e suonando. Ti fanno entrare più proprio in quello che stai facendo.

Luca: Le domande sono finite. Grazie per il tempo che ci avete dedicato, volete dire un'ultima cosa ai lettori e ai fan di Metallized?
Giulio: (ndr, sussurra e ride). Compratemi il disco...



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