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At the Gates - To Drink from the Night Itself
18/05/2018
( 2621 letture )
A quattro anni dal precedente, valido At War with Reality, che li aveva visti sfornare un nuovo lavoro in studio dopo quasi vent'anni da uno dei dischi fondamentali del metal estremo, il leggendario Slaughter of the Soul, gli At the Gates fanno ritorno con una nuova prova discografica; se è sicuramente pleonastico raccontare per l'ennesima volta la storia di una delle band più seminali ed amate del genere, da alcuni considerata la precorritrice di un certo modo di intendere il death metal, è tuttavia opportuno soffermarsi sui recenti eventi verificatisi in casa di Tomas Lindberg e soci: lo storico chitarrista Anders Björler, da sempre una delle colonne portanti del sound del gruppo assieme al fratello Jonas, si è infatti congedato dai compagni di una vita nel 2017, pur rimanendo in rapporti assolutamente amichevoli con loro. I ragazzoni di Gothenburg si sono rimboccati ovviamente le maniche ed hanno reclutato il cantante/chitarrista Jonas Stålhammar, già compagno di Lindberg ed Erlandsson nei The Lurking Fear e visto qualche anno fa anche con i The Crown; non parliamo dunque certamente di un novellino, anche se, a giudicare dai crediti del nuovo album, non deve aver poi inciso molto in sede di songwriting, appannaggio esclusivo di Tompa e del Björler “superstite”.

Questa lunga introduzione si rende necessaria per comprendere da subito che, pur essendo un buonissimo album, con alcuni pezzi eccellenti ed una certa atmosfera debitrice del meraviglioso With Fear I Kiss the Burning Darkness, il nuovo To Drink from the Night Itself sembra mancare di quel qualcosa che rendeva imprescindibili i loro precedenti lavori: è impossibile dire se effettivamente quel qualcosa corrisponda ad Anders Björler, ma è verosimile che la sua partenza abbia influito sul risultato finale. Andiamo più nel dettaglio per capire bene di cosa stiamo parlando: il disco, ispirato alla ponderosa opera L'Estetica della Resistenza, dello scrittore e drammaturgo tedesco Peter Weiss, si apre con una classica intro melodica ed atmosferica, che sfocia poi nella title-track, uno dei pezzi più validi dell'album. Le coordinate sonore qui sono decisamente quelle di At War with Reality, con il più classico dei riff di matrice At the Gates, un Tompa maligno, la batteria sempre precisa di Adrian Erlandsson ed un ritornello assai “furbo”, che farà faville dal vivo. A Stare Bound in Stone non si discosta troppo dallo stile del brano precedente, alternando in modo assai convincente riff più thrash ad altri vagamente black, in una sapiente alternanza fra momenti più veloci ed altri leggermente più lenti; tale alternanza, peraltro, è piuttosto comune su To Drink from the Night Itself, il che alla fine rende l'espediente un po' scontato, per quanto ben sfruttato: anche Palace of Lepers infatti, al pari di A Stare Bound in Stone, inizia in modo più ragionato rispetto alla title-track, per poi velocizzarsi successivamente, con Erlandsson impegnato nel suo tipico “tupa-tupa”, efficace, ancorché a sua volta un po' ridondante a lungo andare; il brano, anche per questo motivo, fatica a stamparsi nella mente degli ascoltatori, ma è proprio a questo punto che gli At the Gates ci sorprendono con quello che, assieme a To Drink from the Night Itself, è probabilmente il brano migliore del disco: Daggers of Black Haze si apre con un lugubre pianoforte che sfocia poi nel pezzo vero e proprio, forse il più debitore in assoluto delle atmosfere di With Fear I Kiss the Burning Darkness; paradossalmente si tratta di una delle canzoni meno tirati ed aggressivi dell'album, ma, del resto, la band svedese non ha mai avuto bisogno della sola velocità per comporre capolavori! Prova ne è che The Chasm, viceversa assai veloce, risulta essere a conti fatti uno dei pezzi più deludenti del lotto. Va molto meglio, per fortuna, con In Nameless Sleep, fra i brani più tipicamente “At the Gates” del disco, con un'eccellente sezione centrale ed una conclusione mozzafiato; come chicca, sul brano trova spazio un assolo del fenomenale chitarrista Andy LaRocque, già ospite del gruppo in passato su Slaughter of the Soul e noto per la sua collaborazione di lunga data con King Diamond, oltre che con i Death. The Colours of the Beast costituisce un altro punto a favore della band, che ci delizia prima con un riff spaccaossa vagamente black/death, per poi regalarci un brano dal groove claustrofobico e semplicemente irresistibile. Con A Labyrinth of Tombs siamo al terzo brano ben fatto consecutivo, che ci mostra come Lindberg e soci abbiano ancora tanta voglia di pestare duro e trasmettere rabbia con le loro canzoni; in tal senso, dopo la buona, ma interlocutoria Seas of Starvation, il top arriva con In Death Tey Shall Burn, fra i pezzi più violenti del disco, benché la scarsa fantasia di Erlandsson possa a questo punto disturbare gli ascoltatori più esigenti; la prestazione dei chitarristi e di Lindberg, tuttavia, giustifica ampiamente la prosecuzione dell'ascolto! Si chiudono le danze con The Mirror Black, brano oscuro e nichilista con una conclusione orchestrale (!).

Tiriamo dunque le fila di questa lunga avventura musicale: come detto ad inizio recensione, qui e là To Drink from the Night Itself manca di quell'energia malvagia, quel pathos, quel carisma tipici dei loro precedenti lavori in studio; abbiamo infatti evidenziato una certa ripetitività di fondo della formula sonora, così come una batteria a tratti “noiosa”, che danno vita almeno ad un paio di filler ben evidenti. Chissà, forse la partenza di Anders Björler è la causa di questi difetti, oppure magari la formula compositiva degli At the Gates si è semplicemente un po' incagliata e spetterà ai musicisti rimasti, coadiuvati dal nuovo Jonas Stålhammar, far meglio in futuro. Detto questo, sarebbe ingiusto definire quest'album brutto o appena sufficiente, perché, pur con le sbavature di cui sopra, gli svedesi ci hanno comunque regalato alcuni momenti indimenticabili ed un lavoro che resta qualitativamente sopra la media del genere; il fatto che non si tratti certo del loro miglior lavoro, ma anzi, in qualche modo, del “peggiore”, non cancella certamente il fatto che parliamo di un disco godibile, che necessita peraltro di parecchi ascolti per esser assimilato al meglio.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
80.18 su 11 voti [ VOTA]
LexLutor
Lunedì 3 Settembre 2018, 21.47.19
16
Un ottimo album. In linea con il predecessore. Ma più complesso, più raw. Tuttavia mi sorprendono le opinioni degli ascoltatori: divisi tra chi sta sulla scia del recensore di turno e chi, storcendo il naso al nuovo, osanna l'album precedente quando (con molta probabilità) storceva il naso all'uscita del medesimo album...per rivalutarlo successivamente. Ma, in fin dei conti, sono cose che accadono. Mica è matematica. È musica.
uatu
Martedì 21 Agosto 2018, 12.30.16
15
Concordo con recensione e commento precedente. Leggermente inferiore al precedente molto buono "At War With Reality". Per me non all'altezza la produzione, molto grezza (non so se volutamente o meno). Album comunque positivo
AL
Mercoledì 27 Giugno 2018, 10.40.58
14
Come tutti i loro album, ho avuto bisogno di un bel po’ di ascolti e all’inizio questo mi convinceva poco. Invece devo dire di essere d’accordo col recensore, album più che discreto con alcuni capitoli ben riusciti, ma inferiore al precedente. Album sicuramente più oscuro e cupo rispetto al passato ma alla fine mi torna sempre voglia di riascoltarlo, un buon segno! le mie preferite Palace of Lepers, The colours of the beast e In Death they shall burn. Sicuramente seconda parte del disco più convincente. Voto 76
Todbringer83
Sabato 9 Giugno 2018, 15.53.03
13
Un paio di brani a parte non sembra mai prendere il decollo. Le idee suonano col freno a mano tirato, e spesso si ha la sensazione di già sentito lungo tutta la durata dell'album. Le note positive per contro arrivano dal groove che riesce a trasmettere, da Lindberg e da un'autentica bomba che vede il nome di In Death They Shall Burn. Per il voto sono in sintonia con il recensore ma per il resto ha tutta l'aria di un'occasione persa. 74
Danonenero
Mercoledì 23 Maggio 2018, 19.00.46
12
Mancano le idee e si sente lontano un miglio che con la tecnica si cerca di sopperire alla fantasia. tanto rispetto ai musicisti e alla loro storia ma a volte è meglio smettere
GB
Mercoledì 23 Maggio 2018, 17.09.05
11
Album di non di non facile assimilazione, da ascoltare molto attentamente, senza fretta alcuna. Matura poco alla volta e man mano riesci a coglierne diverse, nuove e sorprendenti sfaccettature. E' modernissimo ma allo stesso tempo suona maledettamente Old School. Una Grandissima conferma. Gothenburg ha ancora tanto da dire. Questo è il Death Metal!! Immensi At The Gates!! 89.
Ivan
Mercoledì 23 Maggio 2018, 8.37.36
10
Come per il precedente, non ho trovato niente di particolare in questo album. Probabilmente non sono in vena di melodic death svedese, ma l'ho trovato piatto e con poche idee.
Alessio
Lunedì 21 Maggio 2018, 14.16.31
9
Dopo svariati ascolti e anche nel mentre, dato che continua a venirmi voglia di ascoltarlo, a titolo personale dico che è davvero meglio del precedente che trovavo abbastanza noioso. Chiaramente non un album imprescindibile o memorabile e forse un paio di pezzi in meno ci stavano bene...ma comunque gioca secondo me a suo favore la ritrovata atmosfera drammatica che da sempre ha contraddistinto gli ATG e in più anche il riffing mi sembra molto più nel loro stile che non su AWWR. Molto belli anche intro e simil outro, molto periodo Terminal spirit disease. Questi sono gli ATG di oggi e per quanto i bei tempi sono andati, stavolta non mi lamento e mi ritengo soddisfatto. Quasi Quasi a fine luglio me li vado a vedere.
ObeYM86
Domenica 20 Maggio 2018, 12.39.02
8
Questo disco strizza l`occhio ai fan di vecchia data in piú di un occasione,ma proprio per questo lo trovo banale e troppo alla ricerca di un effetto dejá-vú/nostalgico.At War with Reality fu molto piú interessante
Carmine
Domenica 20 Maggio 2018, 10.50.56
7
Sono soltanto al primo ascolto, ma differenza di AWWR (che ho trovato piattissimo) pare che questo riesca a soddisfare abbastanza. Commenterò meglio più in là.
paolo
Sabato 19 Maggio 2018, 16.36.41
6
Totalmente d'accordo col recensore! Alcuni brani molto piacevoli, grande prestazione di Tompa, batteria di una noia mortale e in linea di massima credo purtroppo che sarà un album che non lacerà particolarmente il segno. Come il precedente, ma fa comunque piacere che un gruppo del genere sia ancora in giro.
Pacino
Sabato 19 Maggio 2018, 11.49.11
5
Grande band, tale si conferma anche in questo album. In alcuni pezzi c'è un gusto più Rock n'Roll che in passato, ma comunque il precedente era migliore. Voto 74
Aceshigh
Sabato 19 Maggio 2018, 10.33.27
4
Anche a me sembra meglio dell'album precedente (che io avevo trovato piuttosto fiacco). Alcuni pezzi veramente molto belli, qualcuno un po' più banale, ma nel complesso mi sembra un buon album. Voto 79
freedom
Venerdì 18 Maggio 2018, 17.09.58
3
Ad un primo ascolto non mi ha catturato molto, il che non è un buon segno...almeno mi avesse fatto schifo, nemmeno, indifferenza proprio. Vedremo con i prossimi ascolti, però non mi sembra niente di epocale.
TheSkullBeneathTheSkin
Venerdì 18 Maggio 2018, 15.35.02
2
Purtroppo l'impressione che ho avuto è che non abbiano più molto da dire. Non è un brutto album di sicuro, un 65/70 ci sta, ma non c'è un picco vero e proprio... "In Death Tey Shall Burn" è indicata come la bomba in diverse recensioni sul web... a me pare appena passabile... non voto nella speranza di cambiare idea
Michele
Venerdì 18 Maggio 2018, 15.09.35
1
Ad essere onesto, sembra davvero un disco valido. A me, ad esempio, non piacque molto il precedente. Questo ha dei suoni più pieni, mi sembra un passo avanti, ma dovrei ascoltarlo meglio.
INFORMAZIONI
2018
Century Media Records
Melodic Death
Tracklist
1. Der Widerstand (Intro)
2. To Drink from the Night Itself
3. A Stare Bound in Stone
4. Palace of Lepers
5. Daggers of Black Haze
6. The Chasm
7. In Nameless Sleep
8. The Colours of the Beast
9. A Labyrinth of Tombs
10. Seas of Starvation
11. In Death They Shall Burn
12. The Mirror Black
Line Up
Tomas Lindberg (Voce)
Martin Larsson (Chitarra)
Jonas Stålhammar (Chitarra, Cori)
Jonas Björler (Basso, Tastiere, Cori)
Adrian Erlandsson (Batteria)

Musicisti Ospiti
Andy LaRocque (Chitarra nella traccia 7)
 
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