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Thin Lizzy - Shades of a Blue Orphanage
21/12/2024
( 936 letture )
Chi li conosce, lo sa: i Thin Lizzy dei primi album, i tre con Eric Bell alla chitarra, sono oltremodo distanti da ciò che diventeranno nella loro “epoca classica”. Per chi invece è un neofita, è meglio mettere in chiaro le cose sin da subito: se vi aspettate di trovare le sonorità, le armonie, i ritmi e gli stili che, di lì a pochi anni, renderanno grande e unica la band irlandese, girate ben alla larga da questo disco, perché la delusione e lo spiazzamento potrebbero essere notevoli.
Secondo album della band –il bizzarro titolo è una combinazione delle precedenti band dei membri: Shades of Blue e Orphanage– Shades of Blue Orphanage vede la luce nel 1972, a pochi mesi di distanza dall’omonimo debutto.

Intriso di blues e psichedelia, in forma ancora più accentuata del predecessore, il secondo album dei Thin Lizzy ha le sue indubbie colonne portanti nel primo e nell’ultimo brano, entrambi monoliti da più di 7 minuti di durata. Una lunga intro di batteria e chitarra apre The Rise and Dear Demise of the Funky Nomadic Tribes, caratterizzato da un serrato riff blues ben sostenuto da una ritmica funkeggiante; c’è qualcosa della Jimi Hendrix Experience, ma inizia a delinearsi la personalità strumentale dei nostri e anche le vocals di Phil Lynott cominciano a prendere quel "piglio" tutto particolare, che sarà poi la cifra distintiva degli irlandesi durante tutta la loro carriera. Di nuovo batteria sugli scudi nel pirotecnico finale, tipicamente in stile ’70 (nei decenni successivi un finale del genere sarebbe stato impensabile…).
La conclusiva title-track si apre invece all’insegna della psichedelia più completa, con tanto di mellotron liquido di sottofondo e linee vocali e strumentali che più lisergiche non si può. Il trip musicale continua imperterrito sino a metà brano, senza cambiare di ritmo e di intensità, quando ecco emergere una serie di cori intrecciati, che paiono provenire direttamente dall’Estate dell’amore degli anni ’60; la colonna sonora perfetta per un viaggio a base di allucinogeni.
In mezzo, cosa troviamo?
Un bizzarro mid-tempo dalle venature quasi country (Buffalo Gal), che preso in sé non sarebbe neppure male, se non avesse il grave torto di durare più di cinque minuti, mentre due e mezzo sarebbero ampiamente bastati; un brevissimo brano, nemmeno due minuti, dallo stile indecifrabile e indefinibile, a cavallo fra blues e rockabilly (I Don't Want to Forget How to Jive).
Ecco poi Sarah, brano omonimo, ma che sia come musica sia come testo non c’entra nulla, del terremotante rock n’ roll che gli stessi Thin Lizzy incideranno su Black Rose nel 1979; questa è una delicata ballad voce e piano, facilmente dimenticabile soprattutto come linea vocale.
Nuovamente le atmosfere folk acustiche fanno da padrone su Brought Down, che però si vivacizza dopo un paio di minuti grazie a validi interventi della sezione ritmica, che sale sugli scudi. Niente di trascendentale, ma il pezzo riesce a dipanarsi senza diventare stucchevole o noioso.
Il buon abbrivio continua con il potente rock-blues di Baby Face, certo non in grado di confrontarsi con i mostri sacri del settore (dell’epoca, va da sé; e sappiamo bene di chi parliamo) ma in ogni caso un valido brano, che lascia intravedere le primissime stimmate della futura grandezza dei nostri.
Infine, Chatting Today, nuovamente inficiato da una commistione non ben riuscita fra folk e rock, che non riesce a convincere pienamente né in un senso né nell’altro, e la perentoria Call the Police, una rasoiata rock ben suonata e cantata in modo convincente, che riporta il disco quantomeno a livello di sufficienza piena.

Diciamoci la verità: se nel 1972 avessimo dovuto giudicare i Thin Lizzy, probabilmente nessuno avrebbe mai potuto nemmeno lontanamente immaginare lo spettacolare sviluppo di carriera, e la fantastica evoluzione compositiva ed esecutiva, che pochissimi anni dopo ne faranno uno dei gruppi più sorprendenti degli anni ’70.
Qui troviamo un insieme di brani che riescono solo in certi momenti (pochi, e non costanti) a trovare un convincente “bandolo della matassa” dal lato compositivo, e che anche sotto l’aspetto della pura esecuzione tecnica sono spesso deficitari o comunque non completamente curati, in special modo per quanto concerne le linee vocali.
Il talento c’era già, ma era nascosto sotto uno spesso strato di “confusione” stilistica e di inesperienza, che ha reso impossibile, in quel momento, la loro affermazione. Infatti, sebbene il disco abbia venduto discretamente in Irlanda, in tutti gli altri mercati, soprattutto quello inglese cui la band puntava in modo particolare, passa assolutamente inosservato; al punto che, per sbarcare il lunario, il gruppo è costretto. pochi mesi dopo, ad incidere sotto mentite spoglie un album di cover di canzoni dei Deep Purple, messo in commercio con il titolo Funky Junction Play a Tribute to Deep Purple.
Per loro e anche per nostra fortuna, da lì a poche settimane la cover della tradizionale ballata irlandese Whiskey in the Jar, incisa come singolo, "farà il botto" in Gran Bretagna, aprendo la strada ad una seconda parte di carriera enormemente più produttiva e significativa.



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
68.25 su 4 voti [ VOTA]
Iommi
Lunedì 2 Febbraio 2026, 20.34.22
1
Accidentk: nessun commento?!
INFORMAZIONI
1972
Decca Records
Rock
Tracklist
Phil Lynott (Voce solista, Basso, Chitarra acustica)
Eric Bell (Chitarra solista, Chitarra acustica)
Brian Downey (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti)
Clodagh Simonds (Clavicembalo, Mellotron)
Line Up
1. The Rise and Dear Demise of the Funky Nomadic Tribes
2. Buffalo Gal
3. I Don't Want to Forget How to Jive
4. Sarah
5. Brought Down
6. Baby Face
7. Chatting Today
8. Call the Police
9. Shades of a Blue Orphanage
 
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