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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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My Dying Bride - As the Flower Withers
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25/04/2026
( 1053 letture )
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It’s grim up north.
Un vecchio detto inglese riassume e descrive con poche, efficaci parole -e quell’immancabile dark humour- le città e la popolazione del nord dell’isola britannica, dominate da gotici scenari naturali, lugubri paesaggi post-industriali e avvolte da foschie, nebbie e maltempo pressoché perenni. Per quanto iperbolico possa suonare questo adagio popolare, esso deve comunque racchiudere un fondo di verità: non è infatti casuale se una giovane e inesperta band, i My Dying Bride, formatasi nel 1990 a Bradford, nei pressi di Leeds, avrebbe di lì a poco diffuso nel mondo proprio quell’atmosfera oscura, decadente e malinconica agli allora ignari ascoltatori, contribuendo a ridefinire i confini stessi della musica metal. In un primo momento, nei mesi iniziali di rodaggio, la band inglese si esibisce nella scena underground del West Yorkshire (fucina che ha dato i natali, tra gli altri, anche ai Paradise Lost); ma è grazie a un demo, Towards the Sinister, e a un primo singolo ufficiale, God Is Alone, pubblicato nel 1991 dalla label francese Listenable Records, che il nome dei My Dying Bride inizia a circolare con crescente insistenza in tutta l’isola. A mettere sotto contratto il quartetto, poi divenuto formazione a cinque elementi in fase di registrazione, è la blasonata Peaceville Records, che brucia la concorrenza e, a pochi mesi dalla firma, pubblica nel marzo del 1992 l’EP d’esordio Symphonaire Infernus et Spera Empyrium, ricco antipasto dell’album di debutto che vedrà la luce il 26 maggio dello stesso anno. Nell’esordio sulla lunga distanza, dal titolo già programmatico, As the Flower Withers, la band inglese approfondisce e sviluppa idee stilistiche già presenti a livello embrionale nelle prime demo, mettendo definitivamente a fuoco tematiche e riferimenti culturali destinati a diventare centrali nella lunga e fruttuosa carriera dei My Dying Bride: i paesaggi cupi e ancestrali della brughiera inglese, il decadimento fisico e mentale dell’uomo e la letteratura romantica e gotica dell’Ottocento inglese, che influenza tanto i contenuti quanto il linguaggio delle composizioni, spesso aulico, complesso e altisonante. Dalla copertina, realizzata dall’artista inglese Dave McKean (già noto per le iconiche cover di The Sandman di Neil Gaiman), fino all’utilizzo di strumenti orchestrali reali, violino e corno su tutti (con il violinista Martin Powell destinato a entrare stabilmente in formazione), nulla è lasciato al caso: ogni dettaglio è curato con attenzione quasi maniacale. E pur trattandosi di un debutto, As the Flower Withers non esita a confrontarsi fin da subito, a testa alta, con la scena metal contemporanea.
Se i primi demo e singoli lasciavano già intuire le coordinate stilistiche dell’opera della band albionica, è nel cuore pulsante di As the Flower Withers che i My Dying Bride danno piena forma alla propria visione artistica. L’album si muove costantemente lungo una linea di equilibrio instabile ma affascinante, sospeso tra la furia primigenia del death metal e la lentezza opprimente del doom, fondendo i due linguaggi con una naturalezza sorprendente per un debutto. Ne scaturisce un flusso sonoro che alterna violenza e raccoglimento, in cui le accelerazioni improvvise si infrangono contro rallentamenti carichi di una malinconia densa, quasi tattile, come avvolta in un velluto sonoro. A differenza delle opere successive, qui la componente death metal resta sempre ben presente e radicata: la voce di Aaron Stainthorpe non concede ancora spazio a registri puliti, ma si esprime esclusivamente attraverso growl e harsh vocals, incarnando un tormento costante e senza redenzione. Al contempo, tastiere, orchestrazioni e l’uso del violino iniziano già a delineare quell’estetica romantico-decadente che diventerà marchio di fabbrica della band, seppur in forma ancora embrionale rispetto agli sviluppi futuri. L’apertura è affidata a Silent Dance, breve introduzione sinfonica di grande eleganza che, pur nella sua essenzialità, testimonia una sensibilità compositiva fuori dal comune e una precoce attitudine a contaminare il linguaggio metal con elementi orchestrali. Con Sear Me si entra nel vivo dell’album: un riff intriso di mestizia definisce immediatamente il tono emotivo del lavoro, mentre la struttura del brano si sviluppa tra una prima sezione lenta ed elegiaca e improvvise esplosioni di matrice death metal, per poi rifluire nuovamente in territori doom, in un’alternanza che diventa paradigma dell’intero disco. The Forever People insiste inizialmente su coordinate death metal più canoniche, salvo poi rallentare in una sezione doom torbida e opprimente, mentre The Bitterness and the Bereavement propone una costruzione quasi speculare: qui sono i riff monolitici e il pianto dei violini a dominare l’introduzione, accompagnati dalle urla laceranti di Stainthorpe, gettando le basi di quel gothic doom che troverà piena realizzazione nel successivo Turn Loose the Swans. Solo nella parte finale il brano si apre a una maggiore aggressività death, senza mai abbandonare del tutto la sua anima più cupa e decadente. Con Vast Choirs la band torna a spingere sull’acceleratore, proponendo un inizio feroce e privo di compromessi, che cede progressivamente il passo a una sezione centrale più lenta e sulfurea, prima di chiudersi nuovamente in territori death. Ma è con la monumentale The Return of the Beautiful che l’album raggiunge il suo apice espressivo: una suite di quasi tredici minuti in cui tutte le anime della band convivono e si intrecciano. Tra orchestrazioni, violini e un doom intriso di languore, il brano abbandona in parte l’aggressività per abbracciare una dimensione più teatrale e decadente; Stainthorpe, in particolare, alterna al growl momenti di harsh spoken word, declamando versi in cui eros e thanatos si fondono indissolubilmente. È qui che la poetica dei My Dying Bride trova una delle sue prime, compiute manifestazioni, anche sul piano musicale, attraverso quell’incontro quasi incestuoso tra death, doom e gothic. A chiudere idealmente il disco è dunque questa lunga composizione, mentre Erotic Literature, presente come bonus track nella versione CD, si inserisce coerentemente nel tessuto sonoro dell’album, riproponendo i repentini cambi di tempo e l’alternanza tra cavalcate death metal e aperture doom plumbee. Fondamentale, nell’economia del disco, è il lavoro chitarristico di Andy Craighan e Calvin Robertshaw, abili nel tessere trame che passano con disinvoltura dalla violenza più abrasiva a momenti di grande intensità elegiaca. La sezione ritmica, con Ade Jackson al basso e Rick Miah alla batteria, si conferma motore pulsante dell’intero lavoro, sostenendo con precisione e dinamismo le continue variazioni di tempo e atmosfera. Sopra tutto, la voce di Aaron Stainthorpe si erge come un’anima dannata, capace di attraversare registri espressivi diversi mantenendo intatta una forza comunicativa viscerale e penetrante, ponte granitico che unisce e congiunge rive musicalmente distanti.
Se la produzione immediatamente successiva a As the Flower Withers è considerata quasi unanimemente da critica e pubblico il culmine della discografia dei My Dying Bride, è altrettanto vero che l’esordio della band inglese è un’opera capace di lasciare il segno, facendo risuonare una musicalità che concilia un death metal più viscerale con un doom raffinato e carico di atmosfere gotiche e romantiche. I paesaggi del nord dell’Inghilterra, reali e immaginari, prendono vita attraverso note che sembrano provenire da un’Albione parallela, ricca di miti, magia e melodie carpite al popolo fatato. Come ammesso dallo stesso Stainthorpe, la componente death metal della musica dei My Dying Bride non attinge allo stesso bacino di molti illustri artisti contemporanei, preferendo la poesia, i miti e la letteratura del passato inglese alle incursioni nel grottesco, nelle patologie e nelle più violente e sanguinose manifestazioni della morte. Il violino di Martin Powell si ritaglia già i suoi spazi, creando un contrasto nostalgico e melodico, incastonando gemme luminose nei granitici muri dei riff e ponendo le basi di un sound che germoglierà negli album successivi, divenendo un tratto distintivo unico e inimitabile. Dopo i Paradise Lost, la Peaceville Records svela i My Dying Bride (in attesa del debutto degli Anathema, terzo cavaliere dei “Peaceville Three”), grazie a uno straordinario fiuto nello scovare, in territori artisticamente meno battuti come il West Yorkshire, i nuovi poeti maledetti del metal inglese. Il debutto di questi arcigni alfieri della malinconia battezza a tutti gli effetti la nascita e l’ascesa di una stella di primissima grandezza: un astro oscuro che, nel suo longevo tragitto celeste, raccoglierà legioni di seguaci e indicherà la rotta a una nuova generazione di musicisti.
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6
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Anche se normalmente preferisco il Death Metal più canonico e dritto ho sempre provato una forte curiosità per quelle band che sono partite Death Metal e che poi purtroppo o per fortuna hanno cambiato sentiero dopo il primo o il secondo disco, nel caso dei MDB anche alcuni dei dischi successivi al periodo Death mi piacciono parecchio come ad esempio The Angel and The River.
Forse i brani sono un tantinello lunghi ma per me é uno dei migliori dischi Death Doom in assoluto. |
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5
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I due album successivi lo mettono un pó in ombra, ma è un buon debutto. Voto 80. |
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4
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La nascita di una band leggendaria! Voto giusto. |
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3
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Disco ancora acerbo e legato al death doom, senza l\'aspetto gothic che prenderà piede già dal seguente lavoro. Opera seminale, importante per il gothic death europeo, ma i capolavori incominceranno dal secondo e dureranno una decina di anni |
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2
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Fino (almeno) a Songs of Darkness hanno sfornato un disco più bello dell’altro, compreso questo esordio, che sì, presenta ancora forte la componente death rispetto alle uscite successive, ma rimane un album seminale e comunque splendido. Pezzi come Sear Me o The Return of the Beautiful conservano un fascino incredibile ancora oggi a distanza di decenni. Storico. Voto 88 |
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1
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Anche se faranno di meglio con i dischi successivi si tratta di un gran bell\'album
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Silent Dance 2. Sear Me 3. The Forever People 4. The Bitterness and the Bereavement 5. Vast Choirs 6. The Return of the Beautiful 7. Erotic Literature
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Line Up
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Aaron Stainthorpe (Voce) Andrew Craighan (Chitarra) Calvin Robertshaw (Chitarra) Ade Jackson (Basso) Rick Miah (Batteria)
Musicisti ospiti Martin Powell (Violino, Tastiera) Wolfgang Bremmer (Corno francese)
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RECENSIONI |
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