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The Smashing Pumpkins - Monuments to an Elegy
( 5952 letture )
Billy Corgan è uno spirito inquieto. Un musicista e un artista che nella sua carriera ha sempre dimostrato insoddisfazione anche verso quanto creato, come a ricercare sempre quello che manca, più che accontentarsi di quello che già c’è. La sua è sempre stata una figura accentratrice e perfino solitaria e scostante, tanto che l’identità degli Smashing Pumpkins, come quella degli altri progetti, è sempre rimasta strettamente legata alla sua persona e ai suoi umori e questo ha permesso al gruppo di passare in pochi anni da un esordio come Gish a dischi come Adore o Machina, lontanissimi tra loro. La sua voce e il suo modo di cantare, assieme al modo di comporre, d’altra parte, sono un tratto così immediatamente riconoscibile che difficilmente li si può separare da ciò che i Pumpkins sono e saranno e costituiscono il vero trait d’union della loro carriera. Oceania, il precedente album, ha rappresentato un nuovo punto di partenza per la band e pur mostrando un approccio revisionista e un palese tentativo di riallacciarsi al passato, il fatto che l’ispirazione di Corgan fosse tornata a livelli più che accettabili era di per sé una buona notizia. Il musicista, forte di una ritrovata credibilità, ha annunciato un nuovo progetto dal titolo Teargarden by Kaleidyscope, composto da due album distinti, il qui presente Monuments to an Elegy e il previsto Day for Night. Nei mesi seguenti a questo annuncio, il pubblico avrebbe poi scoperto che la band andava perdendo pezzi giorno per giorno, finché fu chiaro che Corgan e Jeff Schroeder sarebbero stati gli unici membri della formazione che aveva suonato in Oceania ad essere coinvolti nelle registrazioni e che le parti di batteria sarebbero state appaltate –incredibilmente, per molti- al batterista dei Motley Crue, Tommy Lee. Questi avrebbe in realtà lavorato in pura forma di session man, senza entrare in formazione. Il leader degli Smashing Pumpkins ha poi lasciato altre dichiarazioni piuttosto criptiche a proposito del futuro del gruppo, annunciando che era giunto il momento di capire se il pubblico odierno lo considera ancora un artista nel vero senso della parola o se si aspetta la semplice reiterazione del proprio passato, una cosa per lui inaccettabile. Aspetto questo sul quale è tornato anche recentemente, quando ha di fatto accusato Pearl Jam e Foo Fighters di essere sì delle grandi band, ma incapaci di evolversi e per questo inferiori da un punto di vista artistico. Polemiche volte ad attirare l’attenzione, probabilmente, oltre ad un’accusa se vogliamo leggermente contraddittoria, considerando proprio il passo indietro fatto con Oceania in termini di evoluzione e che comunque confermano l’insoddisfazione del musicista per il proprio status odierno.

Stranamente, di questa insoddisfazione in realtà nel disco non si trova traccia e quanto esposto prosegue in maniera abbastanza lineare il discorso strutturato in Oceania. Monuments to an Elegy, il cui titolo risulta comunque piuttosto ironico, sarà una conferma per molti fan o ex fan degli Smashing Pumpkins. Corgan fa infatti tesoro delle critiche rivolte ad Oceania e ottiene stavolta una produzione più equilibrata e coerente e, soprattutto, una lunghezza complessiva decisamente più abbordabile, con brani compatti e piuttosto brevi. Parliamo comunque della prima parte di un progetto più ampio, per cui i trentadue minuti dell’album costituiscono solo uno spaccato del quadro complessivo. La relativa lunghezza favorisce senza dubbio l’ascolto, ma sarebbe superficiale dire che si tratta di un album facile. Al solito, la penna di Corgan riflette l’inquietudine dell’uomo e per questo le canzoni non sembrano mai davvero lineari nel loro svolgimento e la spigolosità tipica dei dischi della band resta uno dei marchi di fabbrica più duraturi. Si salta invariabilmente da un’atmosfera all’altra, da parti più legate alla distorsione delle chitarre ad altre nelle quali sono la malinconia e l’abbandono a predominare, con sintetizzatori, tastiere ed effetti a dominare lo spettro sonoro. L’impianto di base dei brani resta chitarristico, eppure, l’equilibrio tra le varie componenti è probabilmente meglio riuscito e tende decisamente verso la componente elettronica, a volte con un effetto vintage dato dalla scelta dei suoni synth piuttosto peculiare e molto ottantiana. Manca forse un acuto vero e proprio che invece trovavamo nel precedente album, eppure il livello dei brani è molto soddisfacente lungo tutta la scaletta. Una traccia come Tiberius non può non colpire tutti i fan della prima ora del gruppo, quelli fino a Mellon Collie, tanto per intenderci, con evidenti richiami a Siamese Dream. Being Beige per contro sposta il discorso su colorazioni semiacustiche più leggere e colme di malinconia con piano e batteria synth a contrastare la distorsione del ritornello e se il riff portante di Anaise! sembra uscito da un brano dance anni 70 con i synth a condurre il gioco, One and All riporta decisamente il discorso su quell’atmosfera onirica e vagamente opprimente che la band si porta dietro sin dai primi giorni. Si tratta probabilmente del miglior brano del disco. Qualcuno di voi ricorda l’effetto utilizzato dai The Who nell’intro di Baba O’Riley, che Corgan aveva riutilizzato anche in Oceania? Eccolo di nuovo ad aprire Run2Me, brano che potrebbe provenire direttamente dagli anni 80 e che a qualcuno ricorderà invece Tonight, Tonight. Assolutamente riuscito anche il terzo singolo estratto Drum + Fife, con il suo andamento indolente e reiterato che ben si presta ad essere spazzato via dall’apertura di Monuments, che i sintetizzatori ottiantiani e il riff potente e marciante trasformano in un pezzo quasi epico, una sorta di Eye of the Tiger in versione Smashing Pumpkins. Dorian è nuovamente votata all’elettronica e in effetti non sembra la canzone più interessante del disco, anzi, mentre Anti-Hero riporta le chitarre al centro dell’attenzione e chiude in maniera degna un buon ritorno, confermando peraltro che le canzoni più aggressive sono anche le migliori.
Una nota per le parti di batteria di Tommy Lee appare doverosa: il batterista svolge in maniera diligente il proprio compito, ma a dire il vero se invece del roboante batterista dei Motley Crue il nome fosse stato quello di un Carneade qualsiasi, la differenza non si sarebbe notata. Lo stile adrenalinico ed impulsivo di Jimmy Chamberlain resta il miglior compendio alla musica tormentata e a volte zuccherosa di Corgan e pur conservando una potenza e un tocco da fuoriclasse, per questa volta Tommy Lee si limita a fare il gregario di lusso.

Innovazione o conservazione? In attesa di un’eventuale (?) seconda parte, in Monuments to an Elegy probabilmente il secondo polo resta predominante, anche se va riconosciuto che il gruppo compie un piccolo passo avanti, inglobando nuovamente nel proprio sound una forte componente elettronica che ne ammorbidisce l’impatto e dona un’aria meno pesante e intossicante alle canzoni. La malinconia resta, fosse anche solo per il cantato di Billy Corgan e alcune parti chitarristiche richiamano ancora quell’energia grezza che proveniva dai primi dischi, quelli che molti si affrettavano a considerare grunge al momento della loro uscita. Ma il tempo è passato e seppure con evidenti richiami ai primordi, la band attuale ha una connotazione decisamente più orientata verso un rock alternativo molto curato e ben fatto, con arrangiamenti stratificati e complessi, che rinuncia in buona parte all’aggressività e offre diversi richiami a sonorità ottantiane molto peculiari e in qualche modo stranamente amalgamate al contesto tipico. In realtà, per gli standard del gruppo, la musica scorre in maniera piuttosto fluida e da essa non pare trapelare l’insoddisfazione che invece Billy Corgan riversa poi verso l’esterno, come a cercare conferma di aver intrapreso la giusta direzione per il proprio gruppo. Negli States al momento i commenti sono entusiastici e addirittura Monuments to an Elegy viene indicato come uno dei migliori lavori della band. Sarà forse perché da quelle parti si è facili ad entusiasmi precoci che poi altrettanto velocemente vengono accantonati e dimenticati. A dirla tutta, il disco convince ma non colpisce fino in fondo, con alcuni brani a torreggiare su un insieme buono, ma non eccellente. Tutto sommato, aggiunto qualcosa e tolto qualcos’altro, il livello resta quello di Oceania. Una conferma, questo sì, ma non un apice di grandezza.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
73 su 8 voti [ VOTA]
Ozzy
Martedì 3 Febbraio 2015, 11.03.38
11
Comprato ieri, ma ancora non ascoltato.
Galilee
Martedì 27 Gennaio 2015, 10.23.55
10
A me è piaicuto. Non bello come il precedente, ma sempre molto valido. 75
Macca
Martedì 27 Gennaio 2015, 10.08.22
9
Un disco abbastanza easy e molto melodico. Nulla di eccezionale ma ad un primo ascolto non mi è parso così disastroso come ho letto sotto. Vanno presi per quello che sono, Corgan è un grandissimo musicista ma i Pumpkins a livello compositivo hanno già dato il loro meglio: quello che rimane è un'onesta band lontana anni luce dai capolavori degi '90. Voto 68.
Bloody Karma
Sabato 17 Gennaio 2015, 11.17.43
8
non so che pensare di questo disco...sicuramente mi aspettavo qualcosa di meglio dopo il buon Oceania. Da una parte c'è una maggiore compattezza e concretezza nei brani, dall'altra c'è la sensazione di non voler uscire troppo da schemi e melodie collaudate. Di certo, non mi piace affatto la produzione, troppo finta e leccata.
freedom
Mercoledì 17 Dicembre 2014, 15.24.42
7
Billy Corgan è un grande, ma sto disco è di una noia mortale. Canzoni anonime che più anonime non si può. Peccato. Meglio il precedente Oceania, molto meglio. Voto 60 perché gli voglio bene.
LORIN
Martedì 16 Dicembre 2014, 15.58.57
6
Anche a me non è che mi faccia impazzire come disco, di sicuro non lo compro.
Malleus
Lunedì 15 Dicembre 2014, 21.41.17
5
Secondo me non è un album neanche lontanamente sufficiente, peccato, gran delusione..
micologo
Lunedì 15 Dicembre 2014, 15.32.42
4
L'insopportabile voce di Corgan (davvero la voce più inascoltabile in assoluto nella musica intera, Albano e Emanuele Filiberto di Savoia esclusi, ovvio....) mi ha abbondantemente infastidito la giovinezza negli anni Novanta. Mi chiedo allora: .ma c'era proprio bisogno di questo ritorno?
Lizard
Lunedì 15 Dicembre 2014, 12.17.11
3
In generale e considerando che si tratta di album molto diversi tra loro, i primi quattro a mio avviso sono da avere. Il resto, solo se questi ti appassionano.
luca
Lunedì 15 Dicembre 2014, 11.56.45
2
@Lizard
luca
Lunedì 15 Dicembre 2014, 11.56.10
1
degli smashing pumpkins conosco solo il secondo e il terzo album quali altri album mi consigli?
INFORMAZIONI
2014
Martha’s Music / BMG
Alternative Rock
Tracklist
1. Tiberius
2. Being Beige
3. Anaise!
4. One and All (We Are)
5. Run2Me
6. Drum + Fife
7. Monuments
8. Dorian
9. Anti-Hero
Line Up
Billy Corgan (Voce, Chitarra, Basso, Tastiera, Sintetizzatore)
Jeff Schroeder (Chitarra)

Musicisti Ospiti
Tommy Lee (Batteria)
 
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