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The Smashing Pumpkins - Zeitgeist
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18/02/2023
( 1622 letture )
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La magia degli anni ’90 e il boom mediatico sono già passati da tempo nel 2007 e gli Smashing Pumpkins hanno avuto il tempo di attraversare numerose fasi che li hanno portati dall’essere una delle band più rappresentative dell’epoca post-grunge al diventare una sorta di macchietta di se stessa, in balia del controllo assoluto del proprio leader Billy Corgan, songwriter tanto talentuoso quanto egocentrico. Con la bassista D’arcy Wretzky messa alla porta durante le impegnative registrazioni dei due album Machina/The Machines of God e Machina II/The Friends and Enemy of Modern Music e sostituita di volta in volta da musiciste selezionate quasi più per la propria avvenenza che per le proprie capacità tecniche e il chitarrista James Iha ormai ridotto a poco più di una comparsa senza alcuno spazio compositivo, il 2 dicembre del 2000 il gruppo annuncia il proprio definitivo scioglimento chiudendo un’era irripetibile. Come però ci stanno insegnando anche le esperienze più recenti, la separazione dura poco e infatti già nel 2001 Corgan e il batterista Jimmy Chamberlin –che era rientrato nella band nel 1999 dopo un lungo periodo di riabilitazione– sono nuovamente in studio insieme per lavorare al nuovo progetto Zwan, il cui disco di debutto uscito nel 2003 si rivelerà fallimentare sotto ogni punto di vista. Ancora peggio sarà l’esordio solista di Corgan –quel The Future Embrace del 2005, che in molti ricordano per la terribile copertina– e forse proprio i brutti risultati ottenuti da questi due album saranno la scintilla che farà convincere il chitarrista e cantante a rimettere in piedi il nome della sua band. Proprio nel 2005 Billy rilascerà un paio di interviste nelle quali rivelerà la sua volontà di riformare il gruppo insieme a Chamberlin e presumibilmente insieme a James Iha e Melissa Auf Der Maur (ultima bassista della band, rimasta solamente per un anno dal 1999 al 2000). Sono proprio questi ultimi a smentire immediatamente la propria partecipazione al progetto insieme all’ormai dimenticata D’arcy, lasciando che di fatto i “nuovi” Smashing Pumpkins siano composti solamente dal duo Corgan-Chamberlin, che si presentano dal vivo per la prima volta a Parigi nel maggio 2007 insieme a Jeff Schroeder alla chitarra, Ginger Reyes al basso e Lisa Harriton alle tastiere. Poco dopo viene rilasciato un singolo, Tarantula.
In realtà il duo principale ha iniziato già nel 2006 a lavorare ad un nuovo album, che si intitolerà Zeitgeist e verrà pubblicato da Reprise Records il 10 luglio del 2007. I due musicisti si occupano di tutte le registrazioni ed anche della produzione, condivisa insieme ai produttori Roy Thomas Baker (l’uomo che ha coniato il sound dei Queen dalla nascita fino al 1978) e il più noto in ambito alternative rock Terry Date. Un dispiego di forze non banale per un Corgan che si sente nuovamente ispirato a suonare rock con le chitarre in evidenza, dopo anni impiegati all’insegna di un sound più raffinato ed elettronico. Le idee del leader in merito al metodo di registrazione del disco sono chiare sin da subito: nessun click e nessun computer, tutto deve essere registrato su nastro in maniera completamente analogica; una follia per qualunque produttore con cui la band si confronta e in primis per i rappresentanti stessi della Reprise, che consigliano a Corgan di fare affidamento su Rob Cavallo, il produttore di American Idiot dei Green Day. Come è logico aspettarsi Billy non vuole sentire alcun compromesso e perciò sarà solo il colpo di fulmine con Baker a sbloccare il processo di registrazione. Come ciliegina sulla torta viene utilizzato lo stesso registratore a 24 piste responsabile della creazione di Mellon Collie and the Infinite Sadness e le aspettative diventano altissime. La dose viene ulteriormente rincarata dalle dichiarazioni dei due compositori, che vedono in Zeitgeist un’opera potente ed energica capace di riallacciarsi direttamente al debutto Gish (1991) e contemporaneamente in grado di affacciarsi sul mercato mainstream per poter piacere a più schiere di appassionati. Quando viene pubblicato il primo singolo però le certezze di molti fan in attesa da anni vengono quasi totalmente disattese: il brano va effettivamente a riprendere alcune delle caratteristiche salienti dei Pumpkins, dal riff al limite del metal fino all’arioso ritornello; Chamberlin pesta con gusto dietro le pelli e Corgan rispolvera le sue abilità melodiche alla chitarra azzeccando buonissimi momenti solisti. Sono palesi però almeno un paio di “stranezze”: prima di tutto il sound globale suona parecchio stantio e dopo il prevedibile effetto nostalgia questo si inizia a notare parecchio, in più la produzione non convince per niente, per via di una voce trattata pesantemente con infinite sovra-incisioni (una caratteristica del metodo di Baker resa celebre dai Queen) e gli strumenti che paiono essere coperti da una patina sonora che rende il loro impatto fortemente attutito. Infine il missaggio, pur facendo emergere la voce, tende a creare un pastone indefinito tra gli strumenti, che perdono in chiarezza e definizione. Purtroppo per gli ascoltatori questa sarà la cifra stilistica dell’intero album.
Se tralasciamo per un attimo i difetti di produzione possiamo dire che Tarantula sia un brano discreto, che soddisfa più o meno chiunque avesse voglia di riascoltare il vecchio Corgan. Il disco si apre in realtà ancora meglio con Doomsday Clock, incredibilmente non scelto come singolo, ma comunque incluso nella colonna sonora del blockbuster Transformer del 2007. Gli ingredienti bene o male sono gli stessi del brano poc’anzi descritto, ma essi vengono impiegati meglio avvicinando la canzone allo stile di Machina/The Machines of God. Il ritornello funziona a dovere e strumentalmente il pezzo si regge in piedi molto bene, facendo dimenticare per un attimo anche la produzione non eccelsa. Lungo la scaletta si percepisce un’omogeneità diffusa, una caratteristica in realtà lontana dagli standard della band, che ha abituato i propri fan a repentini cambi d’umore sin dai tempi di Mellon Collie and the Infinite Sadness. Proprio per questo motivo non sono molti i brani a spiccare e in certi casi si sentono influenze che fanno storcere il naso: Bleeding the Orchid ad esempio non è una brutta canzone, ma pare essere una b-side degli Alice in Chains meno ispirati, per via delle continue armonizzazioni vocali che spingono verso quell’esatta direzione. That's the Way (My Love Is) si tinge di shoegaze e dream pop, ma resta nell’anonimato più sconcertante salvo rialzare la testa nel finale con una sezione strumentale che emoziona quel tanto che basta per strappare una sufficienza, ma i brani continuano a scorrere senza regalare nulla più che sbiaditi ricordi. Un altro dettaglio di non poco conto è costituito dai testi, più che mai apertamente schierati politicamente: la volontà di Corgan è quella di denunciare la deriva sempre più fascista che sta colpendo gli Stati Uniti e sebbene l’intento sia nobile ciò va nettamente in contrasto con l’essenza stessa del gruppo (e il leader stesso affermò in passato più volte questo concetto), ma soprattutto fa sì che ne derivino liriche banalissime e senza alcuno spunto creativo. Se i testi degli Smashing Pumpkins sono stati capaci di intercettare gli umori e il malessere di un’intera generazione negli anni ’90, ora questi si sono svuotati di qualunque carica emotiva per ricercare una forza socio-politica che arriva alle orecchie degli ascoltatori fiacca e senza mordente. La lunghissima United States nei suoi dieci minuti di forzata psichedelia alternative rock vorrebbe riecheggiare i momenti più folli del gruppo –Silverfuck, X.Y.U. su tutt – ma scade in una prevedibilità noiosa e a tratti irritante, con un testo che definire qualunquista sarebbe un complimento. Continuare l’ascolto del disco è difficile perché non si scorge nessuna scintilla e i minuti trascorrono inesorabili con botte di inaudito accanimento acustico come Bring the Light, autentico pasticcio pop-rock da skippare senza pietà nei successivi ascolti, fino ad approdare a For God and Country, che mescola atmosfere à la Pixies con un flavour new wave non del tutto sgradevole. Chiaro che per il Corgan geniale dei tempi d’oro questo pezzo è tutto meno che promosso, ma in un disco del genere riesce a farsi notare. La strizzata d’occhio definitiva giunge sul finale con Pomp and Circumstances, bozzetto corale puramente bakeriano che vorrebbe ricordare i momenti più intimisti di Mellon Collie and the Infinite Sadness senza esserne nemmeno l’ombra. Tutto sommato però, dopo tanta mediocrità, anche questo episodio risalta perlomeno grazie ad un sound diverso dal solito condito da un assolo di scuola Brian May di certo non memorabile, ma che chiude il disco con un minimo di dignità. Le orchestrazioni in origine dovevano essere curate da Danny Elfman, ma quest’ultimo declinò quasi subito. In realtà abbiamo tralasciato quello che forse, a conti fatti, è il brano migliore dell’intero album; Neverlost è infatti il miglior punto di incontro tra le diverse anime di Billy Corgan: una struttura semiacustica che fa risaltare le belle melodie vocali del frontman e un arrangiamento delicato che lascia respirare tutti gli strumenti, che si alternano senza fare confusione tra loro e fanno sì che la fragilità delle parole pronunciate da Corgan riesca a toccare l’anima dell’ascoltare, senza lacerarla, certo (i tempi del capolavoro Adore sono andati), ma facendo scendere un velo di tristezza che in fondo è ciò che ci si aspetterebbe da un gruppo come gli Smashing Pumpkins.
Zeitgeist venne accolto da recensioni contrastanti nel momento della pubblicazione, con gran parte della critica che lo demolì senza mezzi termini e una piccola nicchia che lo promosse difendendo la sola importanza del nome della band in un panorama rock mainstream apparentemente privo di nomi rilevanti. Dal vivo i brani del disco durarono pochissimo e da anni ormai Zeitgeist non viene nemmeno più considerato nelle scalette live del gruppo, con Corgan sicuramente conscio che una Tarantula non reggerà mai il confronto con i classici. Vero è che, alla luce degli ultimi tre lavori della band, un disco come Zeitgeist risplende di nuova luce e piuttosto che riascoltare un obbrobrio come Hooray! chiunque preferirebbe mettere in loop un pezzo qualsiasi da questo album. Non è però facendo questo gioco di confronti che si deve valutare Zeitgeist, ma bisogna prenderlo come lavoro a sé, composto da un duo che in quel momento si era rimesso insieme da poco dopo anni di pausa e che voleva dare una nuova scossa a quel mercato ormai diversissimo da quello in cui gli Smashing Pumpkins avevano sfondato. Il disco soffre di difetti evidentissimi che vanno da un’ispirazione assente per la maggior parte del minutaggio totale fino ad una produzione sbagliata e che oggi mostra ancora di più i propri limiti. Rimane la domanda riguardo il perché Corgan non abbia mai voluto remixare l’album – esistono solo le tante varianti in CD uscite nel 2007 e una versione Best Buy con un DVD un paio di tracce bonus in realtà più interessanti di molti brani della scaletta “ufficiale” – ma forse la risposta va ricercata nel fatto stesso che il leader maximo non abbia mai creduto all’effettiva potenzialità di questi dodici brani preferendo accantonarli sin da subito. Dunque non sarà di certo Zeitgeist l’opera che i fan della band si porteranno nel cuore a vita, ma va riconosciuto che proprio grazie a questo disco la band ha avviato la seconda parte della propria carriera, la quale sebbene sia stata (e continui ad essere) decisamente controversa ha pur sempre regalato successi planetari a Billy Corgan, che continua a cavalcare l’onda della notorietà alternando (sempre più rari) colpi di genio a vere e proprie nefandezze sonore. Questa comunque è un’altra storia, qui abbiamo ricordato il suo inizio.
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7
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Band che ho amato come poche altre, Siamese e Mellon sono tra i miei dischi da isola deserta. Fino a Adore tantissima roba, poi un mezzo passo indietro con Machina e dopo il nulla o quasi. Questo l\'ho ascoltato poco, qualche brano non male (Tarantula, Doomsday Clock, 7 Shades Of Grey) ma l\'ho dimenticato in fretta. Band comunque leggendaria per quello che ha fatto negli anni \'90. |
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6
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...ovvio che mi piacciono i primi 4 album....dopo non riesco proprio ...ad ascoltare un album per intero.... |
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5
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@Testamatta Ride Pensa che pure io concordo con te sul fatto che questo sia il miglior disco degli SP post 2000 (il primo \"Machina\" per me è ancora dignitosissimo) e se con il cuore sarei andato tranquillamente oltre la sufficienza ad oggi non posso nascondere che questo è uno di quei casi dove la produzione rade davvero al suolo tutto quanto potrebbe esserci di buono nelle canzoni rendendo l\'ascolto veramente difficile. Su YouTube esiste una versione del disco leggermente remixata da un appassionato e il risultato è a tratti notevole, anche se a quel punto ci si rende conto che su 12 canzoni se ne salvano seriamente al massimo 4... Tutto questo per farti immaginare come reputo i dischi successivi a questo. Perlomeno \"Monuments\" puntava un po\' di più sugli esperimenti elettronici, ma ad esempio un disco come \"Oceania\" non riesco proprio a sopportarlo, sebbene sia un buon colpo di reni. |
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4
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Ho un\'edizione speciale 2 cd (dvd) in cui si vede Corgan all\'opera in fase di prova abbastanza accentratore. Sebbene con il vecchio batterista. E devo dire ci sono alcuni pezzi che mi piacciono pur sentendosi il distacco dagli smashing pumpkins classici. |
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3
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Ho un\'edizione speciale 2 cd (dvd) in cui si vede Corgan all\'opera in fase di prova abbastanza accentratore. Sebbene con il vecchio batterista. E devo dire ci sono alcuni pezzi che mi piacciono pur sentendosi il distacco dagli smashing pumpkins classici. |
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2
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Disco tra i meno ispirati nella carriera degli SP. Le chitarre tornano protagoniste, ma un songwriting non all\'altezza e una produzione caotica non riescono ad alzare la qualita oltre una sufficienza risicata. Per fortuna con Monuments to an elegy e Oceania si riprenderanno dicisamente. |
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1
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Bella recensione. Voto un po\' ingeneroso secondo me. Nella seconda fase della carriera (post Adore per capirci) è forse il miglior album senza che ciò implichi che sia un capolavoro, si capisce. Il confronto con gli inizi è ovviamente inutile pure proporlo. Ma è un disco che si difende bene a conti fatti. |
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INFORMAZIONI |
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Martha’s Music / Reprise Records
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Tracklist
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1. Doomsday Clock 2. 7 Shades of Black 3. Bleeding the Orchid 4. That's the Way (My Love Is) 5. Tarantula 6. Starz 7. United States 8. Neverlost 9. Bring the Light 10. (Come On) Let's Go! 11. For God and Country 12. Pomp and Circumstances
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Line Up
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Billy Corgan (Voce, Chitarra, Basso, Tastiera) Jimmy Chamberlin (Batteria, Percussioni)
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