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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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14/03/2026
( 885 letture )
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Magmatici, volubili, in costante evoluzione e perfettamente inseriti nel fermento creativo degli anni Novanta. Questo sono i Prong, una belva difficile da addomesticare e un temibile Xenomorfo in grado di atterrire il periodo 1990-1996 con quattro album di elevato spessore qualitativo.
Pur essendo figlio del crossover thrash (l’Ep Primitive Origins, il debutto Force Fed), il gruppo ha saputo cogliere e in determinati casi anticipare le temperie alternative del decennio più lontano dai dogmi del metallo ortodosso; per scelta mai uguali o rigorosamente inquadrabili all’interno di un unico sottogenere, il riottoso Tommy Victor e soci hanno infatti contaminato la base di partenza fino a renderla un composto mutevole ed altamente instabile dalle logiche potenzialità esplosive. Beg To Differ (1990) ne è la prima attestazione, la scintilla divenuta fuoco, l’estro dell’underground che emerge in superficie tramite nuovi e sorprendenti automatismi: i canoni del thrash (ritmiche, assoli, velocità, contro-cori) vengono dunque rimodellati secondo l’impronta di una cadenzata e possente andatura che funge da apripista al groove metal, non ancora regolamentato dai Pantera di Cowboys From Hell e in questi solchi invece già intuito e messo in opera.
Da un tale costrutto si giunge a Prove You Wrong (1991), dove alla miscela vengono addizionati globuli industrial, un taglio canoro più sfaccettato e alcune bolle sperimentali delineanti un originale trattato di “alternative post-thrash”. Nelle varie transizioni del disco è inoltre percepibile la smania artistica del frontman, risoluto nel voler continuare a sorprendere e a non interrompere una marcia in bilico tra attualità e importanti avvisaglie di un futuro prossimo. Ormai stufo del thrash metal, Victor approfitta dell’uscita di Troy Gregory per rivoluzionare la line-up accogliendo dai Killing Joke il bassista Paul Raven (il quale aveva contribuito al remix-Ep Whose Fist Is This Anyway? del ’92) e John Bechdel, addetto alle tastiere e al programming. I due nuovi acquisti si rivelano determinanti nel configurare la terza (o quarta partendo da Force Fed) metamorfosi di suoni, forma e attitudine, da non leggere come un punto d’arrivo bensì nei termini di una deviazione ulteriore lungo una strada incapace di assecondare la comodità del rettilineo.
Nonostante le ritrosie della Epic Records, i quattro non arretrano e alla fine ottengono l’ingaggio di Terry Date, munito di un curriculum da urlo (Pantera, Soundgarden, Dream Theater, Dark Angel) e ora pronto a smussare le asperità del Prong-style tirandolo a lucido e donandogli compattezza oltre ad una encomiabile profondità sonora. Trovata la quadra non ci sono dunque più motivi per rinviare il passaggio dall’alternative/thrash all’industrial/alternative, un ibrido che assembla matrici elettroniche, la prestanza del groove, brandelli thrash ridotti ad uno stato particellare e scorie post-punk in un disegno globale di metal polimorfo ben radicato nella disubbidienza stilistica dei Nineties.
La controversa purificazione si fa tangibile nell’inquietante surrealismo della copertina e, non appena si illumina il segnale di partenza, da un’oscura galleria esce un treno-merci che sfonda le barriere incurante della meta da raggiungere. Ad accogliere (e travolgere) è la potenza di fuoco di Another Worldly Device, muscolosa nelle ritmiche gonfie e taglienti, vorticosa nella dissonanza del frastagliato assolo e rude in un approccio vocale scorbutico tutt’altro che stemperato. Capitan Victor ha la mano pesante e lo si nota nel riffing massiccio foriero di un groove meccanico e reiterato, super-heavy e imbottito di tritolo mentre il basso di Raven punteggia, Bechdel colma gli interstizi tramite piccoli dettagli elettronici e Parsons alimenta l’urto con vigorosa prestanza fisica.
Il voltaggio sale e tocca livelli paurosi nell’atomica Whose Fist Is This Anyway?, esempio monumentale di industrial/groove metal scandito da un mood ritmato e praticamente ballabile, una vera goduria da headbanging alternativo per merito dei riffoni del mastermind e i pattern dinamici della batteria. Questa idea di metal “danzereccio” viene ultimata nel caso atipico di Snap Your Fingers, Snap Your Neck, il picco della fama, l’hit discografica e il flirt più spinto col mainstream dell’intera carriera: MTV lancia il video e quei cazzoni di Beavis & Butthead promuovono il brano entusiasti della sua fruibilità contagiosa, del ritornello inchiodante e, tanto per cambiare, dell’enorme lavoro chitarristico di Victor, in un colpo solo precursore della evil disco degli Static-X e delle aperture commerciali dei Fear Factory (Linchpin).
Il richiamo delle origini torna a farsi sentire in Cut-Rate, un giano bifronte legato ad una prima metà in salsa thrash (la rapidità d’esecuzione e i contro-tempi, il timbro arcigno) e ad una seconda in chiave di puro groove metal, assimilabile ad una valanga di cemento dagli echi panteriani e allo stesso modo in anticipo sui Machine Head dell’elefantiaco outro di Davidian. Pick up the broken peace (you’re never gonna do it), pick up the broken peace (no, you’re never gonna do it): un basso funky apre, la chitarra si mostra affilata come una lama, il minutaggio si allunga fra tempi medi e ripartenze serrate, l’assolo fischia e le backing vocals aggiungono spessore alla volumetria groove/alternative metal di Broken Peace, fremente e nervosa quanto melodica e distesa è One Outnumbered, sì trascinata da un main riff spigoloso eppure incline ad una cadenza più docile e ad una malleabilità vocale finora in sordina. Rimane in territori alt. metal sui generis (questa volta senza le tonnellate di pinch harmonics) anche Out of This Misery, percorsa da variazioni chitarristiche ora elasticizzate ora coriacee in sinergia con l’ottima presenza del basso e la duttilità di Parsons; Tommy al contrario qui appare “rugoso” e digrignante, assai grezzo nei refrain a dire il vero perfettibili e tagliati con l’accetta. Un tono particolare avvolge poi No Question, groove metal raschiante, lento e dilatato in sezioni melodiche alternate a strappi ricchi di effetti e corposi armonici, non un subitaneo colpo di fulmine bensì un martello che necessita di un ascolto supplementare per irrompere nella corteccia uditiva.
Di assai ostica lettura è invece il trittico seguente, orientato a velleità sperimentali che richiamano il post-punk in Not of This Earth (tra Killing Joke e Joy Division) o lambiscono il noise nell’eccentrica Sublime, con in mezzo Home Rule a negare qualunque rigido incasellamento nel dispiego di una voce roca dalle molteplici inflessioni, tenui crepitii industrial e peculiari linee di chitarra “grattugiata”. Spetta quindi alla distopica Test riportare l’album su una traiettoria familiare chiudendo il cerchio mediante un triplice assalto groove-industrial-alternative metal ornato dai sample di un emergency broadcast, dal tocco funk del basso e da una gigantesca performance di Victor, carismatico nell’azione al microfono e autore di solidissimi riff-caterpillar abbinati a vergate soliste di ruggente caratura.
In perfetto [dis]equilibrio tra vari generi, Cleansing guadagna una magra comparsata nella Billboard 200 (#126) e delude le ambizioni di una maggiore popolarità del gruppo. Non abbastanza industrial, troppo eterodosso per il post-thrash, nulla a che spartire con il grunge, più complicato dell’alternative metal: il disco è un totale non divisibile in parti e il suo essere così ribelle lo ha reso un oggetto insolito adatto ad una frangia minoritaria in grado, sin dall’epoca dell’uscita, di coglierne l’assoluta rilevanza. Il tempo ha comunque restituito ai Prong i giusti onori tanto che non viene più messo in discussione il ruolo di antesignani non solo della corrente groove ma anche del nu metal, senz’altro debitore della lezione ritmica del grande riff-maker Tommy Victor.
Infine, data la natura variabile della loro proposta novantiana, l’ideale sarebbe non azzuffarsi su quale sia l’album migliore della quadrilogia prediligendo una visione unitaria che leghi le tessere in un mosaico più ampio, ovvero una sequenza di umori e sonorità differenti ma complementari atta a restituire il profilo completo di una band alternativa nel miglior senso possibile.
You want the good life, You break your back, You snap your fingers, You snap your neck
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6
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Anche Rude Awakening altro grande disco |
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5
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Mamma mia che capolavoro. I figli bastardi della New York sotterranea erano fissi nello stereo della mia macchina. Li vidi proprio in questo tour. 1994, annata incredibile. |
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4
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Uno degli album più belli dei 90s. Strepitoso e secondo me il loro apice |
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3
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Un buon disco che purtroppo recuperai più tardi. Preferisco i due album prima, ma è solo una questione di gusti. Questo era un po\' troppo industriale secondo i loro canoni e io avrei preferito qualcosa in linea con I precedenti. |
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2
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....gran bel disco......una band che seguo da sempre....90.... |
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1
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Probabilmente il loro apice, assieme a Prove you wrong ed al sottovalutato Rude awakening. Avere Paul Raven al basso è stato un passo importante per portare il sound del gruppo ad un vertice assoluto, e con Parsons forma una coppia ritmica da paura. Il resto lo fa Tommy con una serie di riff fantastici, assoli efficaci ed una voce che dà un valore aggiunto al tutto. Chi non conosce la semplicemente fantastica Snap Your Fingers, Snap Your Neck? E qui il capolavoro assoluto ci sta tutto. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Another Worldly Device 2. Whose Fist Is This Anyway? 3. Snap Your Fingers, Snap Your Neck 4. Cut-Rate 5. Broken Peace 6. One Outnumbered 7. Out of This Misery 8. No Question 9. Not of This Earth 10. Home Rule 11. Sublime 12. Test
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Line Up
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Tommy Victor (Voce, Chitarra) John Bechdel (Tastiera, Programming) Paul Raven (Basso) Ted Parsons (Batteria)
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