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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Europe - Come This Madness
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01/10/2026
( 3128 letture )
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Parlare oggi degli Europe significa inevitabilmente fare i conti con una storia che attraversa più di quarant’anni di musica. Una storia che, soprattutto per il grande pubblico, continua a essere legata indissolubilmente a The Final Countdown e a quella straordinaria stagione degli anni Ottanta che trasformò la band svedese in una delle realtà hard rock più conosciute a livello internazionale. Fermarsi lì significherebbe però ignorare una parte estremamente importante della loro carriera, quella iniziata con la reunion del 2003 e diventata progressivamente sempre più interessante dal punto di vista musicale. Dopo il ritorno sulle scene, gli Europe hanno infatti intrapreso un percorso abbastanza preciso, allontanandosi dalle sonorità più patinate degli anni Ottanta e recuperando sempre più apertamente le proprie radici nel rock degli anni Settanta. Start From The Dark, Secret Society, Last Look at Eden, Bag of Bones, War of Kings e Walk the Earth hanno costruito, disco dopo disco, una seconda identità della band, più orientata verso l’hard rock classico, il blues rock e quelle sonorità che guardano apertamente a Deep Purple, Rainbow, Led Zeppelin, UFO, Black Sabbath e Thin Lizzy/Gary Moore. Walk the Earth, pubblicato nel 2017, sembrava aver consolidato definitivamente questa direzione, così come l’intervallo medio di 2/3 anni tra un disco e l’altro. Poi è arrivato un intervallo insolitamente lungo, quasi nove anni, prima di un nuovo album in studio. Nel frattempo, però, gli Europe non sono rimasti fermi. La loro attività dal vivo è proseguita con continuità e questo aspetto si sente molto ascoltando Come This Madness. La band arriva al nuovo lavoro con una compattezza evidente, quasi come se il tempo trascorso lontano dallo studio fosse stato compensato da una lunga esperienza maturata sui palchi.
Fin dalle prime battute di One On One, opener scelta anche come primo singolo, si capisce dove vogliono andare gli Europe. Il brano parte con un’atmosfera quasi solenne, che lascia poi spazio ad un giro di basso distorto, con successivo ingresso di chitarra e batteria, e mette subito in evidenza uno degli elementi più importanti dell’intero album, ovvero il lavoro sulle tastiere. Mic Michaeli ha un ruolo particolarmente significativo nella costruzione dei brani e il suo contributo non si limita al semplice accompagnamento. Hammond, sintetizzatori e mellotron vengono utilizzati per creare profondità e per riempire gli spazi lasciati dagli altri strumenti, dando alle canzoni una struttura molto più articolata di quanto possa sembrare a un primo ascolto. The Cult of Ignorance sposta invece il disco verso un hard rock più diretto, con un riff deciso e un ritornello immediato, il tutto sempre incorniciato dalle tastiere di Michaeli, anche in questo brano ben in evidenza. È uno dei pezzi nei quali emerge meglio l’equilibrio tra le radici seventies della band e una produzione contemporanea, cosa che permette alla band di rimanere fedele alle proprie ispirazioni ma costruendo comunque un impatto sonoro che appartiene al presente. La title track Come This Madness procede sulla stessa strada, ma con una struttura più articolata. Il brano alterna momenti più contenuti e aperture più ampie, con le tastiere che intervengono continuamente nella costruzione dell’atmosfera. Anche John Norum trova il proprio spazio senza mai trasformare l’assolo in un esercizio fine a sé stesso, continuando a mantenere quel modo molto personale di suonare che privilegia il fraseggio e il carattere rispetto alla pura velocità. Uno degli aspetti più interessanti dell’album riguarda proprio il modo in cui Norum e Michaeli lavorano insieme, in quanto la loro partnership permette agli Europe di oggi di completare vicendevolmente e non contrapporre l’apporto di chitarra e tastiera. È una caratteristica che emerge in maniera particolarmente evidente in Scandinavian Eyes, uno dei brani più rappresentativi dell’impostazione dell’album; nel brano, infatti, la componente hard rock è molto presente, così come l’influenza del profondo porpora, e viene arricchita da interventi di tastiera, aperture orchestrali e una costruzione progressiva che porta il pezzo verso un finale più ampio, tipico delle sonorità dell’arcobaleno blackmoriano, in questo caso arricchito anche da richiami helloweeniani nei fraseggi. Anche In A Different Wolrd si muove in questa direzione, con una componente più bluesy e compatta, atmosfera iniziale costruita anche attraverso il Mellotron; il risultato è un brano splendido, forse il migliore del lotto insieme alla conclusiva Nothing Can Follow This, uno di quelli nei quali gli Europe mostrano quanto siano ormai lontani dall’immagine della band degli anni Ottanta, pur mantenendo evidente il riferimento al classic rock, ma dosato e utilizzato con naturalezza. Discorso simile vale anche per The Devil’s Back, dove hammond, basso e chitarra riportano l’ascolto verso un hard rock più tradizionale, mostrando ancora una band particolarmente a proprio agio, cosa che permette a Norum di sviluppare uno dei suoi interventi chitarristici più convincenti. Takin’ It Back segue invece una strada più immediata, con uno splendido intro di tastiera e con un ritmo complessivo che sembra pensato per funzionare bene dal vivo e un ritornello molto riconoscibile, dove lo stile degli ultimi anni dei nostri emerge chiaramente. The Angels Must Have Flown, rappresenta certo uno dei momenti più pesanti dell’album; rispetto ad altri brani del platter, il riff della chitarra di Norum assume maggiore rilevanza, avvicinandosi a territori più oscuri, dalla componente quasi sabbathiana, smorzati da arrangiamenti di tastiera mirati, che intervengono sul mood complessivo, ampliando ed arricchendo il brano e impedendo che la chitarra diventi elemento troppo predominante. Mentre In the Absence of Grace rappresenta un breve passaggio atmosferico prima della parte conclusiva del disco, Nothing Can Follow This chiude l’album riportando in primo piano le componenti più melodiche e stratificate della band. La canzone, tra le migliori in assoluto del platter, viene costruita progressivamente, aggiungendo strati su strati con tastiere, cori, chitarra e voce che si sovrappongono fino a creare un finale ampio e quasi cinematografico, forgiando di fatto un gioiello epico molto vicino ai migliori Rainbow. In mezzo a queste composizioni trova spazio anche This Time of Year, ballad ricercata che porta l’album verso una dimensione più melodica. È un brano nel quale la voce di Joey Tempest diventa ancora più importante e dove il lavoro di Michaeli assume un peso particolare, conferendo una scrittura più matura, lasciando respirare la voce e costruendo gradualmente l’arrangiamento. Ed è proprio Joey Tempest uno degli elementi che maggiormente caratterizzano Come This Madness. La sua voce è inevitabilmente cambiata rispetto agli anni Ottanta, ma il cambiamento è diventato parte dell’identità attuale della band. Gli acuti e le incessanti tonalità alte che caratterizzavano molte delle vecchie produzioni degli svedesi non rappresentano più il centro della sua interpretazione. Oggi Tempest utilizza molto di più i registri medi, che gli permettono di dare alle canzoni un colore più caldo e maturo, cosa che a conti fatti, non appare come una limitazione, ma come una possibilità espressiva migliorativa. Tempest riesce infatti a modulare la propria voce in funzione delle canzoni, passando dai momenti più aggressivi a quelli più raccolti senza perdere la propria riconoscibilità. È una voce che oggi porta naturalmente con sé la storia della band, apparendo sempre centrata e mai sforzata verso lidi ormai lontani. La stessa maturità si ritrova nel modo in cui suona il resto del gruppo. John Levén e Ian Haugland formano una sezione ritmica ormai estremamente solida e collaudata, mentre Norum e Michaeli costituiscono la parte più caratteristica dell’identità sonora dell’album, generando come risultato una band che appare molto affiatata e soprattutto abituata a suonare insieme.
Nel complesso, Come This Madness mantiene un livello qualitativo piuttosto omogeneo; ovviamente non tutte le canzoni hanno lo stesso impatto e alcune necessitano sicuramente di più ascolti per essere assimilate, ma la tracklist non presenta evidenti momenti di riempimento. Anche i brani più brevi o meno immediati hanno una funzione precisa all’interno dell’economia del disco. La cosa che rimane, soprattutto dopo diversi ascolti, è la sensazione di una band ancora molto presente e molto coinvolta nel proprio percorso. Nove anni sono tanti per qualsiasi gruppo, soprattutto quando alle spalle ci sono già più di quarant’anni di carriera, ma gli Europe non sembrano aver perso né idee né identità, anzi, Come This Madness appare come la naturale prosecuzione di quanto costruito dopo la reunion. Un album di hard rock classico, profondamente legato alle sonorità degli anni Settanta, ma realizzato da musicisti che hanno ormai alle spalle una quantità enorme di esperienza e che suonano esattamente quello che vogliono suonare. Dopo nove anni di attesa, gli Europe tornano con un nuovo album e lo fanno con un disco che conferma che la direzione sonora presa ormai da diversi anni è l’unica che la band svedese vuole mantenere, dimostrando come la seconda parte della loro carriera non sia stata una parentesi, ma un percorso vero e proprio. Apprezzarlo o meno dipende solo da voi!
P.S. una nota di colore finale, inevitabilmente da separare dalla questione musicale. Gli Europe sembrano aver sviluppato negli anni una singolare continuità anche nella scelta delle copertine…il messaggio che voglio trasmettere è quasi sempre molto chiaro, l’idea di fondo sicuramente comprensibile, ma la resa finale lascia spesso molto a desiderare. Come This Madness non fa assolutamente eccezione, anzi rientra a pieno diritto nella TOP 3 di questa eccentrica tradizione.
VOTO Prima Recensione: 83
Ci sono voluti nove anni perché gli Europe dessero un seguito a Walk the Earth, ma forse proprio questa lunga attesa ha permesso alla band svedese di mettere definitivamente a fuoco un percorso iniziato ormai più di vent'anni fa con la reunion. Quando Joey Tempest, John Norum, John Levén, Mic Michaeli e Ian Haugland tornarono insieme nel 2003, sarebbe stato facilissimo vivere di rendita sfruttando The Final Countdown, Out of This World e una quantità di classici sufficienti a riempire qualsiasi arena. Scelsero invece la strada più difficile: Start from the Dark tagliò quasi brutalmente i ponti con il passato, inaugurando una seconda vita caratterizzata da un hard rock più scuro, pesante e maturo, progressivamente contaminato dal blues e soprattutto dal grande rock britannico degli anni Settanta, con l’ambizione di prendere il testimone niente meno che da Led Zeppelin, Deep Purple e Rainbow. Da Secret Society a Last Look at Eden, da Bag of Bones fino ai piu’ recenti War of Kings e Walk the Earth, gli Europe hanno costruito una discografia post-reunion orgogliosamente distante dalla propria immagine anni Ottanta, talvolta forse persino troppo preoccupata di dimostrare di non essere più la band di Carrie e Rock the Night. Ed è proprio qui che Come This Madness compie il passo che mancava; per la prima volta, infatti, le due anime non sembrano più guardarsi da lontano, con il gusto melodico, le tastiere, le aperture quasi AOR e quella naturale capacità di costruire ritornelli che appartenevano ai primi Europe che qui convivono con le chitarre più sporche, il groove, le atmosfere seventies e la maggiore profondità conquistata dopo la reunion.
Non è un puro ritorno agli anni Ottanta e sarebbe sbagliato interpretarlo in questo modo, questo è piuttosto il disco nel quale gli Europe del 1984 e quelli del 2026 sembrano finalmente riconoscersi come parti della stessa storia. Una sintesi favorita anche dalla produzione di Tom Dalgety, potente e contemporanea ma sufficientemente ariosa da permettere a ogni strumento di trovare il proprio spazio. E soprattutto torna prepotentemente al centro del suono Mic Michaeli, elemento fondamentale e forse troppo spesso sottovalutato nell'equilibrio della band. Sono proprio i tasti diMichaeli a introdurre One on One e bastano pochi secondi per capire quanto la sua presenza sia determinante nell'identità di questo disco, le tastiere non servono semplicemente a riempire gli spazi, ma costruiscono atmosfere, dialogano con la sezione ritmica e soprattutto si incastrano magnificamente con l'elettricità sfavillante della chitarra di John Norum. Il brano suona moderno nella potenza ma classicamente Europe nella melodia, con John Levén a costruire un basso pulsante e un Joey Tempest che continua a sfidare il trascorrere del tempo: la voce rimane potente, cristallina e immediatamente riconoscibile, magari fisiologicamente più vissuta rispetto a quarant'anni fa, ma ancora capace di salire e soprattutto di interpretare con una classe impressionante. The Cult of Ignorance indurisce ulteriormente il tiro, sostenuta da un Norum ruvido e aggressivo, mentre la title track Come This Madness mette insieme tensione moderna e quel senso melodico che nessuna evoluzione stilistica è mai riuscita davvero a cancellare dal DNA degli svedesi. Con This Time of Year riaffiora invece più chiaramente la memoria melodica, Ottantiana e a tratti AOR, non attraverso un'operazione nostalgica, ma grazie a tastiere più avvolgenti, armonie immediatamente familiari e una splendida prova di Tempest che forgia un grande refrain, tanto da innalzare il brano a nuovo classico fella band. In a Different World continua a lavorare con successo e classe sull'equilibrio tra melodia e muscolarità, prima che Scandinavian Eyes introduca sfumature più settantiane tra riffs alla Led Zeppelin e tratti atmosferici e quasi progressive. Il vero protagonista occulto dell'Intero lavoro rimane il rapporto tra Michaeli e Norum, il primo colora, suggerisce, apre gli spazi, il secondo li lacera con quel suono elettrico, bluesy e tremendamente fisico che da sempre lo rende uno dei chitarristi più riconoscibili della sua generazione. Non c'è competizione tra chitarra e tastiera, ma complementarità, ed è forse questo l'elemento che più di ogni altro permette a Come This Madness di ricongiungersi al passato senza rinnegarne l'evoluzione. Takin’ It Back, già dal titolo, sembra quasi esplicitare questa volontà, mentre la breve In the Absence of Grace prepara una seconda parte più atmosferica nella quale spiccano The Angels Must Have Flown e soprattutto The Devil’s Back, dove la band recupera mordente attraverso un riffing corposo e una sezione ritmica nella quale Ian Haugland conferma ancora una volta la propria enorme affidabilità. La conclusiva Nothing Can Follow This chiude un disco compatto, vario e soprattutto privo di veri riempitivi, nel quale undici brani sono sufficienti per mostrare quasi tutte le sfumature degli Europe senza disperderne l'identità.
A quasi cinquant'anni dalla nascita della band e quaranta dopo l'esplosione mondiale di The Final Countdown, sarebbe perfettamente comprensibile se gli Europe scegliessero semplicemente di amministrare una storia straordinaria. Come This Madness dimostra invece l'esatto contrario. Non è il tentativo di cinque sessantenni di ricostruire artificialmente il 1986, ma neppure l'ennesimo disco post-reunion costruito quasi in opposizione a quel passato. Ed è proprio questa la sua vittoria più importante: probabilmente nessun precedente album della seconda vita degli Europe era riuscito a fondere con altrettanta naturalezza le due metà della loro carriera. Del primo periodo ritroviamo il gusto melodico, l'importanza delle tastiere e una maggiore immediatezza dei ritornelli; dagli album successivi alla reunion arrivano invece la pesantezza di Norum, l'amore per gli anni Settanta, una sezione ritmica più organica e quella maturità compositiva che impedisce al tutto di trasformarsi in semplice revival. In mezzo c'è un Joey Tempest che continua a essere non soltanto un frontman carismatico, ma soprattutto un songwriter capace di comprendere perfettamente ciò che gli Europe possono e devono essere oggi. E c'è, vale la pena ribadirlo, un Mic Michaeli questa volta magnifico, mai invadente, mai relegato a semplice accompagnatore, fondamentale nel restituire alla musica quelle sfumature che permettono alle melodie di respirare e alla chitarra di Norum di risultare ancora più devastante quando entra in scena. Forse Come This Madness è un disco di grande hard rock che possiede un'identità completa e finalmente bilanciata con tutte le proprie incarnazioni. Non supera necessariamente i vertici assoluti della discografia, ma rappresenta una delle testimonianze più convincenti della maturità degli Europe e, soprattutto, uno dei rarissimi casi in cui guardare indietro non significa fare un passo indietro. Dopo nove anni di silenzio discografico, il ritorno non poteva essere migliore.
VOTO Seconda Recensione: 84
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e\' simpatico leggere pareri cosi\' contrastanti....90 no dai....78 a mio parere....mentre walk the earth appena 60 per l\'unica canzone omonima bella...il resto era quasi inascoltabile...qui l\'album e piu\' fluidi e fruibile con melodie piu\' trascinanti.... |
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Ottimo rientro. Walk The Earth non era male, ma lì mi era sembrato che quel gusto seventies che caratterizzava le ultime produzioni stesse cominciando a non essere più così efficace come in altri dischi. Mi fa piacere quindi che non abbiano proseguito col pilota automatico. Come evidenziato nelle recensioni il gusto retrò rimane, ma incontra sonorità più recenti (per modo di dire), specialmente - ma non solo - per quanto riguarda il diverso sound delle tastiere. I pezzi funzionano, tranne un paio nella seconda parte; alla fine l’album scorre molto piacevolmente. Che dire… bravi ! Voto 81 |
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gira gira nella mia playlist |
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Oh però cresce. A me i dischi post Start from the Dark hanno sempre fatto venire l\'orticaria, ma tanti pezzi qui dentro funzionano. Mi devo ricredere! |
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Concordo con la seconda recensione: a tratti sembra che i vecchi Europe patinati vogliano saltare fuori, anche se alla lunga vince il sound hard rock post reunion.
Mi piace la voce sempre controllata e matura di Tempest. Le mie preferite sono le stupende One on One e This Time of Year (qui nella parte strumentale per un attimo ci ho sentito la beatlesiana Strawberry fields forever!)
Scandinavian eyes è bella a metà, super riffone ma ritornello che sa di già sentito troppe volte. Il mio album preferito dopo il ritorno rimane War of Kings, ma nonostante un paio di pezzi niente di che, il disco si ascolta che è un piacere . Per me 80 |
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Non potrei più esser in disaccordo con @Galilee, ok il tempo del Hair Metal tutto spandex e lustrini è stato cancellato dopo gli anni 2000 , rimpiazzato con un hard rock robusto molto AOR al passo coi tempi e tratti con un suono di chitarra tutt’altro che seventies , anzi molto moderno. Credo che il suono Europe sia da più di 23 anni orami questo , un hard rock bello potente e al contempo melodico, ma non vecchio o datato . Gli echi di Deep Purple , Led Zeppelin ci sono ma legati più ad una estetica rockettara. In questo album ( ma potrei andare avanti con quasi tutto il platter ) ascoltate bene one to one, the cult of ignorante o come this madness, per esempio qui l’assolo di Norum al minuto 3:12 è un vero cazzottone in piena faccia ( tutt’altro che un solo hard blues alla Zepp) e ditemi se non riconoscete gli Europe catapultati in un sound moderno e al passo col 2026 .
Dire che gli Europe suonano un rock anni ‘70 ( o debitori ai quei mostri sacri anni ‘70) , vuol dire non conoscerli o averli ascoltati non con l’attenzione che meritano .
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Gli Europe più che ammodernare hanno abbracciato sonorità più classiche anni 70. Di certo non hanno inserito influenze moderne. |
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Sarà che sono molto legato al mood anni 80-90 e non solo per gli Europe, ma a me il nuovo percorso proprio non piace. E purtroppo anche di altri gruppi che hanno voluto \"ammodernare\" il loro sound |
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La cosa simpatica è che band come Treat, heat, ecc. hanno sempre scimmiottato gli Europe, con ottimi risultati. Oggi sono gli europe che suonano come le loro scimmiette: La chitarra solista di Norum che si presta a micheli e ai suoi tappeti di tastiere, Leven boh? Tempest accusa l’anzianità e cerca di andare sul cantato intimo e effettuato. Un grosso passo indietro dal precedente lavoro. |
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la musica e\' morta?...quale pero\'....la trap e\' nata morta....il rap, hip hop e similia sono in via di decomposizione...anche il new metal non e\' in buona situazione ma il buon rock hard e\' senza tempo....non importa se un album esce oggi ieri o 25-30-40-50 anni fa.....se e\' ben composto rimane nel tempo!!!!...gli Europe hanno comunque dimostrato di esserci ancora nel 2026!!! |
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@Adrian Smith: se, disco del decennio... |
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Disco molto gradevole, siamo su un 80 per me. Sempre una garanzia |
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Hai un giudizio sul disco? |
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Opinioni sul sito. Quindi non piacerà al tuo capo. |
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@Kronos: scrive su quello che organizza il festival. La redazione non credo che se la possa prendere se non mi piaceva qualcuno di loro. Anche io non piaccio a qualche collega per la mia metodologia lavorativa e quindi? Opinioni |
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Commento 34 : Ah ok.. La chiudo qui per pietà umana.. |
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Europe in forma comunque... |
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Saranno contenti in redazione di sentire queste parole. Dove scriverebbe ora? |
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@Lucio 77: come aveva già scritto si tratta di un caso di omonimia. Quello che dici tu, opinione puramente personale, è stato un passaggio poco significativo, sia come recensore tantomeno come capo redattore, di una persona che ora scrive per la concorrenza. Quindi non ragioniam di lor, ma guarda e passa. |
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Ah ok : Siamo al livello di Shutter Island.. |
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Commento 29 : Ma sei Simone Radici ? |
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mi è piaciuto molto questo disco. approvo in pieno il voto. dopo 9 anni son tornati grandiosamente direi, ci ho messo un po\' ad ascoltarlo visto che sono da giorni in fissa col symphonic metal ahaha |
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Grandissimo ritorno, chapeau. Miglior disco post reunion e disco dell’anno 2026. |
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A me non è piaciuto x niente. 56 |
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Da alcuni commento che leggo mi sento meno solo...pensavo di essere l\'unico rimasto tiepido dopo aver ascoltato il disco in questione |
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Adoro questa band, la adoro da sempre. I loro album dalla reunion in poi li ho presi tutti a scatola chiusa, e mi piacciono molto da Bag of bones a Walk the Earth. Però questo ultimo appena uscito, dopo tre quattro ascolti, non decolla. Le canzoni lente magari ancora ancora si, il resto non mi va. Lo prenderò più avanti per avere tutta la loro discografia. |
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il punto focale e\' proprio il rock inglese anni 70....non mi piace molto che i re degli anni 80 facciano quel tipo di sound....preferisco la modernizzazione fatta dai connazionali TREAT....hanno saputo tenere molta melodia indurendo il suono....detto questo ,come this madness, non e\' affatto male....ci sono piu\' tastiere e piu\' melodie!...i brani a mio avviso sono pero\' belli solo per meta\'....darei un 70....non di piu\'...mentre walk the earth si beccava 60 per le pochissime canzoni orecchiabili! |
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Forse valeva la pena usare il forum... |
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Sono fan sfegatato da prima di TFC, e non posso che essere felice ad ogni loro nuova uscita. Il loro debutto? Mi piace moltissimo, non nomino tracce in particolare perché lo ascolto sempre molto volentieri, con pezzi da 90.
Questo disco mi sta deludendo molto, immaginavo riscontri positivi ma non così entusiasti.
One on one è una buona opener, ritmata, con un bel ritornello, nella sua semplicità va bene. The cult of ignorance ha la strofa diciamo “molto debitrice” a jackyll & Hyde dei ten, senza mai giungere a quel livello, e con un coro da stadio che proprio non mi piace. Come this madness aggiunge una strofa povera povera ed un chorus che ripete il titolo con una melodia che mi ricorda “everybody” dei backstreet boys, ma sempre con quel mood da stadio che proprio trovo fastidioso, fa molto bee hive. Quando arriva finalmente un pezzo che sembra molto Europe (this time of year) con un solo melodico, ma troppo breve, ecco però che si riapre nel coro troppo pomposo. L’incedere di in a different world sembra finalmente portare ad un pezzo più complesso. La tastiera di fondo ed il riff ipnotico potrebbe creare quella tensione emotiva di pezzi come no stone unturned, il coro é ancora forse troppo pomposo ed il coretto di sottofondo fa proprio pensare ai bee hive: arriva lo stacco centrale, solo lento di Norum, poi un bell’incedere elettrico con la ritmica di sottofondo, c’è la possibilità di “decollare” scambiandosi soli con le tastiere e passare a territori prog ed invece ….”song interruptus”, coro e fine. Altro pezzo non sviluppato e troppo breve. Scandinavian eyes promette di essere un pezzo bello “peso” come the beast o getaway plan, promette con (finalmente!) un bel bridge, poi si perde, ricominciando con una strofa che perde potenza perchè povera (e qui si sente mancanza di “produzione”), arriva la tastiera e parte una linea melodica che porta un pochino alla mente i cori finali di the dark ride degli helloween, stacco centrale che ancora una volta “promette” ma niente, tutto fermo, strofa povera e ancora chorus. Take it back decisamente meglio, non raggiunge in impatto i pezzi più veloci di secret society ma almeno qui Norum fa un buon solo, ed il pezzo non cala, stupisce il finale di brano “tagliato” corto. The angels must flown é abbastanza inutile, con decisamente poca “schiena”. The devil’s back ha lo stesso difetto della precedente, strofe e cantato poco coinvolgenti, é una canzone che potrebbe tranquillamente essere una delle varie b-side, chorus che sembra essere appartenente ad altra band. Nothing can follow this sembra avere la tensione giusta, strofa sorniona (ma non povera come altre), bridge/chorus finalmente intensi e potenti con la tastiera che si inserisce molto bene dando corpo, chitarra ritmica almeno stavolta bella spessa, break centrale che prepara bene al solo che per una volta é un po’ heavy, che poteva essere allungato e incrociato con le tastiere, lo stampo prog qui l’avrebbe arricchita non poco. L’unico pezzo che forse metterei in una setlist insieme all’opener. Disco troppo leggero, con pochi bridge, troppi cori da stadio e chitarra solista poco valorizzata e sempre comunque banale. Ottima prova di Ian Haugland. Non più di 70 per me, i primi tre dischi post reunion sono ben altra cosa. |
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L\'album di debutto è uno dei migliori che hanno fatto, lo ascolto spesso, non salto mai una traccia... Questo ancora non l\'ho ascoltato, solo un pezzo che non mi pare gran che. |
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#17, io ci sono affezionato quindi non sono obiettivo, però per me anche Boyazont, Paradize Bay e Memories sono delle canzoni fenomenali e anche le altre mi piacciono. |
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A me fa piacere sapere che gli Europe siano ancora in attività ed ottengano buoni riscontri di critica... ma non ho voglia di ascoltare il disco. |
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Il primo invece a me ha sempre annoiato parecchio. Esclusa la bellissima Seven Doors hotel, penso sia un disco parecchio mediocre,soprattutto a livello di songwriting, anche se le potenzialità della band si vedono tutte. |
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Va bene, testavo il livello di rincoglionimento. Patente rinnovata!! |
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#13, certo, il primo. L\'ho pure commentato più volte. |
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Ma sono l’unico che sente delle reminiscenze dei Queensryche di Geoff Tate ? |
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@NoFun: sicuro che sia il primo?
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Niente, incuriosito dai commenti l\'ho ascoltato, non fa per me, sia per il genere che per le canzoni che non mi fanno gridare al miracolo. Loro comunque sono dei grandi, massimo rispetto, e il loro primo album lo adoro, uno dei dischi della mia vita. |
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Rettifica al mio precedente commento, L\'origine dell\'equivoco:
La versione widescreen su YouTube: Il tastierista della band, Mic Michaeli, ha chiarito in un\'intervista che la copertina originale è al 100% umana, ma per i video promozionali in formato widescreen su YouTube sono stati utilizzati strumenti di IA generativa (come l\'AI Generative Fill) per estendere i bordi laterali dell\'immagine originale. Questa estensione ha introdotto alcune imperfezioni grafiche tipiche dell\'IA, ingannando gli ascoltatori, compreso me. Grazie e scusate
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@AfterDark grazie per il commento e il suggerimento… la vedo molto difficile, ma proverò a riascoltarlo. |
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Per il resto quello che penso si evince chiaramente dalla recensione… |
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@Le Baron Boy personalmente adoro gli Europe, sono senza se e senza ma la mia band di sempre (insieme ai RAINBOW ed o WHITESNAKE ante America), fin dal 1987, quando appena 10 enne mi innamorai dei brani che ben immagini; amo ed ho amato tutto di loro, sempre, ma quando uscì Walk The Earth non riuscii a comprenderlo, per cui rimase lì, negli strali di polvere; ne riemerse per caso 4 anni dopo e li fu totalmente diverso…ci sono pezzi minori, nessuno lo mette in dubbio, ma ci sono pezzi che sono eccezionali, come The Siege, debitrice dei RAINBOW, Kingdome United che omaggia chiaramente Lynott ed i Lizzy, la titletrack figlia degli Zeps, ed la magnifica Turn To Dust…certo non voglio convincerti di niente, solo di dare un’altra possibilità ad un disco che per certo ne vale! |
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Disco bellissimo nettamente superiore a Walk the Earth che non riesco proprio ad ascoltare. Grafica di copertina ottima.
Per la cronaca, L\'artwork è stato firmato dallo storico collettivo artistico britannico Storm Studios, avvalendosi di strumenti ia. |
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6
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Bello, sembra un disco dei Magnum. |
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5
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Che dire? Io gli Europe li adoro. Adoro praticamente ogni loro sfumatura, quindi cercherò di essere il più obiettivo possibile.
Walk the Earth, il precedente album, mi aveva tremendamente deluso. Tanto che, nonostante i miei tentativi, non sono mai riuscito ad arrivare fino in fondo a un ascolto completo del disco.
Con Come This Madness, invece, sono bastati due giri in cuffia per emozionarmi.
E forse è proprio questa la parola che, al di là di qualsiasi analisi tecnica, descrive meglio questo album: EMOZIONE.
Perché chi non si è emozionato ascoltando This Time of Year ha un bidone al posto del cuore. È una canzone di una profondità e di una bellezza che, ancora una volta, solo Joey Tempest e soci riescono a tirare fuori in questo modo.
A livello strumentale è già stato detto praticamente tutto nelle due ottime recensioni qui sopra. L’intreccio tra le tastiere di Mic Michaeli e la chitarra di John Norum è una delle grandi forze del disco. Joey, poi, è semplicemente una conferma: la sua voce, oggi, ha una profondità capace di coinvolgere ancora una volta.
Ci sono già brani che, personalmente, sento destinati a rimanere: This Time of Year, naturalmente, ma anche Scandinavian Eyes e In a Different World. La prima parte del disco è semplicemente memorabile. Nella seconda metà il livello, a mio avviso, si assesta leggermente più in basso, ma rimane comunque molto alto: nessun vero riempitivo e anche i brani meno immediati contribuiscono all’atmosfera complessiva.
Scandinavian Eyes l’ho vissuta come un viaggio: un piccolo Dark Ride dentro quello che ho intrapreso con gli Europe in questi quarant’anni.
E qui arrivo alla considerazione più importante. Non so ancora se Come This Madness sia il capolavoro assoluto degli Europe. Forse non lo è. Ma potrebbe essere uno dei loro vertici post-reunion ed è sicuramente entrato molto in alto nella mia personale classifica. In certi momenti potrebbe persino giocarsi il primo posto. Perché, alla fine, molto dipende dall’umore, dal periodo della vita e da ciò che cerchiamo in un disco quando lo mettiamo nell’impianto Hi-Fi.
E poi c’è Nothing Can Follow This. Un titolo che, alla luce di quello che abbiamo appena ascoltato, fa quasi sorridere. Speriamo che non sia davvero un messaggio subliminale, come fecero i Fates Warning con The Last Song nel 2020.
Perché, se anche fosse, gli Europe avrebbero scelto un modo magnifico per chiudere il viaggio. VOTO 84/100 |
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4
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Disco dell’anno per me in materia hard rock, ripescano molte soluzioni 70s, 80s e moderne. Top. |
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3
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Lo ammetto, non ho mai apprezzato il nuovo corso degli Europe e nessun disco mi ha mai convinto troppo, pur rispettando le scelte della band. Gli Europe sono sempre in forma, fortissimi, dei veri professionisti, però non mi soddisfano più, e io ho adorato tutto della loro fase storica anni 80. Di uesto nuovo lavoro ne parlano tutti egregiamente, alcuni parlano di capolavoro, gli ho dato un paio di ascolti e la sensazione è la stessa dei dischi precedenti: bello, fatto benissimo, però non mi soddisfa. Sarò io. |
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2
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..il disco mi e\' piaciuto parecchio...grandi professionisti....85.... |
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1
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Personalmente lo trovo un un buon album, con alcune punte di eccellenza ma anche passaggi a vuoto. La prima parte del disco è la migliore, con canzoni di qualità, dalla traccia numero sette in poi invece trovo una serie di brani un po\' manieristici, non brutti ma che non aggiungono nulla al lavoro. In complesso sicuramente migliore del precedente album ed uno dei migliori dalla reunion. |
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INFORMAZIONI |
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Silver Lining Music / Hell & Back Recordings
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Tracklist
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1. One On One 2. The Cult of Ignorance 3. Come This Madness 4. This Time of Year 5. In A Different World 6. Scandinavian Eyes 7. Takin’ It Back 8. In The Absence of Grace 9. The Angels Must Have Flown 10. The Devil’s Back 11. Nothing Can Follow This
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Line Up
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Joey Tempest (Voce) John Norum (Chitarra) Mic Michaeli (Tastiera, Voce) John Levén (Basso) Ian Haugland (Batteria)
Musicisti Ospiti: Tobias Forge (Cori) Mikael Åkerfeldt (Cori)
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