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Electric Wizard - Come My Fanatics...
10/06/2017
( 2160 letture )
Credo fermamente di esprimere un fatto e non un'opinione personale dicendo che tutto l'universo metal discenda e abbia contratto dei debiti (in maniera più o meno diretta) con quella scena, quell'attitudine e quei paradigmi musicali che tra i settanta e gli ottanta finirono sotto l'etichetta di heavy metal. Soffermiamoci per qualche secondo a pensare consciamente non tanto alla discussa etimologia di questo termine, che fino agli anni della definitiva canonizzazione conobbe una storia fatta di utilizzi sostanzialmente arbitrari (poi spesso rivisti a posteriori), ma alla scelta stessa di un simile appellativo come indicante lo stile in questione: scontatamente l'accento posto è sulla novità sonora più evidente, una pesantezza intrinseca al sound che segnava un vero e proprio punto di rottura rispetto alla maggior parte del rock precedente. Se vogliamo dunque, fin dai suoi inizi e fin dalla sua stessa primigenia definizione, il metal è sempre stato intrinsecamente segnato dal concetto di pesantezza, dal suonare più veloci, più estremi, e del resto la storia dei suoi sottogeneri è il segno inequivocabile di questa progressiva tendenza all'estremizzazione sonora e concettuale, dello "spingersi al di là" della soglia di pesantezza conosciuta. E spesso le band che sono meglio riuscite a spostare questo confine, sia musicalmente che concettualmente, si sono rivelate quelle che sono poi entrate negli annali (del proprio sottogenere ovviamente).

Questo è il caso degli Electric Wizard, mostri sacri dello stoner/doom, di cui hanno indiscutibilmente contribuito a fondare i paradigmi e di cui rappresentano tuttora uno dei vertici assoluti, con una serie lunga serie di album che ha conosciuto al suo interno capolavori dalla potenza e dal valore indiscussi, pietre miliari dall'ingombrantissima eredità, con la quale inevitabilmente le nuove leve del genere hanno dovuto misurarsi, provando a sfidare questi monoliti di psichedelia e pesantezza sonora, spesso e volentieri fallendo, riuscendo difficilmente ad eguagliarne la monumentale altezza. Come my Fanatics... è il primo disco di questa portata partorito dall'allora trio, formato nella decade fra il 1993 e il 2003 da Jus Oborn alla chitarra e alla voce, Tim Bagshaw al basso e Mark Greening alla batteria, formazione rimasta nelle cronache e nei cuori di molti fan di vecchia data, scioltasi in seguito al tour successivo alla pubblicazione di Let Us Prey, disco che con i suoi tentativi di sperimentalismo ed una qualità inferiore ai primi lavori faceva sospettare un concreto calo di affinità ed ispirazione, lasciando l'amaro in bocca a molti, critica e pubblico. Ma torniamo al primo grande lavoro del gruppo: Come my Fanatics... vede la luce nel 1997, dopo l'esordio Electric Wizard di due anni prima, un disco sì discreto, ma ancora fin troppo legato al culto dei Black Sabbath e che accusava evidentemente una certa mancanza di maturità nel songwriting, pubblicato via Rise Above, che proprio in quegli anni iniziava ad annettere alla sua scuderia il meglio che il nascente parco stoner/doom aveva da offrire, nomi come Cathedral, Orange Goblin, Goatsnake e Sleep (dei quali fecero approdare alle stampe il leggendario Jerusalem). Il cambiamento fra le due release è impressionante, che sia stato merito di duro lavoro sul raffinamento del sound o della quantità delle droghe assunte dalla band poco conta, il risultato è esaltante: le precedenti influenze sabbathiane sono presenti, certo, ma seppellite da una densa coltre di sporcizia, immerse fino al collo in una melma fatta di ronzii, downtuning ed effettistica, che marciano su una sezione ritmica rallentata all'inverosimile.

Si entra nel vivo di quest'esperienza psichedelica targata Electric Wizard con l'iconico riff di Return Trip, ipnotico, ostinatamente ripetuto fino allo sfinimento emotivo, che nel suo sapore di blues iper-rallentato segna la malsana discesa in un'allucinazione sempre più vivida. Sembra di affogare inesorabilmente in una fanghiglia densa e oleosa, mentre nel progredire si affacciano visioni oniriche, segnate dalle lente litanie della voce di Oborn, più un lamento che un vero e proprio cantato. Sono passati otto minuti e quello che stordisce più che i riff in sé, più che la devastante lentezza delle ritmiche, è il suono: suggestioni industriali, uno stridere di acciaierie e macchinari in funzioni, non musica, ma un sottofondo assordante di rumori. Non siamo nel noise, non ancora nel drone o nella rumoristica, ma la pastosa zanzarosità di quest'album, il suo sbilanciamento verso toni bassi e pieni di echi e refrain è qualcosa che la stessa band non ha mai più avvicinato, se non nel più recente Time to Die

You're all the same, the lot of you,
with your long hair and faggot clothes.
Drugs, sex, every sort of filth.
And you hate the police,
don't you?"
"You make it easy."


Questo il sample che apre The Wizard in Black, tratto dal film "Non si deve profanare il sonno dei morti", del 1974 ed appartenente al filone dell'horror, alle cui tematiche la band di Dorset resterà legata per tutti gli anni della sua carriera e su cui imposterà un certo immaginario, tuttora presente in molto del doom moderno, legato a film dell'orrore d'annata (spesso anche appartenenti alla cosiddetta "serie B" e poi diventati di culto). Il pezzo in questione è un vero e proprio inno, probabilmente ancora ai vertici della discografia degli Electric Wizard, forte di un'andatura più scanzonata e, nel suo macabro, grottesca rispetto al monolitico brano precedente, segnata da un riffing più tipicamente sabbathiano, squarciato da deliri psichedelici. L'effetto di questa prima doppietta di brani è quello di un trip acido andato male, uno di quelli che ti butta giù fino al momento in cui ti sembra di soffocare in un fluido indistinto di rifiuti urbani e iperspazio, un inizio da capolavoro, musicalmente di anni avanti (pur nella sua tecnicità non degna di nota) rispetto a buona parte della scena degli anni. Prima di tutto questo probabilmente solo gli Sleep e i Cathedral avevano tentato qualcosa di così lisergico e pesante al contempo, senza possedere però quell'andatura cantilenante, morbosamente carnale e quasi erotica che si sfoga nell'esasperante lentezza, nei suoni saturi e ribassati di questo platter. Doom Mantia esprime a pieno questa carica libidica, presente tanto nell'incedere pulsante del basso quanto nell'effettatissima voce di Oborn, nel suo cantato, che nei tre minuti finali culmina nella sfibrante ripetizione delle sole due parole che danno il nome alla canzone. Gli effetti space e le visioni cosmiche ci proiettano nel pezzo successivo, Ivixor B/Phase Inducer, episodio dominato da un minimalismo completamente strumentale che spezza in due l'album offrendo suggestioni in stile "spazio profondo". Per quanto contribuisca sicuramente a creare l'immersione necessaria a gustare appieno le atmosfere del disco questo pezzo avrebbe beneficiato di una durata ridotta dato che è decisamente probabile che otto minuti così gestiti tendano ad annoiare anche l'ascoltatore più determinato (anche se c'è da sottolineare anche come l'essere easy-listening non rientrasse certo fra le priorità della band). Ci si avvia verso il finale con Son of Nothing, che conferma ancora una volta l'abilità di Oborn nello scrivere riff che pur nella loro lentezza restino incollati al cervello senza possibilità di errore. L'atmosfera è pesantissima, un'apocalisse di suoni segnata da una batteria martellante, lo stesso testo è ispirato al tema di un esodo post-apocalittico, che si conclude nella frenetica accelerazione finale riprendendo interamente le prime due strofe della canzone, il tutto condito con un assolo fra i migliori dell'album. Si finisce davvero con Solarian 13, una lunga strumentale che fa rimanere gli Electric Wizard nell'orbita delle suggestioni spaziali e futuristiche, grazie ad un continuo tappeto di effettistica che richiama inevitabilmente alla mente le colonne sonore dei grandi film di fantascienza degli anni '80 e 90'.

Il platter con i suoi cinquanta minuti di musica consacrò la band di Dorset fra gli astri del nascente stoner/doom e si pose come pietra di paragone del suonare "heavy", del suonare pesante. Successivamente il gruppo stesso raggiungerà e supererà i risultati qui raggiunti, ma lo shock del "mai sentito prima" che provocò quest'album, l'impatto devastante che causò, non poté ovviamente più essere replicato. Altre band in quegli anni erano arrivate a concepire sonorità simili, in primis gli Sleep degli esordi, ma probabilmente nessuna era mai riuscita a infondere un carattere così malevolo, così visceralmente carnale eppure così dotato di un visionario afflato psichedelico alla propria opera.

Questo, signori, è Come my Fanatics...



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
96.54 su 11 voti [ VOTA]
Grishnack
Giovedì 10 Gennaio 2019, 14.32.20
5
qui siamo di fronte al primo capolavoro della band. tutto perfetto, suoni, packaging, liriche e samples. voto 99
VomitSelf
Martedì 27 Giugno 2017, 15.27.41
4
Per me è un capolavoro. Ti liquefà letteralmente i neuroni quest'album, lo preferisco perfino a "Dopethrone". Un classico. 95
galilee
Sabato 10 Giugno 2017, 14.39.56
3
Un must. Gli Electric Wizard sono dei pazzi furiosi e tra questo e Dopethrone non saprei quale scegliere.
InvictuSteele
Sabato 10 Giugno 2017, 13.12.26
2
Il principio di questa grande band, sicuramente ancora un po' acerba in questo disco, ma qui c'è l'esplosione di un nuovo genere di metal, ovvero lo sludge primordiale e legato al punk si scontra con lo stoner più schizofrenico e fumoso, dando origine allo sludge moderno, che proprio a metà anni 90 comincia a prendere piede e di cui loro saranno tra i più famosi.
Pacino
Sabato 10 Giugno 2017, 11.55.30
1
Doom sporco e bastardo di alta, o bassa (dipende i punti di vista), scuola. Voto 93
INFORMAZIONI
1997
Rise Above Records
Doom
Tracklist
1. Return Trip
2. Wizard in Black
3. Doom-Mantia
4. Ivixor B / Phase Inducer
5. Son of Nothing
6. Solarian 13
Line Up
Jus Oborn (Voce, Chitarra)
Tim Bagshaw (Basso)
Mark Greening (Batteria)
 
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