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Metal Church - From the Vault
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12/04/2020
( 3204 letture )
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La carriera dei Metal Church ha avuto numerosi scossoni nel corso del tempo e probabilmente non ha mai goduto del seguito e del riconoscimento che il gruppo avrebbe meritato. Dopo il grande clamore suscitato dal loro primo e stupendo album, chi avrebbe ad esempio mai immaginato che l’altrettanto splendido The Dark sarebbe stato un flop clamoroso? Chi poteva pensare che dopo tre album ottimi, dei quali almeno un paio vicini al capolavoro come Blessing in Disguise e The Human Factor, realizzati col nuovo cantante Mike Howe (ex Heretic), il gruppo si sfaldasse e sparisse nel nulla per anni? Chi poteva poi pensare che anche la reunion col cantante originale David Wayne si concludesse con un litigio furibondo e la rottura definitiva del frontman col chitarrista/compositore/leader Kurt Vanderhoof e ben poco riscontro economico? Ancora, pure con un nuovo cantante e una formazione solidissima, che portò all’uscita di altri quattro discreti album, il gruppo ha vivacchiato ai margini del colosso SPV, senza riuscire mai a sfondare davvero, nonostante gli allora trent’anni di onoratissima carriera, fatta di tanta qualità. Poi qualcosa si muove, arriva l’approdo alla corte della Nuclear Blast e, soprattutto, il rientro proprio di Mike Howe. Una di quelle storie belle, che si vogliono tali e forse lo sono davvero, nel quale il talentuoso e mai davvero apprezzato cantante, ormai scrollatosi di dosso il fantasma del suo predecessore che ne aveva funestato la prima esperienza nel gruppo, forte della qualità riconosciuta a posteriori del proprio lavoro con i Metal Church, fa ritorno a casa e dimostra al Mondo non solo di non aver perso la propria grinta, pur con qualche lieve segno degli anni passati nel frattempo, ma di essere l’uomo giusto per riportare il nome della band all’attenzione generale. I due album pubblicati col biondo singer non saranno i migliori della carriera del quintetto, ma non demeritano affatto in una discografia ormai nutrita e importante e quindi perché non approfittarne, rimettendo mano ai famosi cassetti per tirare fuori qualcosa che era rimasto indietro e riempire un altro tassello della Storia della band, in attesa di un nuovo vero album di inediti?
From the Vault come ci dicono titolo e copertina, altro non è quindi che un album-raccolta di materiale non pubblicato in precedenza, che raccoglie tutte composizioni del periodo Howe, con qualche chicca sparsa qua e là. Alle canzoni inedite si aggiungono infatti tre cover -rispettivamente, di Nazareth, Sugarloaf e Ram Jam-, un duetto con Todd LaTorre dei Queensryche sulla storica Fake Healer e nuove versioni dell’altrettanto storica Badlands e della forse meno celebrata Conductor. Sedici i brani che compongono questa raccolta, il che porta la durata complessiva ben oltre i settanta minuti e dona all’album la dimensione che un tempo sarebbe stata del “doppio”, con uno scorrimento che comunque si rivela piuttosto piacevole e affatto pesante, se non in qualche raro episodio, confermando la bontà dell’operazione in sé. A dire il vero è soprattutto la prima parte ad essere interessante, con quasi tutti gli inediti concentrati, mentre da Please Don’t Judas Me iniziano le cover, seguite dai rifacimenti dei due classici del repertorio e dagli ultimi due brani nuovi. Partendo dalle cover, per le quali i Metal Church hanno sempre avuto una particolare passione, che spesso ha sorpreso per le scelte effettuate, è giusto dire che nella linearità con la quale i brani vengono affrontati non si rilevano particolari sussulti, nel bene come nel male e, forse, nessuna delle tre si presta particolarmente alla voce di Howe che fa il suo dovere timbrando il cartellino, senza particolare entusiasmo. Sempre un gran piacere invece risentire due veri monumenti al metal mondiale come Fake Healer e Badlands, canzoni davvero bellissime ed emozionanti come poche, che confermano la solidità dell’attuale line up e il buonissimo stato di forma di Howe che interpreta se stesso con buonissima resa, facendo posto nella prima a Todd LaTorre, gradito ospite. Il duetto tra i due è senza dubbio riuscito e l’interpretazione simil-Tate dell’attuale cantante dei Queensryche, per quanto un tantino leziosa, riesce ad attirare l’attenzione. Peraltro, da segnalare come entrambe le band provengano dallo Stato di Washington, come d’altra parte i Sanctuary e numerose altre band del cosiddetto US Power, confermando che Seattle non è storicamente stata solo la capitale del grunge. Bomba a sorpresa invece Conductor, brano che su Hanging in the Balance giocava un ruolo se vogliamo secondario e che invece in questa nuova veste scotta letteralmente, anche per un Howe davvero incontenibile. Gran bella iniezione di adrenalina, con il break centrale che rallenta e cambia dinamica e apre splendidamente al ritorno dell’assolo. Veniamo quindi agli inediti, piatto forte di From the Vault, con ben undici titoli, praticamente un album completo. Diciamo che nessuno dei brani presentati si rivelerà una sorpresa per chi già conosce i Metal Church e questo volendo è un peccato: trattandosi di un’uscita se vogliamo particolare e anomala, poteva essere l’occasione per mettere mano a qualcosa di diverso dal solito, sperimentale o se vogliamo “ardimentoso”. Niente di tutto questo: le undici tracce sono tutte palesemente aderenti al modello US Power e tutte riconducibili allo stile che il gruppo ha reso il proprio trademark. Spazio quindi ad un heavy metal particolarmente roccioso, potente, estremamente dinamico, con una ritmica che si approssima a quella del thrash, ma non lo raggiunge mai davvero, fiumane di assoli e ottime qualità strumentali in mostra, in particolare per quanto riguarda le parti di batteria e un Mike Howe dominatore assoluto della scena. Non ci sono brani meno che meritevoli in questa raccolta, tutti meritano ben più che un ascolto e sono senza dubbio degni del nome dei Metal Church, ma in effetti, non sorprende neanche che finora non fossero stati pubblicati. Intendiamoci, se una Dead on the Vine avesse trovato in uno qualsiasi degli ultimi album (e con “ultimi” si intendono quelli degli ultimi venti anni), non avrebbe certo sfigurato e sarebbe anzi probabilmente ricordata come uno degli episodi più felici e non a caso viene posta in apertura, col suo andamento sostenuto e potente, i perfetti scambi di assolo e il bel chorus che si presta al ruolo di opener. Piacevole anche No Reason, nella quale l’arrembante strofa si stempera nell’arpeggiato refrain, sostenuto dal basso; ma come spesso accade sono proprio le chitarre a regalare il meglio del disco, assieme alla sempre ottima prestazione del martellante Stet Howland, batterista che, finalmente, si avvicina al grandioso Kirk Arrington per potenza e dinamismo. Molto riuscita anche Above the Madness, sempre condotta su velocità molto sostenute eppure con un occhio ben presente alla melodia e con una costruzione semplice e lineare se vogliamo, ma ottimamente interpretata e con riff che funzionano, al pari degli assoli. Stessa identica formula per Mind Thief, che sembra uscita direttamente da Hanging in the Balance e, pur complessivamente appena inferiore alle precedenti, resta sempre un bell’ascoltare, come peraltro la successiva Tell Lie Vision, appena meno veloce. False Flag è invece retta da un riff cadenzato e schiacciasassi, caratterizzato da aperture melodiche delle chitarre. Posto anche per gli strumentali, dapprima Insta-Mental, sempre in distorsione, che ricorda la versione degli Overkill di Frankenstein e poi 432Hz, in semiacustico e sognante. Unico doppio break di un album altrimenti decisamente sostenuto. Chiudono The Enemy Mind e The Coward, probabilmente i due più deboli tra gli inediti, in particolare la prima che è davvero un riempitivo, mentre la seconda ha comunque qualcosa di piacevole che ne giustifica la pubblicazione.
Come prevedibile, quando ci sono di mezzo i Metal Church, alla fine From the Vault vale tutto il prezzo del biglietto. Sostanzialmente non ci sono vere cadute di stile, considerato che parliamo di una raccolta di materiale rimasto rinchiuso fino ad oggi e in diversi casi il divertimento è assicurato. Che esca in questo momento non sorprende: dopo tutti gli scossoni patiti in questi lunghi quarant’anni, questi ex ragazzi stanno vivendo un momento felice della loro carriera. I fasti del grande successo sono persi per sempre, ma probabilmente ormai non interessano più davvero Vanderhoof e soci, che possono ben foggiarsi del titolo di “Maestri” e continuare a pubblicare album sempre e comunque di qualità. Svuotare i cassetti spesso fa anche bene, permette di ricordarsi da dove si viene e che strada si è percorsa finora, preparandosi a quella che manca ancora da percorrere. Perciò, lunga vita ai Metal Church e buon ascolto con From the Vault.
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8
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Bellissima recensione. Now playing. |
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7
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Pubblicazione che va presa per quel che è, vista l’eterogeneità del contenuto e vista anche la durata. Ovvero un qualcosa per i fans. Detto che le cover sono simpatiche ma nulla più, detto che classici come Fake Healer o Badlands non si discutono (per quanto le versioni originali hanno quel non so che di magico in più), detto che le ultime due tracce erano bonus tracks presenti in qualche edizione di XI (The Coward buona, l’altra trascurabilissima), si può analizzare quel che rimane di “inedito”. Delle 5 tracce scartate da Damned If You Do (album discreto ma niente più) le prime due sono bei pezzi, gli strumentali molto noiosi. Il top di questa raccolta sono i primi 4 pezzi. Conductor era uno dei pezzi migliori dello sfortunato Hanging in The Balance ed è un gran pezzo ancora oggi, le altre tre canzoni - se fossero rimaste in “cassaforte” - sarebbe stato veramente un peccato mortale, tutte e tre, quasi in stile “The Human Factor 2.0” mi verrebbe da dire... Quello che mi viene da pensare è se non sarebbe stato meglio spogliare questa mastodontica raccolta di tutto il “superfluo” per arrivare ad un totale di 6/7 pezzi per un EP che - allora sì - non sarebbe stato un prodotto “only for fans”, bensì qualcosa che poteva stare a fianco delle cose migliori della loro discografia... Calcolando le prime 6 tracce : voto 85 |
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6
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@vittorio E? Con 14 pezzi? |
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5
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Non dimentichiamo che si tratta di un EP, per cui basta e avanza. |
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4
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Ho ascoltato una versione leggermente diversa con dei live. Comunque: i 0ezzi nuovi sono 1,2,4,15,16 dal 5 al 9 sono "scarti dell'ultimo" e si capisce il perché, compreso due inutili strumentali.
Tra gli inediti la prima e la quarta sono le migliori, niente di eccezionale ma ben fatte e con Mike sugli scudi: la migliore di tutte è Conductor un vero proiettile!! E si percepisce la differenza di songwriting tra prima ed oggi.
Le cover: quella dei Nazareth è buona anche per la prova di Mike (anche se l'originale da brividi che questa non riesce a dare), quella dei Sugarloaf bruttina e pessima quella dei Ram Jam proprio per la voce quanto mai inadatta al pezzo.
Quindi una raccolta che può essere di completezza ai fan del gruppo ma che aggiunge ben poco agli ultimi zoppicanti dischi. |
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3
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Ma se sono rimaste nel cassetto queste canzoni qualcosa vorrà dire?? Lo ascolterò ma i grandi dischi li hanno già fatti. |
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2
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Dopo la digestione mi andrò ad ascoltare la messa nell'unica chiesa da me riconosciuta.....
Comunque l'ultima parte della recensione è perfetta.....la penso esattamente uguale....e godiamoci queste uscite. Ossequi! |
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1
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...bentornati metal Church.... |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Dead on the Vine 2. For No Reason 3. Conductor 4. Above the Madness 5. Mind Thief 6. Tell Lie Vision 7. False Flag 8. Insta Mental 9. 432hz 10. Please Don’t Judas Me 11. Green Eyed Lady 12. Black Betty 13. Fake Healer 14. Badlands 15. The Enemy Mind 16. The Coward
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Line Up
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Mike Howe (Voce) Kurdt Vanderhoof (Chitarra) Rock Van Zandt (Chitarra) Steve Unger (Basso) Stet Howland (Batteria)
Musicisti Ospiti Todd LaTorre (Voce su traccia 13)
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