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Axel Rudi Pell - Game of Sins
02/02/2016
( 2333 letture )
Avevamo lasciato Axel Rudi Pell nel 2014 in occasione dell’uscita di Into the Storm. Lo ritroviamo all’inizio del corrente anno con la sua nuova fatica, intitolata Game of Sins. Chitarrista di lungo corso, con alle spalle una carriera iniziata con gli Steeler, proseguita poi in proprio a partire dal 1989 e snodatasi attraverso i lustri ed una trentina di uscite discografiche fino ad oggi, Axel ha sempre proposto il suo stile blackmoriano, senza curarsi molto di quanto gli accadeva attorno. La sua miscela di hard rock/heavy molto classico, infatti, non è mai cambiata, con i pro rappresentati da un suono affidabile, rassicurante e professionale, ed i contro da una formula che si reitera senza soluzione di continuità, sempre uguale a se stessa. Reduce da un lavoro “medio” come quello prima richiamato, Axel Rudi Pell affronta ora il mercato con una formazione più compatta e con le migliori intenzioni.

Nel disco precedente, oltre all’ingresso di un batterista di grandissima esperienza come Bobby Rondinelli (Rainbow, Black Sabbath, Blue Oyster Cult), si registravano sia l’ennesima conferma dell’affidabilità di Axel quale scrittore e dell’assenza di possibili sorprese dall’ascolto di un suo disco, che una incisione che non rendeva giustizia proprio al nuovo entrato. L’analisi di Game of Sins evidenzia in prima battuta l’eliminazione del problema relativo alla corretta presenza della batteria, prima mixata in maniera troppo bassa rispetto al resto della strumentazione, che ora viene invece fuori come si deve. Dal punto di vista della sua costruzione, invece, Axel resta sempre fedele a sé stesso. Basato sul fatto che “Il concept alla base di Game of Sins è che, in fondo, anche la vita è una sorta di gioco d’azzardo e, come tale, è ricca di occasioni che conducono l’uomo alla tentazione ed al peccato” (dalla nostra recente intervista al chitarrista - NdA), non necessariamente in relazione al solo gioco d’azzardo, ma in senso più ampio, Game of Sins è un lavoro più solido del precedente proprio a causa del maggiore affiatamento tra Rondinelli ed il resto del gruppo. Solita bella copertina e album che sembra iniziare sotto i migliori auspici, dato che, dopo l’intro Lenta Fortuna, è Fire ad aprire le danze con un pezzo in pieno stile anni 70, aggressivo e portato a casa con estrema sicurezza, proprio come ci si attende. Gioeli possiede un timbro assolutamente adatto allo scopo, Rondinelli è quadrato come al solito, Ferdy Doernberg e Volker Krawczak affidabili come ci si aspetta che siano e Axel il solito professionista della sei corde. La successiva Sons in the Night, ispirata alla serie TV Sons of Anarchy, rappresenta nella sua epica semplicità e con il suo largo uso di scale arabe, uno degli episodi più riusciti del disco. Ambientazione N.W.O.B.H.M. e pezzo divertente e dalla buona carica che si stampa in testa subito, poi, la lunga Game of Sins. Suoni che si fanno più oscuri, riff più cupo e brano che si sviluppa con sicurezza per quasi nove minuti. Nonostante una lunghezza forse eccessiva per un pezzo con le solite caratteristiche del marchio ARP (riff robusto e demodè, esecuzione sicura, assolo importante, ma non troppa originalità nell’impianto generale), questo funziona abbastanza bene ed alla fine non lascia quella sensazione di pesantezza che, spesso, si riscontra in casi di questo genere. Buona anche Falling Star, che conferma le solite coordinate musicali e stilistiche del gruppo, a tutti ben note. Da qui in poi, però, l’album comincia a sparare un po’ a salve. La ballad Lost in Love, a parte un testo banalissimo -questo, del resto, non è il punto forte del gruppo se non per la musicalità delle parole- è risolta con professionalità, ma non è certo il picco qualitativo di Game of Sins. The King of Fools comincia a mostrare la corda, non tanto per la scarsa qualità del pezzo in sé, quanto per la sua eccessiva prevedibilità e perché i Rainbow vengono fuori davvero in maniera eccessiva. Altro ritorno all’interno di una cornice dark per Till the World Says Goodbye e brano impostato come la title-track, anche come lunghezza, stavolta fissata a sette minuti e quaranta. Breaking the Rules soffre dell’eccessiva reiterazione della formula base -riff semplice e retrò, arrangiamento sempre dello stesso tipo, forma-canzone che si evolve senza alcuna sorpresa- in un momento in cui il CD volge al termine e la capacità di attenzione dell’ascoltatore in naturale diminuzione. A questo punto gli otto minuti e mezzo di Forever Free risultano quindi più pesanti di quello che il brano meriterebbe. Qui l’album dovrebbe terminare, cosa che effettivamente avviene per chi ha scelto la versione Jewel Case normale o quella doppio vinile + CD. Per chi, invece, avesse deciso di optare per quella digipack, c’è la possibilità di ascoltare una bonus track rappresentata dalla cover di All Along the Watchtower, pezzo di Bob Dylan certamente più conosciuto nel nostro ambito nella versione di Hendrix e qui dotato anche di un’intro appositamente scritta. A prescindere da quanto la cover sia riuscita (discretamente, per la cronaca), è apprezzabile che Axel, come del resto avviene sempre in questi casi, ne fornisca un’interpretazione molto personale, rendendo il pezzo qualcosa di diverso e non una semplice riproposizione tale e quale, che avrebbe avuto poco senso.

Al tirar delle somme, Game of Sins è esattamente ciò che ci si aspetta che sia. Questo rappresenta tanto il suo maggior pregio, quanto il suo più grande limite. Le uniche novità rispetto al disco precedente sono rappresentate dall’inserimento più organico di Rondinelli all’interno degli ARP e dal migliore mixaggio della sua batteria. L’album in sé, dal canto suo, mostra una band estremamente professionale capitanata da un Axel Rudi Pell sempre saldamente al timone della sua ciurma, sempre capace di sfornare piacevoli e rassicuranti riff dal sapore tedesco in serie, di organizzare un pezzo in maniera ottimale in tutte le fasi che portano poi al prodotto finito e di piazzare un paio di potenziali hit di genere in scaletta; come al solito. Troppo poco? Chi ha seguito Axel attraverso gli anni, lo ha fatto proprio perché apprezza queste sue qualità e continuerà a farlo. Per costoro Game of Sins è un CD che risulterà certamente rassicurante. Tutti gli altri, invece, avranno l’ennesimo pretesto per continuare a non interessarsi alle sue opere. In generale, però, Game of Sins è un lavoro che si salva in virtù delle qualità prima enucleate e per il pedigree dell’autore, ma che, oltre ad andare incontro al rischio noia, non sposta nulla sia nella carriera di Pell, sia sulla scena nel suo complesso.



VOTO RECENSORE
66
VOTO LETTORI
51.65 su 20 voti [ VOTA]
matthew heinz
Sabato 12 Marzo 2016, 18.05.13
7
in effetti...
lux chaos
Sabato 12 Marzo 2016, 18.00.35
6
Ognuno ha i suoi gusti, ma dire che questa cagatina di uccello da parte di un artista morto da almeno 15 anni dal punto di vista compositivo, sia meglio di quel capolavoro di Ghostlights è un insulto alla musica....e non aggiungo altro....ridicolo
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 3 Febbraio 2016, 12.27.26
5
Sottoscrivo in pieno il commento numero 4 di Monsieur JC. Axel Rudi Pell, questo sa fare e lo fa benissimo. Se gli ingredienti sono gli stessi, i piatti proposto sono similari ma sempre diversi. Il bello è che sono sempre gradevolissimi e si gustano volentieri. Questo per restare sulle metafore culinarie. Ho appena commentato Ghostlights degli Avantasia: anche li, siamo nel già sentito e non c'è nessuna cosa rivoluzionaria. Ma i pezzi (o le pietanze) sono più insapori e molto meno gustose di quanto ci propone Axel Rudi Pell. Non ho avuto, poi, la sensazione che il disco "spari a salve" nella seconda parte: Till the World Says Goodbye è uno dei pezzi che mi piacciono di più dell'album. Suvvia, Monsieur Raven, vista la qualità del prodotto offerto, un voto un po' più alto ci poteva stare. Detto sempre con la massima simpatia. Au revoir.
JC
Mercoledì 3 Febbraio 2016, 0.07.19
4
Per me, un 75 vero e pieno. E' vero, è sempre la solita zuppa. Ma, che zuppa! Un buonissimo album che è un piacere ascoltare. Non posso dar torto a chi dice che abbiamo già sentito tutto ciò. Ma allora possiamo smettere di ascoltare/recensire generi interi (chi ha detto il blues?). A mio avviso un disco piacevolissimo con qualche pezzo decisamente sopra le righe. Lo consiglierei senza riserve ai fans dei Rainbow: troverete ciò che vi piace.
Half Ano
Martedì 2 Febbraio 2016, 15.22.34
3
E te pareva...sottoscrivo commento e voto di Maurizio.
Maurizio
Martedì 2 Febbraio 2016, 11.20.03
2
solito album alla axel, ma prodotto più dinamico, voto 75
entropy
Martedì 2 Febbraio 2016, 7.53.30
1
Nulla di nuovo, ma per quanto mi riguarda abbastanza ispirato. Ma io faccio parte degli ascoltatori di axel che vogliono essere "rassicurati". Per me 75 pieno
INFORMAZIONI
2016
SPV/Steamhammer
Heavy
Tracklist
1. Lenta Fortuna
2. Fire
3. Sons in the Night
4. Game of Sins
5. Falling Star
6. Lost in Love
7. The King of Fools
8. Till the World Says Goodbye
9. Breaking the Rules
10. Forever Free
11. All Along the Watchtower (Bonus track)
Line Up
Johnny Gioeli (Voce)
Axel Rudi Pell (Chitarre)
Ferdy Doernberg (Tastiere)
Volker Krawczak (Basso)
Bobby Rondinelli (Batteria)
 
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