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DREAM THEATER - Palamalaguti, Bologna, 30/10/2005
08/11/2005 (6790 letture)
Concerto Dream Theater
20th Anniversary Tour
Bologna, Palamalaguti, 30/10/2005


Seconda delle tre tappe italiane per i mitici prog-metallers di New York,ormai di casa in Italia, dove vengono con regolarità e con frequenza sempre crescente. La mia “terza volta” (li vidi nel tour di Scenes from a Memory e in quello di Six Degrees…) mi riporta al Palamalaguti di Casalecchio di Reno, a due passi da Bologna. Sbrigate abbastanza velocemente le formalità agli accrediti stampa, eccoci dentro il grande Palazzetto dello sport, costruzione veramente imponente ma già preparata, sul soffitto, con trappole acustiche per limitare le inevitabili problematiche di rimbombo di cui ogni struttura sportiva del genere soffre. L’atmosfera è distesa e tranquilla, e vi confesso che l’affluenza non è delle maggiori: gli altri due concerti a cui avevo assistito furono un vero bagno di folla, stavolta si entra e ci si muove con fin troppa facilità. Ma la gente c’è, eccome, e non aspetta altro che di vedere i nostri di nuovo all’opera. Alle 20 e 10 minuti le luci cominciano a spegnersi, la folla inizia a gridare eccitata e partono le note del motivo d’apertura del film “Arancia Meccanica” di Kubrick: molto suggestivo. Alla fine dell’intro, nel buio totale, inizia lo show: esplode “The Root of all Evil”, prima traccia del nuovo bellissimo “Octavarium”, ed ecco i nostri! Il palco è grande e ben diviso, Lo zio Mike Portnoy sfoggia l’Albino Monster, ennesima versione della sua mostruosa batteria, questa volta in bianco madreperlato e con un set di destra che ricopia fedelmente (a parte il colore e un paio di piatti in più) la mitica batteria di Bonzo Bonham, con cui suonerà una buona metà del concerto. Jordan Rudess è circondato, oltre alla sua fida tastiera, da una serie di strumenti strani ed affascinanti, di cui vi parlerò più tardi, Myung e Petrucci sono le solite colonne, affascinanti e perfetti nello sciorinare le note… Ed infine LUI, il vero protagonista della serata, James LaBrie: incredibile. Il canadese è assolutamente rinato, la sua voce limpida e potente, senza le costrizioni e le limitazioni che tanto lo hanno afflitto, tira fuori una prestazione da capogiro, prendendo tutti (TUTTI) gli acuti delle songs vecchie e nuove. Da perderci la testa! Il secondo brano, tratto sempre dall’ultimo studio album, è “Never Enough”, Petrucci sempre in stato di grazia (e quando mai!), mentre sin dall’inizio Mike ha qualche problemino, tant’è che tecnici vari e disparati continuano ad andargli vicino, ad infilarsi tra i pedali della sua batteria, cosa che peraltro l’esperto Mike non fa assolutamente notare ai più, ruotando le bacchette ed incitando il pubblico con la solita energia e divertente attitudine. Anche Myung sembra un po’ più “scongelato” del solito, pur mantenendo l’aplomb che lo contraddistingue in tutte le esecuzioni live. Ascoltando anche questo secondo brano, si nota come dal vivo le nuove songs abbiano una resa ottima, un pelo più potenti e dinamiche, ma sempre incredibilmente perfette e cesellate nell’esecuzione. Le luci vanno giù, e sui tre megaschermi alle spalle dei 5 eroi (il terzo, quello centrale, sale e scende all’occorrenza) parte un flashback di immagini, date e suoni, che va a ritroso nel tempo fino ad arrivare al 1985, anno in cui furono fondati i Majesty, embrione dei Dream Theater: è da lì che comincia un percorso in avanti, che vedrà i nostri eseguire un brano per ogni cd pubblicato da allora: Another Won (dal demo dei Majesty), A Fortune in Lies (assolutamente da applausi!), Pull me Under (con un divertente accelerare e rallentare nel tempo, che rende il pezzo ancora più funambolico e sorprendente, se ce ne fosse bisogno!), The Mirror/Lie (che mazzata!), Speak to me (grande sorpresa! La song è uno dei pezzi ‘scartati’ dalle sessions di Falling into Infinity, ma spessissimo ripresa live, anche in versione unplugged, e poi pubblicata in un fan club CD. Una vera sorpresa, una song delicata e davvero bella), Through my words/Fatal Tragedy (dal mitico Scenes from a Memory), About to crash (reprise)/Losing time (la parte conclusiva, per intenderci, del secondo cd di “Six Degrees of inner Turbulence, davvero coinvolgente e commovente dal vivo). Una pausa di 15 minuti spezza per un attimo questo viaggio nel tempo e nella storia dei Dream Theater, il tempo di riprendersi dalle meraviglie viste, bere una birra, e le luci vanno di nuovo giù, il viaggio riprende con As I Am (potente opener di Train of Thought). Si arriva così, finalmente al 2005, anno di “Octavarium”: si apre un grande telone alle spalle di Portnoy, che mostra le mitiche otto palle della copertina, e parte una sequela da brivido di brani estratti dall’ultimo cd: These Walls (con Petrucci all’inizio che gioca a scordare ed accordare la sua Music Man), I Walk beside you (sarà troppo U2, ma quant’è bella!), Sacrificed Sons e la lunga, immensa suite Octavarium: da brividi l’intro affidato a Jordan Rudess, che suona davanti ad una platea sbigottita il famoso Continuum, sorta di tastiera fretless, e la lap steel guitar, oltre a concedersi, nella parte centrale della canzone, un assolo su un sintetizzatore a valvole, dall’aspetto ingombrante e dal suono assolutamente Seventies, uno spettacolo nello spettacolo. Il pubblico è letteralmente in delirio, le immagini si susseguono sugli schermi, accompagnando visualmente la sezione “Intervals” della song, dove James sciorina in una specie di scioglilingua tutte le influenze che hanno reso i Dream Theater quello che sono; al sottoscritto scappa qualche lacrimuccia sul lento, struggente solo finale di Petrucci, bellissimo…. Si Accendono le luci, i nostri salutano, escono, ma tutti sanno/sperano in un bis finale, qualsiasi esso sia. Beh, amici miei, siamo stati accontentati nel modo più strabiliante possibile: il tanto atteso bis è Learning to live, personalmente il più bel pezzo che i Dream Theater abbiano mai scritto. Un pezzo semplicemente meraviglioso, arzigogolato eppure accattivante, potente e melodico, con parti ai limiti dell’inumano, un’improvvisazione da urlo di Petrucci e Rudess nella parte centrale, ed un James LaBrie che se la canta tutta, TUTTA, come nell’originale, compreso il famoso, impossibile Fa# finale (avete presente? “Oo-Oo-Ooooo, Oo-Oo-Ooooo, Oo-Oo-OOOOOOOOOHHHH!!!”)!!! Lo fa, lo fa perfettamente, come tutta l’esibizione: le tre ore e un quarto di James la Brie sono davvero sconvolgenti, quest’uomo è letteralmente rinato, un singer che alla buona età di 40 e passa anni, ha perfettamente ritrovato una condizione assolutamente senza eguali. Di molto migliore delle altre due occasioni in cui l’ho visto, rilassato e potente come ai tempi del Live in Tokio, e (finalmente) di nuovo capace di acuti VERI, non sforzati, non truccati, non ritoccati verso il basso, il vero eroe della serata.

Passiamo al tabellino voti:

Mike Portnoy: 7 Il mio mito personale stasera è partito un po’ nervoso, complice qualche problema alla strumentazione, poi subito risolto. Impressionante come sempre, non sembrava allargarsi poi troppo nelle parti, ma è sempre, assolutamente fuori concorso. Due note: la maglia del Bologna, con cui inizia il concerto, ed un fuori programma con un roadie dietro le quinte, a cui lancia una bacchetta mentre suona, continuando con una sola mano, e da cui la riprende al volo, continuando a suonare come se niente fosse. MOSTRO!

Jordan Rudess – 9 Per chi avesse ancora dei dubbi sulla perizia tecnica e compositiva di questo signore, il concerto appena visto cancella e spazza via ogni e qualsivoglia incertezza. Jordan è un fenomeno, nelle esecuzioni da capogiro, nel gusto, nella perizia su diversi strumenti, nella scelta dei suoni, nelle esecuzioni, dalle più lente e struggenti, alle più intricate ed inarrivabili. FENOMENO.

John Myung – 8 Il lungocrinito taciturno bassista è un po’ penalizzato da un suono che impasta un po’ la miscela sonora del suo basso, ma non perde un colpo neanche a sparargli. Finalmente qualche segno di umanità: scherza con Petrucci, va spessissimo verso il pubblico, accenna persino qualche movimento di pogo con la testa, ma non esageriamo eh! UNA CERTEZZA.

John Petrucci – 9 Come diavolo faccia, il Signore solo lo sa. John è davvero perfetto: cambia chitarre in continuazione (complici le diverse accordature dei brani dell’ultimo cd), ha un suono, una freschezza, una rilassatezza sul palco che lasciano di stucco, soprattutto considerato quello che fa. Perfetto, perfetto in ogni sua nota, non perde una semicroma, spacca al metronomo tutti gli assoli ‘obbligati’ e mostra finalmente non solo shred nelle parti più libere, dove sfoggia una classe davvero senza paragoni. INARRIVABILE.

James LaBrie – 10 Sono finiti i tempi in cui il canadese poteva venir tacciato di essere l’anello debole della catena, quando le malelingue insinuavano che fosse ora di procedere al ricambio generazionale dietro il microfono. Il buon James è stato zitto ha lavorato sodo per riprendersi dall’avvelenamento che quasi gli stroncò la carriera nel 2000, e, dopo essersi rimesso a prendere lezioni di canto (ma t’immagini???) è tornato quello che era, ossia un cantante fantastico. Non una nota, non un acuto, non un vibrato sono sbagliati, evitati o non presi, si concede pure un paio di allunghi su qualche nota finale che mettono i brividi! Rilassato, sorridente, incita la folla come ai vecchi tempi, e canta che Dio solo sa come faccia. Il massimo dei voti se lo becca con l’esecuzione di Learning to Live, che il sottoscritto reputava localmente impossibile da riprodurre in toto dal vivo. Mi sbagliavo. IMMENSO.

Il suono – 5 Suono davvero non all’altezza delle precedenti date dei Dream Theater: l’impianto è la metà del solito, sulle poltrone laterali (dove ci eravamo sistemati all’inizio) non si capisce praticamente niente, sotto il palco invece la pasta sonora è più che buona, anche se la voce di James è a volte troppo sotto. Il basso continua ad essere penalizzato da un impasto che sacrifica le frequenze basse a favore del volume, e la batteria ha forse pochi medi, si perdono troppi armonici nei crash. Ne escono meglio Petrucci e Rudess, che lavorano su frequenze medio-alte. Si poteva fare molto di meglio.

Il pubblico – 7 Il voto risente della non enorme affluenza, che sinceramente non mi aspettavo. Ma quelli che ci sono sanno farsi sentire, eccome: cantano a squarciagola nota per nota, incitano costantemente i nostri, saltano e battono le mani per 3 ore di fila. Siamo sempre i migliori, non c’è niente da fare!

L’organizzazione – 9 Pressoché perfetta l’organizzazione del Palamalaguti, con più ingressi per evitare grandi resse, controlli facili e veloci, sportelli di accredito aperti per tempo e un ingresso separato (anche un settore all’interno) dedicato ai sempre più numerosi Italian Dreamers, i membri del fan club ufficiale, alcuni dei quali potranno anche godere di un meet and greet dopo lo show. Efficiente e ben organizzata anche la ristorazione, i prezzi non sono bassi ma almeno sono umani.

In conclusione, un gran bel concerto, molto incentrato sul nuovo Octavarium, ma di certo non dimentico di un grande passato. Azzeccato lo stratagemma di tirar fuori un pezzo per ogni album, in modo da cercare di accontentare tutti (cosa che reputo impossibile), e davvero belli dal vivo i nuovi brani, uno più dell’altro. Suonare 3 ore e mezza ogni sera non dev’essere davvero facile, la stanchezza sarà sempre dietro l’angolo, ma i Dream Theater hanno ancora una volta dimostrato che la classe non è acqua.

P.S. Un grande saluto al Grande Capo Jason, presente come me al fatidico evento.... e un grande saluto alla Compagnia del 7 (Sbranf, Abe, Abepiè, Bonzo, l'Abbandonato, Toni, Robert), senza i quali questo concerto non sarebbe stato possibile... vi saluta Damassa!!!



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