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FATAL PORTRAIT - # 40 - Blind Guardian
(848 letture)
Classe 1984 da Krefeld, Germania, i Blind Guardian sono una delle band metal più importanti e rispettate della scena a livello mondiale grazie dapprima alla sapiente fusione di speed metal e temi fantasy che ha contribuito alla crescita e alla notorietà del power metal e poi alla sempre più imponente stratificazione sonora fatta di orchestrazioni e cori culminata con il recente e tanto atteso disco orchestrale. Negli anni i Bardi di Krefeld hanno saputo travalicare i confini del genere da essi stessi creato per approdare ad una dimensione completamente personale e riconoscibile alla prima nota; questo ha portato a dischi sempre più complessi e articolati per i quali non poche sono state le critiche mosse dai fan della prima ora, ma altrettanti sono stati i consensi. In questo nuovo Fatal Portrait cercheremo di coprire tutta la carriera dei Blind Guardian attraverso quindici canzoni tra le più rappresentative della band: una selezione non così semplice, dato che i classici abbondano nella discografia dei tedeschi e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma in questo percorso ho voluto concedermi anche un paio di “licenze” personali, escludendo qualche brano decisamente più noto per lasciare spazio ad altri che secondo me meritano di essere riscoperti. Detto questo vi auguro una buona lettura sperando che gli scenari fantastici evocati dalle canzoni dei Bardi riescano a distogliervi dal torpore dell’estate di questo anno nefasto.

1. Majesty
La storia del gruppo parte nell’ormai lontano 1984, quando il cantante e bassista Hansi Kürsch e il chitarrista André Olbrich fondano i Lucifer’s Heritage, dapprima con il chitarrista Markus Dörk e il batterista Thomas “Thomen” Stauch e in un secondo momento aggiungendo anche il cantante Thomas Kelleners, che molla dopo solo tre mesi. La band riesce comunque a dare alle stampe due demo nell’85 e nell’86, rispettivamente Symphonies Of Doom e Battalions Of Fear, che però non donano ai Lucifer’s Heritage il successo sperato. Il suono risente molto delle influenze dello speed metal anni ’80 e soprattutto del suono dei connazionali Helloween, ma c’è già uno spiccato gusto per la ricerca melodica che esploderà negli anni a seguire. Il gruppo pubblica il secondo demo con una lineup diversa dalla prima, con alla chitarra Christoph Theissen al posto di Markus Dörk e alla batteria Hans-Peter Frey al posto di Thomen Stauch, ma già l’anno seguente, nel 1987, Stauch torna dietro le pelli e al gruppo si aggiunge Marcus Siepen alla chitarra, scalzando Theissen. Si decide per il cambio di nome in Blind Guardian dopo che la No Remorse Records si interessa alla band, ma è dubbiosa sulle voci che vedrebbero i tedeschi affiliati a movimenti satanisti a causa del loro nome equivoco e del loro essere associati alla scena black metal. Il nuovo nome del gruppo deriva dall’album Awaken The Guardian dei Fates Warning, ma il suono dei futuri Bardi di Krefeld è in questi anni quanto mai lontano dal progressive metal degli americani da cui prendono l’ispirazione lirica. Con l’etichetta tedesca i Blind Guardian pubblicano quindi il primo disco intitolato come il secondo demo, Battalions Of Fear; non solo il titolo, ma la quasi totalità dei brani provengono dei due demo dei Lucifer’s Heritage e per l’occasione vengono rivisitati quel tanto che basta per dargli una veste più omogenea. Ne esce un album decisamente grezzo e roccioso e che risente, come già detto, dell’influenza dello speed metal e degli Helloween nello specifico. Ma la perla c’è e sta subito a inizio album: Majesty è una cavalcata inarrestabile di oltre sette minuti, che è presenza fissa nelle scalette dei tedeschi da anni e segna il perfetto collegamento tra l’inizio della carriera e le produzioni più recenti: una giocosa tastiera mima un jingle da parco divertimenti (non è nient’altro che una versione di Sul bel Danubio blu di Johann Strauss suonata con un organo a rullo) e dopo pochi secondi la velocità del drumming di Stauch e le pennate alternate di Siepen travolgono l’ascoltatore con la potenza di uno schiacciasassi. Intanto Olbrich disegna delle linee melodiche che non hanno ancora quel sapore medievale che caratterizzerà il suo stile, ma trasudano epicità da ogni corda. La velocità è giustificata dal fatto che il testo parla presumibilmente – non è mai stato esplicitato il punto di vista di chi parla nel testo – del viaggio di Frodo Baggins verso il Monte Fato per distruggere l’Unico Anello. Questo è solo uno dei tanti casi in cui i Blind Guardian prendono ispirazione dalla letteratura di J.R.R. Tolkien e in Battalions Of Fear sono altri tre i brani che si rifanno all’immaginario de Il Signore degli Anelli. Siamo nel 1988, ma servirà ancora un po’ di tempo prima che i tedeschi diventino i più validi alfieri del verbo di Arda.

Running and hiding I'm left for the time
To bring back the order of divine
There exist no tales and hobbits are crying for all
Children of death.


2. Valhalla
Dopo il primo album i Blind Guardian cominciano a farsi largo nella sempre più importante scena metal tedesca diventando grandi amici degli Helloween e soprattutto di Kai Hansen, che diventerà una presenza abituale nei seguenti album fino al 1992 e anche in alcuni live. Ed è proprio lui a impreziosire il brano più celebre di Follow The Blind, che esce nel 1989 e setta l’asticella del gruppo di Krefeld ancora più in alto. Valhalla è l’apice compositivo di questa primissima fase dei Blind Guardian, un brano che fonde la rabbia del thrash metal (Marcus Siepen disse che durante la composizione di Follow The Blind la band ascoltava molto gruppi come Testament e Forbidden) a una vena melodica, rappresentata in questo caso dalla voce di Kai Hansen negli incisi, sempre più ingombrante. Sul ritornello i cori si fanno più intensi e a riprova di ciò è da sottolineare come dal vivo questo brano sia da sempre uno dei più cantati dal pubblico come testimoniato dal bellissimo doppio disco Live del 2003. A farla da padrone è la voce tonante di Hansi Kürsch, che dal timbro più morbido e timido del disco d’esordio inizia a trovare una dimensione più personale e destinata a diventare il marchio di fabbrica della band. Si delineano meglio anche i ruoli di Siepen e Olbrich, col primo instancabile chitarrista ritmico e il secondo che si occupa sempre più di comporre melodie cantabili che accompagnino lo svolgimento melodico dei brani. Il testo è forse basato sul racconto breve di Robert E. Howard intitolato The Twilight Of The Grey Gods, pubblicato nel 1962, e parla del mitico paradiso dei Vichinghi filtrato dalle parole di un mago che deplora la perdita della mitologia pagana del suo popolo, soppiantata dall’avvento del Cristianesimo. Nemmeno a farlo apposta Valhalla è stato l’ultimo brano composto per Follow The Blind, in maniera totalmente istintiva ed anche ironica. La band mai si sarebbe immaginata, all’epoca, il successo che ne sarebbe conseguito.

So many centuries, so many Gods
We were the prisoners of our own fantasty
But now we are marching against these Gods
I'm the wizard, I will change it all.


3. Lost In The Twilight Hall
Il 1990 è l’anno della prima importante svolta per i Blind Guardian, che con il terzo album Tales From The Twilight World segnano definitivamente un cambio di passo non solo personale, ma anche per l’intera scena power metal, che inizia in questi anni a muovere i primi significativi passi. In questo disco infatti non sono presenti solo le influenze speed e thrash metal, ma anche e soprattutto suggestioni epiche derivanti dalla musica classica e da un approccio alla composizione sempre più eclettico e variegato. Sono tanti gli estratti dal disco che i tedeschi suonano ancora oggi dal vivo: tra tutte Welcome To Dying, uno dei pezzi più pesanti nell’intera discografia della band, ma anche The Last Candle e l’immortale Lord Of The Rings, che vedremo dopo. Ma il brano che preferisco ricordare è Lost In The Twilight Hall, brano veloce che presenta tutte le caratteristiche dei migliori brani dei Blind Guardian della prima era: partenza al fulmicotone con un riff stoppato dal retrogusto ancora una volta thrash metal, strofa tirata e inciso strumentale dal ritmo sincopato che lascia spazio ad un bridge affidato al sempre presente Kai Hansen; infine il ritornello, che è uno dei migliori composti dal gruppo, una vera esplosione melodica ultra cantabile e impreziosita da cori magniloquenti che armonizzano la linea melodica principale. Il brano alterna poi sezioni strumentali dall’atmosfera decadente e cupa, che potrebbero far scomodare il vocabolario progressive metal, ma il tutto si muove comunque nei binari settati fin dall’avvio. La voce di Hansi è sempre più importante per il sound globale della band e si alterna tra registri più gravi e altri più acuti, senza arrivare mai alla “cafonaggine” di Kai Hansen, ma rimanendo invece in territori ben più solenni, grazie anche all’uso dell’overdubbing sulla voce, che si farà via via sempre più intensivo negli album seguenti. Il testo del brano torna ancora una volta a Il Signore degli Anelli e descrive il momento di limbo tra i due mondi trascorso da Gandalf il Grigio dopo aver sconfitto il Balrog di Moria e prima della sua reincarnazione in Gandalf il Bianco. Ma i riferimenti sono labili e perciò si potrebbe interpretare il brano anche dal punto di vista dell’anima umana che si trova sospesa tra Inferno e Paradiso.

Look behind the mirror
I'm lost in the twilight hall
Once I'll be back for a moment in time
That's when the mirror's falling down.


4. The Bard’s Song – In The Forest
Per i Blind Guardian il 1992 è l’anno di grazia per antonomasia: esce il quarto album Somewhere Far Beyond e la critica grida immediatamente al capolavoro, così come i fan. Gran parte del successo si deve anche alla firma con Virgin Records, che nel ’91 decide di dare fiducia ai ragazzi tedeschi, ormai dotati di un carisma e di una personalità sempre più debordanti. L’album è trascinato dal clamore immediato suscitato da The Bard’s Song – In The Forest, divenuto presto il brano più celebre della discografia dei Bardi di Krefeld, che proprio grazie a questa canzone si guadagnano il soprannome appena menzionato. È sintomatico che la fama della band nasca da un brano che di metal non ha assolutamente nulla, infatti si tratta di una malinconica ballata acustica impreziosita da innesti di arpa ed archi che porta l’ascoltatore nei meandri di un antico immaginario medievale dominato da maghi, hobbits e nani e che mostra tutto l’estro di Olbrich e Siepen alle chitarre, con Kürsch che ancora una volta regala una prova magistrale dietro al microfono. Nelle note del booklet della raccolta Memories Of A Time To Come è lo stesso Hansi Kürsch a lamentarsi di come il brano avesse tutte le carte in regola per poter diventare la “one hit wonder” del gruppo, ma non venne mai pubblicato come singolo dalla Virgin fino al 2003! Per l’occasione venne girato anche un poverissimo videoclip, che visto oggi provoca tanta nostalgia. Nonostante ciò però The Bard’s Song – In The Forest ha da subito avuto la forza di imporsi sia come brano in sé, ma anche come trampolino di lancio per lo status di “bardi del metal” per i Blind Guardian, che da questo momento diventano i rappresentanti più autorevoli delle tematiche fantasy inserite in un contesto che fino ad allora aveva avuto sparute infiltrazioni tematiche di quel tipo, relegate magari ad un solo brano o a pochi episodi isolati. Sempre Kürsch racconta di come in quegli anni solo gli Skyclad possedessero elementi simili a quelli del suo gruppo e si chiede se in un qualche modo The Bard’s Song – In The Forest abbia reso i Blind Guardian i padrini del pagan metal. L’ispirazione per il testo arriva stavolta dal videogioco The Bard’s Tale del 1985, ispirato a sua volta da giochi di ruolo come Dungeons & Dragons e Wizardry, e che si fece notare in quegli anni per l’uso della grafica in 3D e l’inserimento della figura del bardo, per l’appunto. È nota anche la connessione del brano, così come di tutte le tematiche dell’album, con la morte del padre di Kürsch, avvenuta nel periodo di scrittura delle canzoni. Infine sono celebri le esibizioni live in cui The Bard’s Song – In The Forest viene intonata totalmente dal pubblico e ancora una volta rimando alla versione contenuta nell’album Live del 2003 per capire di cosa sto parlando.

Tomorrow will take us away
Far from home
No one will ever know our names
But the bards' songs will remain.


5. Somewhere Far Beyond
La title track dell’album del ’92 è un altro capolavoro inserito tra brani di eccellente fattura; sono veramente pochi i brani del disco che non meriterebbero una menzione, anche le brevissime Black Chamber e The Piper’s Calling (che introduce proprio la titletrack) sono episodi densi di significato. Ma tutto il disco è pensato in modo tale da lasciare il piatto forte alla fine, così che i sette minuti e mezzo di Somewhere Far Beyond si possano prendere la scena nel modo più congeniale. Anche se si rimane confinati all’interno del panorama power metal si capisce bene che i Blind Guardian iniziano a starci veramente stretti e in questo caso si può iniziare a parlare veramente di progressive metal, dal momento che il brano si evolve continuamente lungo strade inconsuete e imprevedibili al primo ascolto, ma rimane sempre assolutamente compatto e lineare nel suo svolgimento, riuscendo a descrivere alla perfezione la storia del pistolero Roland di Gilead, protagonista della serie di romanzi La Torre Nera di Stephen King, altro tassello fondamentale nelle liriche dei Bardi di Krefeld. Culmine del brano è lo stacco centrale affidato alle cornamuse suonate dal tedesco Peter Rübsam, che danno un tocco di folk metal alla composizione, resa già solenne dai soliti ritornelli melodici e cantabili tessuti da Hansi, stavolta accompagnato oltre che dai cori dalle campane che segnano la corsa di Roland verso l’Uomo in Nero.

Somewhere far beyond
The march of time it has begun
Somewhere far beyond your reality
And then the march of time begins.


6. Imaginations From The Other Side
La carriera della band di Krefeld è in rapida ascesa e i nostri sono lanciatissimi verso la creazione di brani sempre più complessi ed epici, grazie anche all’ausilio della tecnologia applicata in studio di registrazione, che porta i Blind Guardian ad utilizzare oltre all’overdubbing applicato a voci e strumenti, anche i sintetizzatori per la prima volta in maniera intensiva. L’album che ne consegue esce nel 1995 sempre per Virgin Records ed è ancora un trionfo, anche se arrivano contemporaneamente le prime sostanziose critiche, rivolte per l’appunto all’uso dei sintetizzatori in campo metal, ormai sdoganati da anni (è dell’86 Somewhere In Time degli Iron Maiden ad esempio), ma sempre visti in malo modo dai fan più tradizionalisti. Comunque Imaginations From The Other Side rimane un album incredibilmente bello e variegato, per gran parte della critica e dei fan è infatti il vero capolavoro dei Bardi. La band inaugura qui la tradizione di inserire subito all’inizio dell’album il brano più forte del disco, in questo caso la titletrack: stavolta siamo in campo totalmente metal, anche se le infiltrazioni epiche dei sintetizzatori sono ben presenti, ma non tolgono nulla alla forza dirompente del brano, confermata anche dalle esibizioni live dove Imaginations From The Other Side è immancabile fin dall’anno della sua pubblicazione. Da sottolineare l’apporto fondamentale di Thomen Stauch, autore di una prova dietro alle pelli tanto fantasiosa quanto chirurgica. Il testo mescola suggestioni tra le più disparate: da Il mago di Oz, passando per Peter Pan, Alice nel Paese delle Meraviglie, La spada nella roccia, Le cronache di Narnia e la saga di Corum di Michael Moorcock, un altro autore spesso preso in prestito dai tedeschi per i loro testi. Il motivo per cui vengono inserite così tante citazioni da romanzi o film a tema fantastico risiede proprio nel titolo stesso del brano: sempre Kürsch dice il senso del brano sta nel descrivere come tutte le cose esistenti al mondo, siano esse reali o siano esse finzioni, siano connesse tra loro e realtà e fantasia sono destinate a compenetrarsi fin dalla notte dei tempi.

Where's the ocean's daughter
Was Peter Pan in Mordor
No one's there to keep alive
All these fairy tales.


7. Mordred’s Song
Non solo temi fantasy interessano i testi di Imaginations From The Other Side, bensì anche temi più legati alla storia, che si incrocia talvolta col mito. È il caso di A Past And Future Secret, primo singolo estratto dal disco, che si lega ad argomenti facenti parte del ciclo arturiano, ma ancora più esplicito è il caso di Mordred’s Song, che compare a metà scaletta ed è una dedica sentita verso il personaggio arturiano di Mordred, cavaliere della Tavola Rotonda e ambiguo parente di re Artù Pendragon (molteplici sono le versioni riguardo la loro parentela tramandate da diverse tradizioni) che tradì il sovrano impadronendosi del regno di Camelot. Venne poi sconfitto dallo stesso Artù nella battaglia di Camlann, che si rivelò infine fatale anche per lo stesso re. Mordred viene rappresentato dai Blind Guardian come un personaggio in costante crisi personale, conscio delle sue azioni riprovevoli, ma forte di un orgoglio mai domo che rende il cavaliere traditore da sempre uno dei protagonisti più interessanti del ciclo arturiano. Il brano inserisce melodie ed arpeggi acustici di stampo medievaleggiante in un contesto metal dai connotati piuttosto “tradizionali” dove emerge con forza la melodia epica del ritornello, intenso come pochi altri nella discografia del gruppo.

Pain inside is rising
I am the fallen one
A figure in an old game
No Joker's on my side.


8. Lord Of The Rings
Il primo disco dei Blind Guardian a ricevere più critiche che lodi è il controverso The Forgotten Tales del 1996, che altro non è se non una raccolta di cover che negli anni la band ha inserito come bonus track dei propri dischi e rivisitazioni di brani celebri della propria discografia in chiave acustica o orchestrale. Se notevoli risultano le cover di The Wizard degli Uriah Heep e To France di Michael Oldfield, che sembra scritta apposta per i Bardi di Krefeld (e nel 2007 verrà aggiunta nella ristampa del disco anche l’ottima cover di Don’t Talk To Strangers di Ronnie James Dio), lasciano con più di un dubbio quelle di Surfin’ U.S.A. dei Beach Boys e Barbara Ann di Fred Fassert, che i nostri suonavano dal vivo fin dall’89. Per non parlare poi del singolo scelto per presentare il disco, ovvero la cover di Mr. Sandman di Pat Ballard, resa celebre dalle Chordettes a metà anni ’50 e resa qui in una veste decisamente più “metallica” corredata di un improbabile quanto inquietante videoclip che mischia il Pennywise di Stephen King con un Hansi Kürsch in versione femminile francamente inguardabile. La Virgin Records non aveva dato credito a The Bard’s Song – In The Forest, ma pensava che questa cover potesse portare al successo mainstream i Blind Guardian. Direi che i risultati parlino da soli dopo più di vent’anni. Ma nella confusione di un album assemblato in modo forse un po’ confuso e frettoloso svettano però alcune vere perle, come le versioni acustiche di Mordred’s Song e Bright Eyes, che rendono giustizia agli arrangiamenti raffinati nascosti dalle chitarre elettriche su Imaginations From The Other Side, e soprattutto la versione orchestrale di Lord Of The Rings, originariamente contenuta in Tales From The Twilight World. Questo è un altro tra i classici del gruppo, inspiegabilmente escluso dalla raccolta Memories Of A Time To Come, ma quasi sempre presente dal vivo. Si tratta di un’altra ballata corale intrisa di spirito medievale e tensione epica, che sfocia in un ritornello drammatico e straziante. Nella seconda parte il brano si evolve in una cavalcata dai toni cinematici e battaglieri, adatti a narrare la genesi dello stesso capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Il testo traduce in musica la poesia dell’anello, il componimento in rima centrale nell’opera di Tolkien e ancor prima nel Lo Hobbit, che illustra la creazione dei venti anelli creati da Sauron per dominare le tre razze della Terra di Mezzo, sotto il segno dell’Unico Anello. Rispetto alla versione originale contenuta nel disco del 1990, questo nuovo arrangiamento fornisce ancora più pathos ad un brano già fortemente epico di per sé e personalmente lo apprezzo più dell’originale. Gli ingredienti preferiti dai Blind Guardian sono ancora una volta l’arpa e gli archi, oltre agli immancabili ed imponenti cori. Sul finale sono ben percepibili quei primi pulpiti orchestrali che verranno poi esasperati nel giro di un paio di album. Nel complesso il brano è da pelle d’oca e ancora oggi non perde un briciolo del suo fascino.

One ring for the Dark Lord's hand
Sitting on his throne
In the land so dark
Where I've to go.


9. Mirror Mirror
A questo punto della loro carriera i Blind Guardian sono una delle band metal più rispettate della scena e godono ormai di una notorietà consolidata a livello europeo. Il prossimo passo è quello di conquistare il resto del mondo e per questo il nuovo album che il gruppo si appresta a pubblicare riceve la spinta di Century Media Records, che lo distribuisce negli Stati Uniti. Le aspettative sono altissime perché stavolta i Bardi hanno puntato veramente in alto, traducendo in musica l’intera opera di Tolkien che funge da corpus mitologico per l’intero svolgimento della letteratura creata dal professore inglese: il Silmarillion. Descrivere in poche parole questo capolavoro della letteratura moderna è impossibile, ma la sua importanza per il mondo tolkieniano è pari a quella di un testo sacro per qualunque corrente religiosa. Il libro narra del mondo di Arda e delle sue vicissitudini fino all’avvento della Terza Era e se già l’intento di riassumere il suo contenuto è folle, provare a trasformarlo in materia musicale è praticamente impossibile. Ma non per i Blind Guardian, che uniti nella visione comune di scrivere il loro personale capolavoro, capace di segnare un unicum nel mondo metal presente e futuro e contemporaneamente rendere giustizia all’arte di Tolkien, compongono un concept album magniloquente dove le ispirazioni non sono più descrivibili secondo esempi già noti, ma il tutto assume connotati estremamente personali e assimilabili solamente al songwriting dei tedeschi. L’unico tributo esplicitato da Hansi Kürsch è quello verso i Queen, da sempre suoi idoli (omaggiati anche dalla cover di Spread Your Wings, contenuta sempre in The Forgotten Tales) e presenti in questo caso implicitamente nelle grandi architetture sonore e compositive messe in campo dai nostri. Nightfall In Middle-Earth esce nel 1998 e sigla definitivamente l’anno di grazia della band, che esplode definitivamente in tutto il mondo. Il disco è ambizioso, stratificato, potente e melodico, in grado di delineare la trama del Silmarillion in modo piuttosto fedele all’opera originaria e al contempo risultare godibile anche decontestualizzato dal suo concept di fondo. Ogni brano è centrale nello svolgimento dell’album e sceglierne uno è impresa impraticabile, ma infine la selezione mi ha fatto premiare Mirror Mirror, immancabile conclusione di ogni live dei Blind Guardian dal ‘98 ad oggi e unico singolo estratto dal disco. In questi cinque minuti vi è tutto l’universo della band tedesca: velocità, potenza ed aggressività, melodie irresistibili, tradizione folk, grande cantabilità ed esplosioni emozionali di ogni genere. Sebbene il brano parli di come Turgon, futuro Re Supremo dei Noldor, già conscio dell’inevitabile sconfitta della sua stirpe, costruì la città di Gondolin grazie al vaticinio di Ulmo, il Signore dell’Acqua, Hansi Kürsch ha sempre sottolineato come il testo sia da interpretare in modo più metaforico, sul senso concettuale del riflesso associato all’immagine stessa dell’acqua.

Mirror Mirror on the wall
True hope lies beyond the coast
You're a damned kind can't you see
That the winds will change.


10. The Eldar
Brani come Into The Storm, Nightfall e Time Stands Still (At The Iron Hill) sono tutti meritevoli di menzione, ma io dalla prima volta che ascoltai Nightfall In Middle-Earth rimasi ammaliato dalla poeticità e dal romanticismo evocati da The Eldar, il brano più breve del disco che arriva sul finale della tracklist. La particolarità che salta subito all’orecchio è l’utilizzo del pianoforte, unico strumento utilizzato nella composizione di questo pseudo-lied di grande enfasi drammatica dominato dalla carica interpretativa di un Hansi Kürsch superlativo, che per la prima volta in questo album si libera dal ruolo di bassista per dedicarsi solo alla voce (il basso è affidato ad Oliver Holzwarth, che rimarrà con la band fino al 2011). È Michael Schüren l’autore della prova strumentale dietro i tasti d’avorio, fedele compagno della band in studio e soprattutto in sede live dal ’98 ad oggi. Il testo narra del triste esilio degli Eldar, visto dagli occhi del Noldor Finrod Felagund, fratello di Galadriel e fondatore della Minas Tirith sull’isola di Tol-Sirion. La storia di Finrod, primo Noldor a conoscere gli Umani e a diventare amico di uno di loro, Beren, è una delle più strazianti del Silmarillion: la fine del personaggio, dapprima imprigionato nelle segrete di Tol-in-Gaurhoth e poi sconfitto da Sauron durante una contesa a colpi di canto, si ricollega alle origini stesse del mito; difatti, sconfitto da Sauron e con ciò condannando tutti i suoi compagni a morte certa dilaniati dai lupi mannari, decide di sacrificarsi gettandosi tra le fauci del lupo destinato ad uccidere il suo amico Beren. Inutile dire che The Eldar riesce a trasporre in musica tutta la drammaticità dell’evento, prima ancora che esso si svolga, mentre Finrod è ancora segregato nelle prigioni di Sauron, ma già sente inevitabile compiersi il proprio destino. Brividi, brividi e ancora brividi.

High's the fee
Soon my spirit will return
Welcome dawn
Your light will take me home.


11. And Then There Was Silence
L’impresa titanica di Nightfall In Middle-Earth non sembra ancora sufficiente ai Blind Guardian, che decidono di impiegare ben quattro anni (e da questo momento diventerà la norma) prima di rilasciare un nuovo disco, dal programmatico titolo A Night At The Opera. Se non fosse ancora chiaro l’amore che i Bardi di Krefeld nutrono per i Queen ecco che l’album del 2002 lo chiarisce in modo esaustivo e non solo attraverso le parole. Introdotto da una copertina che probabilmente rimane la più brutta nella discografia dei tedeschi – ad opera di Paul R. Gregory, che scalza il fido Andreas Marschall, autore delle più iconiche copertine del gruppo, fin dal 1990 – il nuovo album porta all’estremo delle conseguenze l’interesse quasi morboso che il gruppo ha sempre mostrato verso le orchestrazioni imponenti e i raddoppiamenti vocali e strumentali. È la pietra dello scandalo: i fan rimangono in grandissima parte delusi perché di metal nei nuovi brani dei Bardi ce n’è poco e in più i singoli episodi sono estremamente complessi e difficili da memorizzare, figuriamoci da cantare. Notevole è poi la differenza che intercorre tra le versioni in studio e quelle live di brani come Under The Ice e Punishment Divine (ancora una volta il consiglio è quello di rivolgersi al Live del 2003), che acquistano in impatto, ma perdono in coesione. Ancora oggi A Night At The Opera è considerato da molti fan della prima ora come il peggiore album dei Blind Guardian, ma non credo che il disco sia da condannare in questo modo e non l’ho mai creduto. Infatti veri e propri gioielli come The Soulforged e Battlefield meriterebbero molta più considerazione. Ma il vero capolavoro arriva alla fine e si intitola And Then There Was Silence, vera epopea musicale della durata di oltre quattordici minuti, per la quale la dicitura progressive è quasi paradossalmente limitante. Questa volta i tedeschi lasciano da parte i temi fantasy e si rivolgono all’epica europea (il disco ruota intorno a temi come religione, fede, scienza e filosofia) scomodando Omero, Virgilio e le rispettive opere: il lungo brano ruota intorno alla figura di Cassandra, dotata del dono della preveggenza e che ha la visione della futura Guerra di Troia. Profetizzando, alla nascita di Paride, il ruolo di quest’ultimo come distruttore della città e non venendo creduta da Priamo ed Ecuba, Cassandra vive nella sua mente tutti gli eventi che porteranno alla disfatta finale, eventi che vengono descritti tutti nel corso del brano, che assume sempre più i connotati di una composizione di musica d’arte completamente al di fuori dei confini del metal ed anche della forma canzone. Non si può non restare a bocca aperta all’ascolto di questo mattone di epicità totale e totalizzante, che rimane ancora oggi il brano più lungo e ambizioso mai composto dai Blind Guardian.

Raise my hands and praise the day
Break the spell show me the way
In decay
The flame of Troy will shine bright.


12. Otherland
Dopo l’exploit di A Night At The Opera, che da una parte colma i desideri di gloria della band e dall’altra li rende dei traditori ingiustificabili agli occhi di chi si era innamorato di loro grazie a brani come Valhalla, seguono anni di drastici cambiamenti per i Blind Guardian: dapprima la pubblicazione nel 2003 del primo DVD live del gruppo, intitolato Imaginations Through The Looking Glass, e poi improvvisamente l’abbandono di Thomen Stauch, che fa crollare le certezze dei restanti membri della band dopo ben diciotto anni di condivisione. È la prima volta che la lineup dei Blind Guardian subisce un cambiamento così importante e ad oggi resta l’unica. Ma è palese che la direzione che i Bardi hanno ormai intrapreso non si accordi più con quella di Stauch, da sempre favorevole ad un sound più roccioso e tradizionalmente metal, come confermerà anche con i suoi successivi progetti (Savage Circus, ma anche collaborazioni con Serious Black, Iron Savior e Coldseed). È un addio doloroso, ma i tedeschi trovano presto un valido sostituto in Frederik Ehmke, che oltre a suonare la batteria si occupa anche di strumenti a fiato come flauti e cornamuse, dettaglio che Hansi, André e Marcus sfrutteranno a dovere. Nel 2006 dunque la band con una formazione rinnovata si lancia a capofitto sul mercato con l’ottavo album, A Twist In The Myth, pubblicato con la nuova etichetta Nuclear Blast, colosso mondiale del metal a livello mainstream. Forse per le pressioni della nuova potente etichetta, forse per le critiche dei fan relative all’ultimo album, forse per il rodaggio della nuova formazione, i Blind Guardian se ne escono con un disco che, confrontato con A Night At The Opera, sembra una raccolta di brani pop, tanto il songwriting si alleggerisce e le strutture dei brani tornano ad una forma canzone più immediata e comprensibile. La band torna anche a pescare da sonorità thrash metal e adotta talvolta uno stile che strizza l’occhio all’hard rock. Ma in fondo la componente progressive rimane sempre ben presente, solo meglio amalgamata in brani che hanno un impatto più diretto e maggiormente cantabile, ma che in fondo godono di una scrittura tutt’altro che banale. La differenza dietro le pelli si sente: Ehmke è un bravissimo musicista, ma non ha la fantasia di Stauch (un po’ il paragone che si potrebbe fare tra un Portnoy e un Mangini nei Dream Theater) e questo fa sì che le partiture di batteria siano meno imprevedibili del solito, ma ciò non è necessariamente un male. Il primo singolo Fly lascia tutti di sasso a causa della sua struttura altalenante e i suoi toni più soft rispetto agli standard del gruppo, ma sono altri gli episodi davvero notevoli all’interno dell’album, come Otherland, il secondo brano in scaletta: il power metal è ormai un lontano ricordo, qui siamo in lidi puramente progressive metal, con forti influssi sinfonici resi bene dalle linee melodiche di Olbrich e dai sintetizzatori. Le linee vocali si incastrano tra loro in un complesso puzzle dove nulla è lasciato al caso, dai suoni ultra moderni delle chitarre ai ricami corali che elevano la solita prestazione da applausi di Hansi. Tema del brano è la serie di romanzi di fantascienza dal titolo omonimo scritti da Tad Williams tra il 1996 e il 2001, che a sua volta pesca da tutto quell’immaginario fantasy popolare tanto caro ai Bardi di Krefeld. Nel complesso il disco rimane un’opera di passaggio, apprezzata da alcuni per i suoi legami col passato della band e disprezzata da altri per il suo essere ormai un prodotto mainstream privo di anima. Personalmente rimango legatissimo a A Twist In The Myth, che mi ha accompagnato in un brutto periodo della mia vita.

You're part of the game
You're slaves to the grind
Oblivion is your key to the Otherland.


13. Sacred Worlds
Con una cadenza ormai consolidata passano quattro anni prima che i Blind Guardian pubblichino il nuovo album At The Edge Of Time, che segna il loro primo reale successo di vendite in patria e anche negli Stati Uniti. Il disco prosegue nel solco tracciato da A Twist In The Myth per quel che riguarda l’utilizzo di suoni moderni e compressi, ma ritrova le orchestrazioni imponenti e le stratificazioni tipiche del periodo precedente a A Night At The Opera. Perfetti riassunti di questo nuovo approccio sono i due brani posti all’inizio e alla fine dell’album: Sacred Worlds e Wheel Of Time, entrambi brani di durata elevata che si attestano intorno ai nove minuti. il primo brano personalmente svetta sul secondo per il fatto che è composto con un’ottica decisamente cinematica, che punta a creare un commento sonoro adatta ad un’opera visiva a tema fantasy, ovviamente. La spinta a muoversi in questa direzione viene dopo che alla band viene chiesto di scrivere un brano per la colonna sonora del videogioco Sacred 2: Fallen Angel, per il quale è anche prevista una scena dove la band si esibisce in concerto all’interno delle ambientazioni del gioco. Il risultato ha davvero molto da spartire con una vera e propria colonna sonora, con un grande intervento dell’orchestra che si prende spazio sia nell’intro che nell’outro e puntella con continui interventi lo svolgimento del brano, sovrastando talvolta gli stessi strumenti elettrici. Le linee vocali sono complesse, ma rimangono impresse fin dal primo ascolto, anche se il brano si configura comunque come una suite dalla costruzione complicata e artificiosa, dove ormai non si ragiona più con gli strumenti in mano dentro una sala prove, ma dietro la console di un computer, incastrando tasselli su tasselli per costruire impalcature sonore quanto più complesse ed enfatiche. Un approccio ormai misconosciuto dalla stragrande maggioranza dei fan della prima ora, ma apprezzato da tanti altri fan di ieri e di oggi, compreso il sottoscritto. I Blind Guardian non suonano più speed metal da un pezzo, ma sanno scrivere grandi composizioni musicali, tanto sinfoniche quanto evocative e per farlo approfittano di tutto ciò che la tecnologia è in grado di fornirgli.

I'll go on forever all that really matters
Blessed realm this world is sacred (I'm coming home)
War it's now or never we shall stand together
One by one this world is sacred (I'm coming home).


14. Grand Parade
Ormai da anni i Blind Guardian godono dello status di colossi del metal a livello mondiale e possono permettersi di fare praticamente tutto. Se da una parte la condizione di intoccabili rende i tedeschi impermeabili alle critiche, dall’altra parte le aspettative per un nuovo album sono sempre altissime, forse oltre ciò che sarebbe lecito attendersi. Passano dunque cinque anni da At The Edge Of Time, periodo nel quale i Bardi scrivono un’altra opera impegnativa e ambiziosa, che si prefigge di fungere da collegamento con le tematiche esposte in Imaginations From The Other Side, il loro album del ’95, incarnandone il perfetto sequel. I due mondi della realtà e della fantasia sono ormai cambiati drasticamente in peggio e i numerosi collegamenti esistenti tra le due dimensioni sono scomparsi quasi del tutto. Rimane unicamente il portale dello Specchio Rosso e la missione è quella di trovarlo ad ogni costo. Questo è il concept di fondo di Beyond The Red Mirror, abbozzato quanto basta per permettere ad Hansi Kürsch di sbizzarrirsi con i suoi testi che pescano a piene mani da innumerevoli fonti, pur rimanendo fedeli alla storia globale narrata dal disco. La musica si muove di conseguenza verso apici di complessità che riportano ai tempi di A Night At The Opera, ma questa volta la band ha le idee decisamente più chiare e mezzi migliori per confezionare il proprio decimo disco: per la prima volta vengono impiegati un’orchestra di novanta elementi e tre grandi cori, rispettivamente da Praga, Budapest e Boston. La produzione dell’album è imponente e curata al dettaglio dal solito Charlie Bauerfeind (produttore della band fin dai tempi di Nightfall In Middle-Earth), anche se a dire il vero vi si ritrovano difetti che affliggono principalmente gli strumenti elettrici, sacrificati sotto tonnellate di orchestrazioni ed ormai nemmeno più percepibili con i loro suoni originari. Andando oltre la produzione però si trovano ancora una volta brani formalmente inattaccabili, frutto di una scrittura ragionata e calibrata al millimetro, che proprio per questo a molti suona estremamente fredda. Il difetto principale dei brani è forse la loro poca o nulla immediatezza, dove la potenza dei cori sostituisce la cantabilità cui contribuivano i fan dal vivo durante l’esecuzione dei brani storici della band. Tutti i brani sono altamente epici ed evocativi, sicuramente in maniera molto più “costruita” che in passato, ma il valzer finale rappresentato da Grand Parade merita una menzione particolare: parliamo ancora di una suite lunghissima, di oltre nove minuti, dallo spirito fortemente barocco e ricolmo di orpelli compositivi di ogni genere; risalta sicuramente l’imponenza dei cori, così come l’impiego del variegato parco strumentale dell’orchestra, che si fa apprezzare soprattutto nei complessi intrichi melodici che intervallano un intervento vocale dall’altro. Sotto le infinite stratificazioni si riconosce ancora quel gruppo di ragazzi tedeschi capace di comporre melodie vincenti e inni da stadio; oggi quei ragazzi sono signori che hanno portato la propria arte ad un livello elevatissimo, fatto di continui progressi tecnologici e umani, che tanto danno alla musica e tanto tolgono alla magia di un tempo, capace di essere evocata solo grazie ad una chitarra acustica.

Say goodbye, my friend
Here's your promised end
Be a part of the grand parade
Along we're driven.


15. Harvester Of Souls
Se c’è una chimera che ha segnato i desideri dei fan dei Blind Guardian dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi essa è rappresentata dal fantomatico e sempre rimandato album orchestrale. Un progetto millantato dai Bardi fin dai tempi di Nightfall In Middle-Earth e all’epoca considerato come l’ovvia conseguenza derivante dalle esperienze della band fino a quel momento. Ma non si ebbero notizie a riguardo fino al momento in cui venne pubblicato A Night At The Opera, che di orchestrale aveva moltissimo, ma non era il disco agognato dai fan. Susseguirono dunque numerosissime dichiarazioni negli anni riguardo la lavorazione del disco orchestrale, tanto insistenti quanto vacue dal momento che non venne mai fornita alcuna informazione consistente a riguardo. Questo fino al 2019, quando diventa concreta l’uscita dell’ormai mitologico album orchestrale. Il progetto è accreditato ad Hansi Kürsch e André Olbrich e non vede la partecipazione di Marcus Siepen e Frederik Ehmke, poiché la componente strumentale è affidata solamente all’Orchestra Filarmonica di Praga, che sostiene con gli arrangiamenti composti da Olbrich la voce sempre magnifica di Kürsch. Anche in questo caso la lavorazione dell’album richiede tempi lunghissimi, addirittura anni, fatti di parti composte e poi riprese in momenti diversi, per arrivare agli ormai noti livelli di perfezione formale ricercati dai Bardi, che per l’occasione si celano dietro il monicker di Blind Guardian Twilight Orchestra. L’album si intitola Legacy Of The Dark Lands e si basa su un concept legato alla Guerra dei trent’anni ed ambientato nel XVII secolo. Protagonista della storia è Aenlin Kane, figlia di Solomon Kane, personaggio creato da Robert E. Howard nel 1928, che è alla ricerca dell’eredità di suo padre ad Amburgo con l’amica persiana Tahmina. Le due vengono assunte dalla Compagnia danese delle Indie Occidentali e il loro gruppo, guidato da un uomo di nome Nicolas, deve affrontare i demoni che cercano di usare la guerra a proprio vantaggio. All’opera collabora anche lo scrittore tedesco Markus Heitz, che scrive un romanzo prequel al disco, intitolato The Dark Lands e pubblicato il primo marzo 2019. Aspettato per anni il disco orchestrale prevedibilmente scontenta molti, che forse si aspettano un nuovo Nightfall In Middle-Earth privato delle chitarre, ma si trovano davanti un album che ha i connotati di un’opera lirica piuttosto che di un album metal, cosa tra l’altro palese fin dalla genesi del progetto. Per chi vi scrive il disco è ottimo e gode finalmente di una produzione all’altezza, curata sempre da Charlie Bauerfeind, che questa volta riesce a calibrare i suoni con precisione lasciando intatta la componente umana rappresentata dalla voce di Hansi, ma anche dalle singole pennellate degli strumenti dell’orchestra, di cui si può godere al massimo ascoltando l’album sul supporto in vinile. Numerosi sono i momenti narrati, che aiutano ad illustrare il racconto e che segnano un collegamento più o meno esplicito proprio con Nightfall In Middle-Earth, ma i singoli brani brillano di luce propria, resi complessi dagli arrangiamenti orchestrali, ma esaltati da una scrittura a fuoco e aderente al genere affrontato. Tra tutti gli episodi presentati dall’opera ho scelto un brano particolare, ovvero Harvester Of Souls, che è un brano non originale, nel senso che è una rivisitazione in chiave orchestrale di At The Edge Of Time, brano originariamente contenuto in Beyond The Red Mirror. Già nella sua versione originale il brano presentava un grande arrangiamento orchestrale, abbinato agli strumenti elettrici, ma in questa nuova versione, con un nuovo testo adattato al concept del disco, l’orchestra è finalmente libera di esprimersi in tutto il suo potenziale, coadiuvata dai cori che rendono solenni i ritornelli e incombente l’aura battagliera che caratterizzerà poi i seguenti brani in scaletta. Nella complessità del risultato finale tutto è ben bilanciato e le esplosioni sonore sono in grado di colpire nel profondo l’ascoltatore, che vive la narrazione in prima persona tanto è coinvolto dalla potenza della composizione.

Nothing has changed ever since
Man has fallen from grace
They love to be damned
For sure there's no master plan.


Oggi, nel 2020, i Blind Guardian non hanno più nulla da dimostrare a nessuno: hanno contribuito alla creazione di un genere portandolo poi ad un livello di evoluzione e sofisticatezza incredibilmente elevato, si sono tolti ogni sfizio compositivo e non solo e sono entrati di diritto nel gotha delle band che contano, nel metal e non solo. Possono contare su almeno tre album considerabili capolavori e su una discografia con quasi nessun passo falso. Eppure la ricerca di perfezione ed epicità iniziata dai Bardi di Krefeld nei lontani anni ’80 non è ancora arrivata al capolinea. È di pochi giorni fa l’esibizione al Wacken World Wide dove la band ha presentato la nuova Violent Shadows, brano che fa pensare a un nuovo riavvicinamento al metal tout court dopo anni di sperimentazioni, ma è ancora presto per fare pronostici a riguardo. Quel che è certo è che la carriera dei Blind Guardian è una delle più entusiasmanti di sempre in ambito metal ed è ben lungi dall’essere conclusa. Finché i tedeschi sapranno regalarci nuove ed intense emozioni all’insegna della fantasia e dell’epicità noi rimarremo a seguirli e a sostenerli, come sempre. Bards we are and Bards we will be!



Galilee
Domenica 6 Settembre 2020, 21.30.46
19
Band sicuramente valida, ma esclusi i tre album "migliori" mi hanno rotto il cazzo subito. Ma proprio perché il genere mi fa venire il latte ai gomiti come tutto il power di un certo tipo con le tematiche fantasy. Visti anche 2/3 volte dal vivo. Sempre molto bravi.
fasanez
Domenica 6 Settembre 2020, 13.09.59
18
Una delle mie band TOP. Però solo fino a Nightfall, che già secondo me era troppo "complicato" (per i miei orecchi) . Adoro LITTH a SFB, peccato che nel nuovo tour, dove suoneranno per intero proprio SFB non c'è l'Italia. Pezzi preferiti? Majesty, LITTTH, Valhalla, Traveler in time, The quest for Tanelorn, Mordred Song, the last candle, welcome to dying, ecc. ecc. Ho letteralmente consumato Tokio Tales che me li ha fatto scoprire. Ricordo un Live devastante a Firenze nel tour del 1993, cercate la scaletta su setlist... Ho pure il VHS di quel live, ero l'unico con la maglietta bianca di somwhere far beyond.... tutte le volte che lo rivedo mi dico "Ma come pogavi su Barbara Ann...." Peccato non la facciano più in chiusura. Una piccola curiosità. Li ho visti almeno 7-8 volte live e non "mi" hanno MAI suonato Majesty, mio pezzo preferito su tutti...
Sha
Domenica 6 Settembre 2020, 12.19.02
17
Tanta roba, grande carriera. Tra le poche band di power europeo che stimo davvero. Ma dopo A Twist in the Myth per me è come se non fossero più esistiti.
Master
Domenica 6 Settembre 2020, 11.29.05
16
Il mio gruppo preferito di sempre, al pari dei Queen, per l'evoluzione che hanno avuto negli anni. E gran bell'articolo, che rende giustizia ad una carriera che dimostra che non devi essere per forza un predestinato dello strumento o con una formazione mirabolante alle spalle, ma che con dedizione, buon gusto, attenzione al dettaglio e impegno si possono sfidare (con successo) anche gruppi nati con caratteristiche tecniche ben superiori.
Cristiano Elros
Lunedì 24 Agosto 2020, 23.56.49
15
Mi ha fatto piacere vedere "The Eldar", una delle canzoni che più mi ha colpito al primo ascolto di "Nightfall...", che a sua volta è stato il mio primo album metal. Curiosamente lo apprezzai tantissimo perché ero, e sono, un grande fan dei Queen, quindi sentire tutti quei cori e tutta quell'enfasi in un contesto metal, a cui non ero molto abituato, lasciò il segno. Definitivamente.
Painkiller
Lunedì 24 Agosto 2020, 16.18.39
14
@Alex: ti sei cimentato in uno sforzo titanico secondo di me, quello di non concentrarti solo sulla discografia finì a Nightfall. Ahimè, anche io considero NIME il loro apice e dovessi scegliere 15 canzoni difficilmente pescherei lontano dai primi dischi. Mie preferite: the last candle, imaginations e into the storm. Gli ultimi dischi sono troppo ridondanti, hanno troppe orchestrazioni e (nel caso di beyond the red mirror) registrati male, non li ascolto mai.
Black Me Out
Domenica 23 Agosto 2020, 23.14.34
13
Riemergo dal mio eremitaggio senza internet nei boschi emiliani per ringraziarvi dei bellissimi commenti, li ho letti davvero tutti con piacere e, come potete immaginare, io per primo sono stato molto in difficoltà ad effettuare la selezione dei brani e chiaramente ho dovuto lasciare fuori pezzi che mi stanno tantissimo a cuore per amor di completezza (come notato da @Aceshigh), altrimenti un posto per Harvest Of Sorrow, Bright Eyes e Theatre Of Pain (versione di Forgotten Tales) l'avrei trovato sicuramente. Amo i Blind Guardian, sono stati il gruppo che mi ha fatto davvero capire, comprendere e adorare il metal e per questo sarò sempre grato a loro e a quel meraviglioso doppio disco Live del 2003, con quella copertina fantastica che mi catturò quand'ero poco più che un ragazzino. Logicamente, e l'ho anche detto velatamente a inizio articolo e poi più dettagliatamente nella descrizione dei singoli brani, il gruppo viene ricordato per i dischi da Tales a Nightfall e di norma sono quelli i più apprezzati, io però arrivo dall'epoca di ANATO e ho sempre avuto un pensiero diverso. Mi è piaciuto molto il disco orchestrale e reputo Beyond The Red Mirror un album che in pochissimi possono permettersi di comporre, però è anche vero che la magia dei pezzi storici rimarrà legata ad essi e soltanto ad essi. In ultimo non sono affatto d'accordo con @The Cowboy quando afferma che i BG sono sempre stati power metal e da lì non si sono mai mossi: a dire il vero, secondo me, di dischi puramente power nella carriera dei Bardi non ce ne sono, perché le influenze prima thrash e poi progressive sono sempre state molto presenti, con la seconda che negli anni si è imposta in maniera preponderante. Il "non piegarsi alle mode" quindi lo intendo in un'altra maniera, ovvero proprio il non rimanere mai fermi su uno stile sterile, nella carriera dei Blind Guardian si può quasi azzardare col dire che non c'è un disco uguale ad un altro, c'è sempre un qualcosa in più, anche quando questo "più" eccede come in Beyond The Red Mirror.
HeroOfSand_14
Domenica 23 Agosto 2020, 13.02.24
12
I bardi furono il gruppo che mi fece scoprire questo genere strano, maledettamente melodico ma comunque metallico, chiamato "power metal". Avevo quasi 14 anni e Nighfall mi colpì in pieno volto, sia per la costruzione, per i cori pazzeschi e per la voce particolare di Hansi. Ora non sono più così accanito (in positivo) nei loro confronti a causa delle loro scelte stilistiche sul sound, delle quali si discute ormai dal 2002, però pure io li porto ancora nel cuore. Beyond The Red Mirror poi trovo sia un signor disco, poco metal ma veramente un lavoro certosino e composto con intelligenza, così come il precedente, più diretto ma ottimo. L'unico disco loro più o meno recente che fatico ad ascoltare è A Twist.., mentre del passato i primi 2 li considero poco perchè mi risultano essere fin troppo grezzi (cosa che penso, per esempio, di un Walls Of Jericho a caso). Però ci sono pochi gruppi nella musica che mi hanno fatto emozionare negli anni come i Blind, e ho sempre il rammarico di non averli mai visti live. Sentire dal vivo dei classicissimi come The Bard's Song, Lord Of The Rings, Blood Tears, Into The Storm o quella che probabilmente è la mia preferita, ovvero Mordred's Song, non avrebbe prezzo. Ah, e l'album orchestrale non sono riuscito a digerirlo purtroppo
Poss
Venerdì 21 Agosto 2020, 10.15.51
11
Altered! bel commento. condivido ogni parola
Altered
Giovedì 20 Agosto 2020, 22.34.20
10
Ripenso ai Blind Guardian e inevitabilmente ritorno ai miei 16 17 anni, in piena fissa col power e con le tematiche trattate nei dischi. Ho adorato maledettamente Somewhere Far Beyond, conservo ancora la maglietta del disco e non posso fare a meno di riascoltarlo ancora oggi, a distanza di anni, perché certi artisti ti crescono, ti prendono per mano, diventano parte integrante dei tuoi ricordi e della tua vita. E così è per i Bardi, un gruppone che porterò sempre nel cuore e che riascolto sempre con immenso piacere e rinnovato entusiasmo!
Tino
Giovedì 20 Agosto 2020, 21.44.53
9
PS volevo dire che li ho scoperti con battalions of fear
Tino
Giovedì 20 Agosto 2020, 21.43.39
8
Li ho scoperti all'epoca di follow the blind quando ancora non si parlava di Power ma erano praticamente inseriti nel calderone thrash assieme anche a gruppi come risk o rage. A parte questo un gruppo sicuramente che merita tutto il successo che ha perché ha fatto una carriera splendida con dischi spettacolari. Ultimamente li.ho persi perché preferisco ascoltare altro ma il non più recentissimo a twist in the myth è un disco fenomenale. And then there was silence un brano incredibile, ancora non capisco come facciano ad eseguirlo dal vivo
The Cowboy
Giovedì 20 Agosto 2020, 21.29.18
7
Per me la prima peculiarita' dei Blind Guardian, a loro favore, e' che sembra una band fatta apposta per essere con loro o contro di loro. Per i fans sono incontestabilmente i numeri 1, per contro ho sempre sentito parlare di difetti, anche molte volte buttati a casaccio. Io sono un po' il classico tipo che conferma quanto detto,stavolta sto in the Middle, ho sempre trovato che il cantato sul versante rock/ metal perde dei Running Wind e nelle parti sinfoniche non raggiungono gli Helloween. Pero' la cosa più sensata, mi pare, e che negli anni 90 non si sono piegati alle mode: sono power metal e di li non si sono mossi, 2/3 album per me sono irrinunciabili, come fossero una linea continuativa con la tradizione delle bands del metal teutonico 80: speed, power &symphonic epic. Molte, se non tutte, hanno fatto lo stesso percorso
Korgull
Giovedì 20 Agosto 2020, 17.49.57
6
Complimenti per l'articolo...questa era difficile, ognuno ha le sue preferite, devo dire che cmq sono abbastanza daccordo con le scelte!
Poss
Giovedì 20 Agosto 2020, 16.52.31
5
Bellissimo articolo! grazie Alex. Un viaggio nella discografia dei Bardi e' sempre una figata. Band immensa che mi sta accompagnando da tantissimi anni. Se e' vero che quando si schiatta si vede la propria vita al contrario (dalla fine all'inizio) allora per me, tra le tante cose, ci saranno anche i testi di tutte le loro canzoni. Dall'ultima lettera alla prima. Sono contento tu abbia citato Otherland. Pezzo bellissimo che vorrei tanto sentire LIVE insieme a Turn the page. Ritengo a Night at the Opera un album bellissimo. Il migliore dell'era post Nightfall. And then There was Silence e' uno dei vertici della musica metal. Per me. Uno spettacolo che dura 14 minuti con un crescendo davvero esaltante. Per quanto riguarda l'album orchestrale il pezzo piu' rappresentativo per me e': Point of no return.
Aceshigh
Giovedì 20 Agosto 2020, 16.42.03
4
Bell’articolo! Giustificato e ammirevole il tentativo di coprire tutte le fasi della loro carriera, perché alla fine anche nei dischi meno belli c’è sempre il brano per cui vale la pena ascoltarli. Anch’io però do la mia preferenza alla quaterna che va da Tales fino a Nightfall, per me 4 capolavori 4, con cui i successivi albums non reggono il confronto; eccezion fatta - mia personale opinione - per At The Edge of Time, unico album post Nightfall che ... mi esalta (come direbbe il comm. Zampetti). Tra tutti i brani scelti effettivamente Lost in The Twilight Hall e The Bard Song sono forse quelli più toccanti. In aggiunta ai 15 di Mr. Cavani io ci butto lì anche una Journey Through The Dark, una delle mie preferite dei bardi.
progster78
Giovedì 20 Agosto 2020, 14.49.43
3
Logicamente scegliere 15 brani e' un' impresa, ma personalmente ho nel cuore Born In A Mourning Hall che per me ha un significato particolare.Certamente il meglio lo hanno fatto fino a Nightfall ma dischi come At The Edge Of Time e Beyond The Red Mirror sono molto validi.
Shock
Giovedì 20 Agosto 2020, 14.19.29
2
Come al solito dire 15 brani è sempre arduo con gruppi con tanta qualità, quindi evito, però il meglio lo hanno dato fino a Nightfall, vero e proprio vertice assoluto della loro produzione, poi si sono incartati tra orchestrazioni, sovrapposizioni di linee di chitarra e cori su cori, ma mancando sempre di centrare il cuore della canzone. Difatti la nuova canzone, per quanto possa essere giudicata da un finto live, guarda nuovamente al passato, ma con una qualità molto inferiore. Ah, mio pezzo preferito Lost In The Twilight Hall, ma anche I'm Alive.
Silvia
Giovedì 20 Agosto 2020, 11.26.47
1
Articolo bellissimo e molto dettagliato @Alex, che mi trova anche d'accordissimo nella scelta di molti pezzi, nonostante la mia personale playlist x alcuni album, fra cui NIME, sia diversa dalla tua: x esempio e' The Minstrel il mio intermezzo preferito! In particolare sottoscrivo ogni singola parola di Lost in the Twilight Hall, anche x me uno dei pezzi piu' belli dei nostri amati Bardi! Leggo con calma tutto il resto e ritorno
IMMAGINI
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Nightfall in Middle Earth
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A Night at the Opera
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A Twist in the Myth
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At the Edge of Time
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Beyond the Red Mirror
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