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07/09/10
I-METAL FEST
PALASHARP - MILANO
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L’applicabilità di un qualunque metodo probabilistico è condizionata dalle ipotesi sui dati che si sta considerando. In parole semplici, qualora due campioni non fossero rappresentativi della medesima “popolazione” di informazioni, l’applicazione di uno stesso procedimento statistico, finalizzato ad una qualunque analisi, non garantirebbe risultati confrontabili né tantomeno veritieri. Ciò, senza voler scendere nel dettaglio, rappresenta in modo pseudo-scientifico il comportamento con cui affronto generalmente un disco e che in particolare ho voluto applicare nello studio del terzo full-lenght dei russi Ea, intitolato Au Ellai.
Il mondo degli Ea, per chi non lo conoscesse, è totalmente criptico e misterioso: non esiste un sito ufficiale, né un myspace, né tantomeno sono conosciute le identità degli artisti che si sono cimentati nel corso della discografia. I CD, prodotti e distribuiti dalla stupefacente Solitude Productions, non contengono testi, riferimenti o altro in soccorso agli ascoltatori ed alla critica. Si sa solo, o meglio si ipotizza -più grazie al passaparola e all’immaginazione di qualcuno che non ai canali ufficiali-, che il triplo concept su cui sono impostati Ea Taesse (2006), Ea II (2009) ed il recentemente pubblicato Au Ellai (febbraio 2010) basa la propria ispirazione sull’enunciazione dei testi sacri di una antica e scomparsa civiltà; ad amplificare l’ambiguità della proposta le lyrics del cantato che, assolutamente incomprensibili anche sforzandosi nell’ascolto, si dice derivino da una grammatica arcana appositamente “ricostruita” (“inventata”, mi verrebbe da dire) dagli ignoti membri della band per il proprio insano disegno artistico.
Vita apparentemente difficile quella del fan degli Ea, salvo poi scoprire che, pur confinati in tanta particolarità e segretezza, i nostri si producono in un metal estremo tuttavia ascoltabile perché molto melodico. Au Ellai è infatti un album che modifica e semplifica l’atteggiamento che la band ebbe agli esordi, scaricando l’impatto sonoro e rendendo molto più fruibile il risultato, pur partendo da una base incontrovertibilmente ultraslow e dunque difficoltosa in quanto tale. Avendo sempre accostato il doom dei russi a quello atmosferico degli Shape Of Despair, con questa release mi trovo un po’ spiazzato a fronte di un dubbio che è divenuto atroce con il trascorrere dei passaggi: possiamo ancora includere band e prodotto all’interno dei confini pseudo*-funeral?
A favore di una risposta positiva vanno indicate le ritmiche indolenti seppur trattate in modo piuttosto complicato dall’anonimo drummer: stanco e cedevole l’incedere del rullante, ma inconcepibilmente vario l’utilizzo di tom, cassa (esistono addirittura momenti in doppia) e piatti, specialmente se considerata l’esiguità della composizione verticale, affidata per lo più all’impianto chitarristico solista ed alle tastiere. Mai si è visto (escludendo i geniali Wraith Of The Ropes) cotanto peso delle pelli in album le cui cifre stilistiche si avvicinano pericolosamente al minimalismo di band alla Worship, Flegethon e Tyranny. La migliore prestazione si raggiunge in Nia Saeli A Taitalae, traccia in cui le percussioni risultano per buona parte scarne e dunque in piena assonanza artistica; fosse stato sempre così concepito, il drumming mi avrebbe notevolmente soddisfatto. Alcuni passaggi innaturali (soprattutto in Aullu Eina) ed una certa “gommosità” nella restituzione sonora (lungo tutta la performance), mi inducono inoltre a credere nell’impiego della drum-machine: niente di più probabile, nulla di certo (essendo alle prese con gli Ea)… Passando al vocalism, questo non si discosta da un comune, profondissimo growling, tecnica oramai utilizzata in tutti i settori del metal, dal folk al grind; l’effettistica applicata è piuttosto pesante e le lyrics praticamente incomprensibili. Buone potenza e resa, ma nessuna particolarità o merito a riguardo. Altro elemento che fa propendere la stadera a favore di una classificazione extreme (di merito, non formale) è l’uso delle tastiere che, seppure ridotto rispetto ad Ea Taesse e Ea II, risulta portatore di sacralità e magnificenza. Come anticipavo, gli Ea non hanno mai utilizzato le timbriche tipiche del funeral originale (alla Skepticism, per capirci), tuttavia l’impatto che le keyboards hanno sempre avuto nell’economia dei loro brani strizzava l’occhio alla corrente più pomposa e meno statica del genere (Comatose Vigil, Colosseum, Shape Of Despair): i tre brani di Au Ellai perdono per strada quel wall of sound generato dai sinth, essendo la loro collocazione cronometricamente inferiore, meno maestosa e soprattutto più variegata di quella un tempo, caratteristica -quest’ultima- che aumenta la nobiltà del songwriting ma che impedisce ai brani di mostrarsi “chiusi” e soffocanti come da stilemi del genere; a tal proposito sono state impiegate, affianco a quelle conosciute, anche programmazioni pianistiche e le cosiddette “tastiere urlanti” (rifacimento sintetico di vocalizzi corali) usate anche in ambito gothic e sympho-black. Proprio questi “fuori tema” segnano in Aullu Eina ed in Taela Mu alcuni dei momenti più imponenti dell’album in cui, grazie anche alla single-note, viene estrapolato il sound nativo e sontuoso degli Ea. Purtroppo però le keys sono abitualmente concepite per occupare la seconda linea, lasciando ampio spazio alla 6 corde la cui azione è incentrata sui canali melodici piuttosto che su quelli armonico-ritmici: ciò “sbottona” l’amalgama con trame troppo ariose e fin troppo canterine e -di contro- costringe la corposità sonora e la relativa efficacia. Significato complessivo ben sostenuto dalla produzione che difatti esalta cantato, drumming e solo-guitarism a discapito degli altri dispositivi strumentali (praticamente inesistente il basso).
Il lato dolente di questi 59 minuti, ineccepibili dal lato esecutivo (se si esclude l’inutile verbosità della condotta percussiva), è dunque rappresentato dal circoscritto coinvolgimento espressivo, dalla ridotta capacità di insinuare un disagio nell’ascoltatore (tipico del doom) e da una perduta compenetrazione spirituale tra autore e fruitore. Tra le note melanconiche e teatrali di Taela Mu e l’avvio sinfonico di Nia Saeli A Taitalae (sembra di essere alle prese con i Virgin Black di Requiem – Mezzo Forte e/o con gli Autumnia di By The Candles Obsequial) si ritrovano i migliori elementi di questo Au Ellai che però non risulta sempre ficcante e che -al contrario- torna con evidente manierismo, sulle situazioni melodiche (certamente piacevoli, ma anche sovrasfruttate) della prima Aullu Eina. Lo scorrere del lead guitarism su contenuti triti e ritriti aumenta poi la consapevolezza di un prodotto stanco, prolisso e pertanto volto al mercato più di quanto ritengo lecito fare. Un certo zoppichio in fase di composizione è dunque innegabile. Tornando al quesito iniziale, Au Ellai si mostra troppo light per essere un prodotto marchiato Ea, per rappresentare un masterpiece di lugubre solennità e per godere, in definitiva, di una “sana” catalogazione funeral. Detto questo va ammessa una discreta godibilità ed un potenziale di diffusione piuttosto ampio, soprattutto per chi intenda avvicinarsi da neofita alla proposta: il CD è piacevole ai primi passaggi, ma via via che procedono le lunghissime tracce ritroverete un modus operandi che equipara i russi a realtà note, lontane nel tempo e molto più commerciali; prendete insomma gli Officium Triste dell’ultimo Giving Yourself Away, dimezzatene i bpm, rendete più grave la voce di Pim Blankenstein ed ecco gli Ea del 2010.
Arriviamo al dunque, includendo alla descrizione qualitativa un semplice calcolo statistico.
I fan storici della band rimarranno interdetti (voto 50), gli appassionati dell’ultraslow indifferenti (voto 60), i doomster avvezzi alla arie facili contenti di poter finalmente apprezzare tempi bradipici, growling profondo e temi mistico-religiosi (voto 70). In quantità stimo i primi quale 10% degli interessati al prodotto, i secondi quale 30%, gli ultimi quale rimanente 60%.
Tutto ciò, sintetizzato grazie all’utilizzo di una media pesata con un 65** (che ha quindi molteplici significati), ha senso purché le mie ipotesi sul “campione” siano ritenute esatte: io gli Ea li voglio confrontare con le formazioni più lente, asfissianti e consistenti del panorama metallico. Ah, e con l’eccellenza…
Voi no?
* scrivo “pseudo” perché, come sapete, fatico a considerare integralmente funeral le band che si astengono dall’utilizzo dell’organo ecclesiastico
** 0,1x50 + 0,3x60 + 0,6x70 = 65
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10
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Concordo assolutamente riguardo alla maggiore importanza dell'emotività in un genere che di tecnico ha ben poco: di fatto vale solo quella ed è per questo motivo che spesso gli album funeral o drone sono punto di partenza di discussioni infinite e soggettive. La (mia) verità su Au Ellai è che è davvero troppo poco estremo per essere un album funeral: ciò potrebbe comunque non essere un problema, se solo il sound complessivo non suonasse come un rallentamento di gruppi doom melodici... in questo senso ci trovo poco o nulla di sperimentale negli ultimi EA (forse solo il drumming, che però proprio non mi piace) |
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9
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La recensione è fatta molto bene, e ti devo fare i complimenti per come scrivi.Sei molto professionale,tuttavia mi trovo parzialmente in disaccordo sul contenuto. Ho trovato Au Ellai come una conclusione matura, con delle composizioni sublimi, e una godibilissima parte orchestrale. Nonostante questo,c'è da dire che ho goduto appieno di tutte le innovazioni stilistiche solo dopo diversi ascolti. Au Ellai, come punto finale della trilogia, mi ha dato la sensazione di voler esser meno rigido strutturalmente parlando,per scelta, incorporando elementi distanti dal classico funeral doom, come desiderio finale della band di apportare una modifica in un genere così ancora inesplorato come il Funeral. Penso che gli Ea, assieme ai Comatose Vigil e Fungoid Stream stiano cercando di trovare una strada sperimentale all'interno di esso.Sono un fan della band sin dall'uscita del primo inebriante Ea Taesse.Non so quando questi geni si siano formati, ma Ea Taesse è del 2006,quindi posso considerarmi un fan "storico". Un appunto però vorrei farlo lo stesso.Questa volta più personale. Quando ascolto del buon Funeral Doom e tento di recensire, il voto mi viene spontaneo.Credo che il Funeral sia un genere dove la componente emotiva sia estremamente più importante della tecnica. E trovo che si stia formando sempre più questo sottogenere di Funeral particolare già accennato prima,più improntato a rilassare che opprimere l'ascoltatore.. In conclusione per me è una prova davvero immensa questo Au Ellai,forse futura pietra miliare di un nuovo genere. |
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8
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certo che li ho sentiti, e li ho scoperti grazie alle recensioni di Furio e Autumn proprio qui su metallized! infatti mi sconfinferano non poco... ma ho appena fatto un grasso ordine di doom-gothic "alla vecchia" su ebay (tra cui il cd dei left hand solution che mi manca! lo cercavo da anni!) e sono reduce da un megaordine da sleaszy records; dopo aver comprato l'ultimo box degli arcana e tutte le ultime ristampe degli ataraxia (nonostante di entrambi possieda gli "originali"!) ho potuto fare appena appena spazio per un ordine piccino alla solitude comprendente questo degli Ea e il primo dei Nox Aurea... ora per qualche settimana mis entirò realizzato a sufficienza! ;) mi sa che invece di continuare a studiare faccio meglio ad iniziare a prostituirmi... e alla grande anche haha! |
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7
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Davvero grande casa assieme alla "sottoposta" BadMoonMan... A proposito, non mi sono dispiaciuti nemmeno gli On The Edge Of The Netherrealm ed i Wedding In Hades... li hai sentiti? |
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6
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ah ok, no allora avevo capito bene! è che sembrava quasi una battuta messa così.;) so che è facile da trovare, sono un aficionado della solitude! |
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5
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1-l'aggettivo funeral caratterizza originariamente quel doom "cerimoniale" suonato con gli organi, anche se oramai l'accezione si è effettivamente estesa per questioni meramente commerciali; 2-francamente li ho sempre creduti russi, ma non ci sono molte info che possano chiarirci le idee; 3-non è difficile da trovare: mi saprai dire. |
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4
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ho adorato i primi due album quindi appena possibile comprerò anche questo, qualsiasi recensione negativa o non troppo positiva legga. non ho capito bene la storia dell'organo ecclesiastico però, mi si potrebbe delucidare? p.s.io sapevo che erano americani, qua mi dite russi... mumble... |
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3
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Già. Mi dispiace per gli Ea, ma secondo me col passare del tempo stanno calando. Hanno fatto un primo album, Ea Taesse, che è fantastico, Poi Ea II che non aggiungeva un granchè ed infine questo Au Ellai che mi lascia l'amaro in bocca, sopratutto come hai sottolineato tu, nei fraseggi di batteria che c'entrano poco e niente. |
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2
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Stando all'ultimo paragrafo (e conoscendo i tuoi gusti dal forum) tu sei tra quel 10% che darebbe 50; il sottoscritto, depurato dei compiti recensori, pure. Tutto quadra... |
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1
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Devo dire la verità? Questo album mi ha deluso profondamente. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Aullu Eina 2. Taela Mu 3. Nia Saeli A Taitalae
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